Le api ce lo dimostrano. L’insieme diventa un unico pensiero, un unico sforzo, un unico sentire. E può salvare le vite delle singole entità così come le sorti di un mondo. Se l’intelligenza collettiva poggia sul presupposto che il valore del gruppo dipende dalle diverse prospettive che ciascuno può portare, è bene che in ogni bivio dell’esistenza ci siano e siano prese in considerazione diverse conoscenze ed esperienze per arricchire il processo decisionale o la scoperta di nuove soluzioni.
Questo però è possibile solo laddove un problema venga socialmente riconosciuto come di tutti, afferente alla sfera pubblica, non questione meramente intimistica, individuale o, peggio, con connotazione di genere. Insomma, la violenza sulle donne così come sulle persone trans riguarda anche e soprattutto l’universo maschile e della mascolinità, non deve certo far scandalo questo. Eppure, oltre a far ancora fatica a considerarlo senza dubbio un fenomeno sociale sistemico ed endemico, ancora è in salita la strada di una discussione in cui le differenze siano rispettate e valorizzate e dove vi sia reciprocità e collaborazione, perché tutto questo non può prescindere dalla fiducia e dal rispetto reciproci, caratteristiche spesso ancora sconosciute ai contesti sociali che abitiamo. Con il termine intelligenza collettiva si indica la capacità degli individui di lavorare e ragionare insieme come una comunità, condividendo informazioni e competenze, per raggiungere obiettivi comuni: una sorta di “mente comune” che, superando le singole capacità individuali, permetta a un gruppo di risolvere determinati problemi attraverso la collaborazione e di raggiungere così risultati straordinari o innovativi. Una sorta di unione delle intelligenze, che permette ai gruppi di essere più efficaci rispetto a quanto farebbe un individuo in solitaria. L’intelligenza collettiva si basa infatti sull’idea che la somma delle competenze individuali e delle conoscenze all’interno di un gruppo possa generare risultati superiori rispetto alla somma dei singoli contributi degli individui. Chiaro quindi come i costrutti amicali, le reti sociali, i gruppi dei pari ma anche l’associazionismo siano elementi fondativi di potenziali intelligenze collettive e relazioni di comunità da cui nessun individuo dovrebbe prescindere: proprio come i rapporti sentimentali, quelli amicali sono molto importanti perché, se soddisfacenti, predicono un benessere psicologico a lungo termine, mentre quelli conflittuali e incerti portano a un aumentato rischio di insoddisfazione nella vita. D’altro canto, però, sono le buone amicizie a predisporre ai buoni amori perché le competenze che vengono apprese e praticate nel gruppo degli amici possono essere trasferite in altri contesti relazionali come sono, appunto, quelli sentimentali.
Chi ha avuto la fortuna di avere e coltivare amicizie intime di qualità, soprattutto amici e amiche che sapevano ascoltare sviluppando dialoghi costruttivi, acquisisce un senso d’identità più forte ed è in grado d’interpretare meglio le esperienze quotidiane e questo “buon senso” del Sé diventa nel corso del tempo un fattore protettivo per lo sviluppo del benessere psico-sociale da adulti.
Un’altra area in cui questo apprendistato giovanile di condivisione si sviluppa è il lavoro: il senso di appartenenza al gruppo è di buon auspicio per il raggiungimento delle mete scolastiche e lavorative che ci si prefiggono, così come di quelle di un buon reddito e di soddisfazione professionale, suggerendo che gli adolescenti che hanno maggiori opportunità di impegnarsi in comportamenti positivi durante l’adolescenza nell’ambito di relazioni di buona qualità con i coetanei, si trovano in vantaggio per avere soddisfazioni lavorative più avanti nella vita.
L’amicizia, la sorellanza, la comunanza, come tutte le relazioni durature, si basano sullo scambio reciproco. Diamo per ricevere. Tanto che Kasley Killam, scienziato sociale di Harvard, ha sviluppato un metodo per coltivare queste relazioni, chiamato metodo 5-3-1. In sintesi, ogni settimana si cerca di entrare in contatto con cinque persone diverse, di mantenere almeno tre relazioni strette e di assicurarsi un’ora di interazione di qualità al giorno. Intervistato dalla CNBC, Killam spiega: “Se prendiamo spunto dalla ricerca sul tempo e sul numero di relazioni che le persone realmente intessono, possiamo dire che questo metodo è un buon punto di partenza.”
In conclusione, sebbene possa essere difficile mantenere le amicizie nell’età adulta, gli sforzi per farlo sono ampiamente ripagati in termini di benessere psicologico e salute mentale. Le amicizie non solo rendono la vita più felice, ma contribuiscono anche alla nostra salute cognitiva ed emotiva. E, se la prima strategia della manipolazione narcisistica violenta è quella dell’isolamento dagli affetti e dall’ambito lavorativo, allora ecco che le reti sociali possono davvero salvarci la vita.
Pensiamo allora a questo metodo harvardiano come potente antidoto alla violenza di genere, il più potente. Sono tante le campagne su diversi mezzi di comunicazione che mostrano, in occasione del 25 novembre, donne dal volto tumefatto, sofferenti, in lacrime. A queste immagini si accompagna spesso un messaggio simile: denuncia, chiedi aiuto, non stare zitta. Ma questo tipo di narrazione, nonostante la buona fede, appare problematica sotto due aspetti principali. Il primo è che in un certo modo si responsabilizza la donna sulla sua situazione. Il messaggio tanto implicito quanto subdolo è “se non denunci è colpa tua che stai zitta e rimani in questa situazione”. Ma le situazioni reali sono diverse: la maggior parte delle donne che subisce abusi ha denunciato, spesso più volte, senza ricevere una pronta risposta dalle istituzioni preposte a proteggerle.
Altro aspetto problematico è la rappresentazione stereotipata delle vittime di violenza. Queste vengono rappresentate sempre con gravi ferite, con espressioni disperate, vestiti stracciati. Ma non è sempre così. Una rappresentazione di questo tipo porta alla grave sottovalutazione di quelle situazioni in cui la violenza non è così platealmente evidente, dove non si sanguina, dove non si grida, dove apparentemente tutto scorre liscio. Tutte queste situazioni, in cui la violenza serpeggia in modo subdolo – basti pensare al potere del male delle parole, la cosiddetta “violenza di velluto”- in realtà sono le più comuni. E renderle un’eccezione non aiuta, anzi aumenta il sospetto dalle stesse persone che dovrebbero essere di aiuto e spiana la strada alla distinzione tra “vere vittime” e donne che forse stanno esagerando e che anzi, forse se la sono cercata con i loro atteggiamenti esuberanti.
La realtà è complessa e ha a che fare proprio con l’intelligenza collettiva e con le relazioni che con essa ogni donna che subisce violenza a qualsiasi livello è riuscita a intessere e mantenere negli anni. Per questo entra in gioco con un ruolo da protagonista la capacità della comunità e della sua intelligenza collettiva di fare rete e scudo a chi è stata risucchiata dal vortice di intimidazioni, minacce, limitazioni, percosse: non solo le persone con cui si condividono le giornate, bensì l’intera società, perché lo stigma sociale non venga percepito da chi subisce quella violenza ma finalmente da chi la agisce e affinché non vi siano più fraintendimenti di valutazione, nella narrazione sui media come nelle aule di Giustizia. Uno sforzo dell’intera società per trascendere quell’enorme rimosso collettivo che ci fa sentire meglio con un “io ti credo sorella” e che finalmente includa a pieno titolo azioni concrete degli uomini. L’intelligenza collettiva funziona se vi partecipano tutti, convintamente. E va insegnata sin dai primi mesi di vita.