Ago, filo, politica
Tessere le lotte, scegliere la riparazione. Un telo infinito verrà disteso sulla scalinata del Campidoglio. Ci vediamo a Roma il 21 Giugno
Il prossimo 21 giugno la piazza del Campidoglio di Roma, insieme alla sua infinita e imponente scalinata, non ospiterà soltanto la politica della capitale: diventerà la scenografia perfetta di un’azione collettiva e potente: “Tessere le lotte”. Arriveranno da più di 170 città d’Italia le donne che animeranno quella che si prospetta già come qualcosa di talmente straordinario che neppure le immagini destinate a circolare su Instagram riusciranno a restituirne la portata rivoluzionaria. Straordinario, sì, perché non saranno sole. Non porteranno con sé soltanto i propri corpi – a volte integri, altre martoriati da un potere patriarcale che continua a umiliarli e depotenziali, altre ancora inconsapevoli di quanto sia proprio quel corpo a spaventare il potere patriarcale – ma un telo infinito che verrà disteso sulla piazza e lungo la scalinata, rischiando persino che lo spazio non basti.
Un telo infinito e colorato, ricamato e riparato, nel quale ognuna di loro avrà impresso, nel tempo – in questo tempo sospeso e doloroso, attraversato da guerre, genocidi e violenza – la propria idea di pace e di resistenza. Un ricamo, centinaia di ricami colorati, sui quali i corpi potranno finalmente posare lo sguardo e sospendere, anche solo per un attimo, quella che sembra essere la battaglia più urgente del nostro tempo: stare e sostare per costruire un futuro di pace e di umanità.
Hanno scelto il ricamo. Hanno scelto la riparazione. Hanno scelto il tessuto come scudo di battaglia: uno scudo che non difende ma urla, che non ferisce ma lenisce, che non combatte ma respinge. Hanno scelto il gesto lento, mai uguale, a volte imperfetto, di quello che sembra essere il mestiere più antico del mondo. Un mestiere tutto al femminile, certo, da sempre affidato – e affibbiato – a quella che già negli anni Cinquanta veniva definita la regina del focolare. Ed ecco allora che quel gesto, quel ricamo, quella cura, sono ancora una volta destinati a uscire dalle mura domestiche per farsi spazio, voce, ribellione, strumento politico, riportando il pensiero a chi del ricamo fece uno stendardo di lotta e di speranza: le suffragiste dell’Ottocento e i loro ricami della dignità.
È il 13 giugno 1908 quando la città di Londra non viene semplicemente attraversata da una manifestazione: viene riconfigurata. Le strade del centro, solitamente riservate alla circolazione degli uomini, al commercio, al potere visibile dell’amministrazione e della finanza, diventano il teatro di un’apparizione inattesa. Circa diecimila donne provenienti da ogni parte del Regno Unito e appartenenti a differenti ceti sociali camminano fianco a fianco in una processione ordinata ma ostinata, rivolgendosi direttamente al primo ministro Herbert Henry Asquith, noto oppositore del suffragio femminile. La richiesta che portano con sé non ammette ambiguità: il diritto di voto.
Ma ciò che rende memorabile quella giornata non è soltanto l’esplicitazione di una rivendicazione politica. È il modo in cui essa viene resa visibile, percepibile, quasi tangibile. Le donne non occupano la strada come si occupa un territorio ostile: la abitano. I loro corpi non si dispongono secondo la logica della folla indistinta, ma secondo quella della processione: un avanzare ritmato, composto, carico di intenzione. La stampa dell’epoca coglie immediatamente l’anomalia visiva di quella marcia. «Non si erano mai visti striscioni così spettacolari», scrivono i giornali. Il Daily Chronicle osserva, con un’ironia che tradisce un certo imbarazzo: «La bellezza dei ricami dovrebbe convincere anche i più scettici che una donna può continuare a usare un ago anche quando desidera un voto». Sono proprio loro ad averci insegnato quanto quel gesto del ricamo possa diventare pericoloso, sovversivo, ancora una volta potente. Ma non soltanto loro.
In tempi in cui la colonizzazione dei territori occupati continua a restituire malvagità e corpi martoriati – e non è mai un caso che questi corpi siano soprattutto quelli di bambin3, donne e soggettività femminilizzate – la decolonialità dei saperi, delle tradizioni e delle culture torna ancora una volta a essere un’arma potente e necessaria, laddove possibile e visibile.
Sono i ricami tatreez delle donne palestinesi, che cercano di resistere al genocidio continuando a riunirsi per ricamare e non perdere ciò che ancora rimane loro. Sono le donne dei collettivi argentini e messicani che restituiscono memoria, racconto, biografie e storie delle vittime di femminicidio – trovate a pezzi nei campi incolti o nel deserto infinito di El Paso, al confine, pensate, tra Messico e Stati Uniti. Sono le donne argentine del movimento Ni Una Menos che si riuniscono nel collettivo Bordando Luchas. Nato a Córdoba durante la pandemia, questo collettivo ha dato vita alla campagna No me olviden, 30 mil agujas por nuestros desaparecidxs. Centinaia di donne in tutto il Paese ricamano i nomi dei desaparecidos della dittatura militare argentina, creando enormi stendardi di memoria collettiva.
Ago, filo, politica. Lotta, resistenza, speranza. Parole chiave del mondo contemporaneo che riportano il pensiero a quell’Elogio del margine di bell hooks, scrittrice e attivista afroamericana che, esplorando la resistenza delle donne afroamericane, ha illuminato quello che sembra essere – oggi più che mai – l’unico luogo possibile da cui ripartire: il margine. Un margine da cui abbattere la marginalizzazione e arrivare a cucire, tessere, ricamare la complessità delle lotte dei corpi delle donne. Parole che si incontreranno e scontreranno di nuovo all’interno di un progetto di ricerca accademica e storica a mia firma che intreccerà memoria e resistenza restituita grazie alla produzione di un documentario e di un libro per la collana Transfemminismi di FactoryA/manifestolibri, entrambi in uscita l’inverno prossimo.
Ci vediamo il 21 giugno. E saremo ancora una volta marea.