A chi serve
la mobilitazione anti-trans?
Assistiamo a una lobby che rivendica una storia dei femminismi che le nuove ondate hanno aggiornato e riscritto, rinunciando a essere movimento
L’esclusione delle donne trans e delle persone intersex dalle competizioni olimpiche viene generalmente sostenuta da argomentazioni introdotte da formule del tipo: “non sono un medico, ma a logica mi sembra naturale che…” (è una citazione vera). Per quel che mi compete, mi pare utile interrogarsi su un altro aspetto: a chi e a cosa serve questa mobilitazione anti-trans?
Per l’attivismo cosiddetto gender critico (leggi anti-gender), come RadFem in Italia, questa battaglia serve anzitutto a esistere in un contesto in cui il femminismo intersezionale e transfemminista appare oggi incomparabilmente più mobilitante e più movimentato, soprattutto tra le giovani generazioni. Il punto è:
come continuare a rivendicare per sé e nel presente un’identità femminista con discorsi e strumenti che appartengono ad altri momenti della storia dei femminismi e che nuove ondate di teoria e di pratica femminista hanno aggiornato, rivisto, riscritto e ripensato?
A mio avviso è un attivismo che ha trovato risposta al suo dilemma posizionandosi contro questa nuova pluralità, per esempio cercando di screditare come “nuovo patriarcato” l’inedito progetto politico che ha trasformato la causa femminista. Sono gruppi che hanno risposto alla domanda spostandosi dallo spazio femminista storico e cercando di creare uno spazio alternativo, dove coltivare queste cause “negative” (anti-gender, anti-trans) rinunciando a essere movimento, e accontentandosi di fare attivismo senza movimento, ovvero lobbying dall’alto, beneficiando peraltro del capitale mediatico e politico delle figure trainanti di questo attivismo. E così hanno trovato spazio nel riformismo liberale e nella destra di governo, e scelto di starci, sposandone le cause anti-gender, anti-LGBT e anti-trans che hanno contribuito peraltro a definire.
Per questa ragione quel dirsi femminista, o addirittura “vero” femminismo, non è più riconosciuto come tale da molte persone che si muovono, vivono e mobilitano all’interno dello spazio del femminismo intersezionale e tranfemminista, e per questo è anche contestato. Per i partiti della destra populista radicale ed estrema, invece, il punto è giocarsi la carta del conflitto morale per esistere politicamente (andate a vedere le pagine social dei paladini anti-gender e anti-woke, tipo Ceccardi, Inselvini, ecc.). Temi come questo sono altamente polarizzanti, producono engagement e commenti infiniti, e soprattutto aiutano a consolidare legami, in particolare con quell’area neocattolica del Family day & Co. In cambio di mobilitazione appunto.
Per questi ultimi attori religiosamente orientati, si tratta di portare avanti una battaglia morale che ha consentito di ricostruire una forma di azione cattolica senza partito: una lobby neocattolica insomma, professionalizzata, che lavora quotidianamente per occupare tutti gli spazi del conflitto su questioni morali e cosiddette bioetiche. Ovviamente, in questo quadro, ci sta anche la Chiesa che un giorno si finge addolorata, il giorno dopo tace e il terzo giorno interviene da volenterosa complice e carnefice.
Occorre tenere i riflettori accesi su questi pilastri dell’attuale mobilitazione anti-gender, anti-LGBT e anti-trans, perché è denunciandone strategie e discorsi che si può cogliere la fragilità delle argomentazioni e l’opportunismo politico che regge il loro muoversi nelle acque nere del “buon senso e della verità biologica”.