Appunti femministi
di Eleonora Giansante De Nardis

Contro il tempo pacificato: genealogia critica di un femminismo in movimento

Appunti femministi di Eleonora Giansante De Nardis
Eleonora De Nardis
Appunti femministi

dal 15 giugno 2026 in libreria

Contro il tempo pacificato: genealogia critica di un femminismo in movimento. Se la tentazione più insidiosa, per una raccolta di scritti militanti, è quella di pacificare retrospettivamente il conflitto, Appunti femministi (Bordeaux 2026) compie invece un gesto opposto: espone il tempo nella sua irriducibile tensione, lo assume come materia viva e non come semplice cornice. Nell’ introduzione chiarisco subito con nettezza che qui il tempo non è un contenitore neutro, ma una forza che incide il pensiero, lo costringe a misurarsi con le proprie contraddizioni, lo espone alla necessità dell’errore e della revisione. In questo senso, la scelta cronologica non è soltanto un dispositivo critico, ma un atto di responsabilità politica: rende visibile la storicità dello sguardo, ne sottrae ogni pretesa di atemporalità e lo restituisce alla sua condizione situata. Ho cercato di collocare questo saggio in quello spazio raro in cui l’autocritica non è né gesto difensivo né esercizio di distanza, ma pratica costitutiva della militanza. Tornare sui propri testi significa accettare di attraversare un campo di tensioni, riconoscere le fratture senza ricomporle artificialmente, lasciare che le discontinuità parlino. È in questa esposizione che il volume trova una delle sue cifre più radicali: rifiutando ogni linearità rassicurante, costruisce una cartografia del pensiero che coincide con la sua stessa trasformazione. Ne deriva una scrittura che non si limita a documentare il presente, ma lo interroga retroattivamente, mostrando come ogni presa di parola sia già inscritta in una traiettoria di mutamento.

Questa postura si riflette anche nella natura composita dei testi, che attraversano ambiti diversi – dall’analisi sociologica all’intervento giornalistico, sino alla riflessione militante – senza mai perdere una coerenza profonda. A tenerli insieme non è un’unità formale, ma una precisa opzione epistemologica e politica: l’intersezionalità come metodo situato. Ed è proprio qui che il libro evita una delle derive più diffuse nel dibattito contemporaneo: la riduzione dell’intersezionalità a lessico identitario o a repertorio teorico astratto. In Appunti femministi si afferma invece come pratica di lettura, capace di illuminare le connessioni strutturali tra genere, classe, razza, lavoro e potere, restituendo alla complessità del reale la sua dimensione più materiale.

Non meno rilevante è la scelta di esplicitare il mio posizionamento; non in funzione meramente orientativa, ma come un vero e proprio patto con chi legge: dichiarare limiti, spostamenti, condizioni di produzione del sapere significa sottrarre la scrittura all’illusione di neutralità che ne garantirebbe sì un’autorità, ma fittizia. L’autoascolto critico diventa così una postura epistemologica rigorosa, che non indebolisce il discorso ma, al contrario, ne rafforza la legittimità proprio perché ne espone l’umana parzialità. In un contesto in cui il sapere tende spesso a presentarsi come disincarnato, questa scelta assume per me un valore squisitamente e apertamente politico.

È tuttavia nel nesso tra femminismo e lotta di classe che il volume dispiega la sua portata più incisiva. Lungi dal concepire il conflitto di genere come ambito separato, insisto spesso sulla sua inscrizione nelle dinamiche economiche e materiali del capitalismo contemporaneo: la precarizzazione delle vite, il lavoro salariato, i processi di riproduzione sociale non costituiscono qui uno sfondo, ma il terreno stesso su cui si articolano le gerarchie di genere. Ne consegue una presa di posizione netta: ogni femminismo che rinunci a confrontarsi con queste dimensioni rischia di diventare compatibile con l’ordine esistente, perdendo di fatto la propria carica trasformativa.

In questa luce, Appunti femministi si configura come una mappa critica che rifiuta la tentazione della sintesi conclusiva. Non vi è, nelle pagine del volume, alcuna volontà di pacificazione teorica: al contrario, ciò che viene consegnato è un insieme di traiettorie, di tensioni aperte, di nodi irrisolti. Il libro chiede di essere attraversato più che assimilato, discusso più che condiviso. E forse è proprio in questo rifiuto della chiusura che risiede la sua forza: nel consegnarsi come materiale conflittuale, a disposizione del pensiero critico, sempre disponibile alla contestazione e al superamento.






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