A scuola no,
in parrocchia sì

A scuola la Bibbia e in parrocchia l'educazione all'affettività: stanziati 220mila euro per un progetto di educazione all’affettività nelle parrocchie e negli oratori. Polemica in Liguria

A scuola no, in parrocchia sì

02 Febbraio 2025

“L’educazione all’affettività e alla relazione spetta alla famiglia”: questo il mantra di Pro Vita e Famiglia e dei loro sostenitori a livello politico e istituzionale, che imperversa da anni nelle scuole, tra genitori e docenti. Le scuole non devono far passare piani educativi su temi così sensibili, perché dietro a questi progetti di contrasto agli stereotipi di genere si anniderebbe la cosidetta teoria gender. In questo scenario ormai decennale, arriva quindi come colpo da maestri dell’ipocrisia l’ultima mossa della Giunta Regionale della Liguria.
Giunta Regionale che non finanzia direttamente ProVita come in altri casi, ma che ha trovato un modo tutto suo per dare soldi alle istituzioni religiose: un finto bando, dove concorre un unico candidato che nei fatti appalta le prerogative dell’amministrazione pubblica relative a selezione, controllo delle spese, verifica dei risultati. Senza alcun ritegno, remora o timore di essere colti in errore al limite dell’illecito, la Regione Liguria trasforma un bando pubblico in affido diretto, lasciando mano libera alla Conferenza Episcopale nel campo della valutazione dei progetti, del controllo sulle scadenze, del monitoraggio delle attività, e con un ulteriore regalo attraverso la percentuale sopravvalutata delle spese di gestione (di solito tra il 5 e il 7% ma in questo caso è fino al 15%).

Dunque il 31 gennaio scadrà il bando “Comunità educanti. Educazione all’affettività e alla relazione” rivolto alla Regione Episcopale Ligure, e ovviamente trasaliamo una seconda volta, perché tra gli obiettivi si legge: “educare al rispetto e alla relazione e della cura del proprio ambiente e della comunità, per affrontare temi sensibili come la violenza di genere, il bullismo, la dipendenza, l’omofobia”. Con la bellezza di 220mila euro per attività da svolgersi negli oratori e nelle parrocchie di quattro diocesi. Una cifra che i CAV se la sognano!

Questa scelta si pone in linea perfetta con l’innegabile matrimonio che il nostro governo ha contratto con l’agenda neocattolica, basti pensare come uno stanziamento per programmi di educazione al consenso nelle scuole sia stato stornato e rivolto alla prevenzione dell’infertilità o alla “risoluzione Sasso” che promuove linee guida che escludono la presunta “ideologia gender” dall’educazione sessuale.

Insomma, a scuola la Bibbia e in parrocchia l’educazione all’affettività!
In questo contesto, ci troviamo ad affrontare un nuovo step della strategia di questa destra misogina e omolesbobiatransfobica, perché non dobbiamo solo respingere la loro propaganda escludente, non sono solo muri da abbattere ma anche parole, metodologie, contenuti che ci vengono strappati e ritornano snaturati in altre forme. Una vera e propria appropriazione culturale, che con lo smantellamento dei servizi pubblici si traduce in moltiplicazione di consultori religiosi, nascita di centri antiviolenza di matrice cattolica, interventi formativi ed educativi sui temi da sempre appannaggio dei movimenti e della sinistra, ma trattati da esperte/i neutri o ostili alla critica anti patriarcale. Lo stesso femminismo di destra può trovare radici in questo contesto.

Non è quindi più sufficiente chiedere l’educazione sessuale nelle scuole, non è più sufficiente chiedere alle istituzioni misure politiche di contrasto alla violenza di genere o contro il bullismo omolesbobiatransfobico perché è la destra neocattolica oggi ad occupare questi spazi.

E li occupa con quali competenze? Con quali testimonianze? Una religione che discrimina le donne, che nega le radici patriarcali dello squilibrio tra uomini e donne, che non ammette l’autodeterminazione dei corpi e della sessualità, che contrasta aborto e contraccezione, come può essere competente sulla violenza di genere? Una chiesa cattolica storicamente dalla parte contraria ai diritti delle donne, dal referendum sul divorzio a quello sull’interruzione di gravidanza e sulla procreazione medicalmente assistita, dal matrimonio riparatore alla legge contro la violenza sessuale, come può essere credibile? Ma ancor più, come può essere competente una religione che ha creato a tavolino l’ideologia gender per poi usarla come strumento contro le persone LGBT, per diffondere paure sociali che stiamo vedendo tradotte in azioni politiche dai governi autoritari di Europa e America? A che titolo può parlare di violenza omofoba dal momento che ha affossato il DDL Zan, non riconosce l’esistenza delle persone transgender e non binarie, appoggia le terapie di conversione come se l’omosessualità si potesse guarire, si allarma per la troppa frociaggine nei seminari e decreta la naturalità della famiglia tradizionale poiché è scritto nella Bibbia.

Il bando della Regione Liguria è un insulto alla laicità, in quanto favorisce unicamente le istituzioni ecclesiastiche ed esclude arbitrariamente tutte quelle realtà che da anni si occupano di queste tematiche sul territorio e che vivono sulla pelle le discriminazioni e le violenze che quella cultura patriarcale alimenta. Ma è solo l’ennesimo campanello d’allarme che deve spingerci a interrogarci sulle nostre capacità di risposta su un terreno complesso come quello dei contenuti e delle metodologie, perché sappiamo che la semplificazione paga in termini di consenso e comunicazione, mentre la complessità crea linguaggi ermetici e bolle elitarie e autoreferenziali.

Oggi la scommessa in Liguria si gioca al tavolo della laicità, e non è che l’inizio.






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