17 Sep 2026

Quanto costa il patriarcato? Un talk a Roma sabato 19/9 a NUORO7

Quanto costa il patriarcato? Un talk a Roma sabato 19/9 a NUORO7

Cura e lavoro tra genere, classe e migrazioni, come misurarne gli effetti per contrastare le disuguaglianze.

Sabato 19 settembre a NUORO7, durante il festival dell’economia sociale “Vivere, Abitare, Cooperare”, un confronto a partire dalla ricerca “Measuring Patriarchy in Italy”, con Anna Caputo della Casa Internazionale delle Donne, Papia Aktar di Arci Roma, Monica Di Sisto di ReOrient e Fairwatch, Erica Aloè di MinervaLab–Sapienza ed Eva Cammerino, consigliera del Municipio V.

Nel novembre del 2024 il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara affermava lapidariamente che “il patriarcato non esiste più”. Se allora pensavamo di aver toccato il fondo, il corso degli eventi si è incaricato di smentirci. Meno di due anni dopo, siamo passate (o meglio precipitate) dalla negazione alla rivendicazione: ecco che nel programma politico di Roberto Vannacci spunta il “patriarcato mediterraneo”, con uomini “forti” chiamati a dominare le proprie emozioni e a “proteggere” le donne. Ad accompagnare questa promessa di protezione, la proposta di abolire il reato di femminicidio.

L’aggettivo mediterraneo vorrebbe conferire al patriarcato un sapore di italica tradizione, dato che Vannacci si richiama esplicitamente alla tradizione cristiana. Peccato che sul Mare Nostrum si affaccino 21 Paesi, con una pluralità di culture e appartenenze religiose che non si esauriscono certo nella tradizione cristiana. Ma nel suo programma anche la geografia deve piegarsi alla triviale ideologia.

Convincere Vannacci sembra un’impresa poco promettente. Più utile è interrogare le disuguaglianze che la retorica contro il “woke” pretende di liquidare come invenzioni ideologiche. E cominciare dai dati.

È su questo terreno che lavorano Erica Aloè, Marcella Corsi e Giulia Zacchia, tre economiste di MinervaLab alla Sapienza Università di Roma. Il loro studio, Measuring Patriarchy in Italy, propone per la prima volta il tentativo di offrire una misurazione del patriarcato nel contesto italiano, rendendone osservabili e confrontabili alcune manifestazioni.

Alcuni dati di partenza erano già noti. La novità sta nell’organizzarli in una lettura comune dei rapporti di potere: chi dispone delle risorse, chi assume le responsabilità di cura, chi occupa le posizioni decisionali. Il patriarcato viene così indagato attraverso condizioni materiali, comportamenti familiari e convinzioni sui ruoli di genere.

L’indice riunisce una serie di indicatori articolati in quattro macro dimensioni: il dominio degli uomini sulle donne, quello delle generazioni anziane sulle più giovani, la patrilocalità (ovvero: quante coppie vanno a vivere nella casa o vicino alla famiglia del partner maschile, lasciando la propria famiglia di origine?) e il dominio socioeconomico. L’indice considera anche la distribuzione del lavoro domestico e di cura, la partecipazione femminile al mercato del lavoro, il divario nel part-time involontario, l’accesso a un conto bancario, la rappresentanza politica locale, i (pre)giudizi sull’aborto e gli stereotipi sulla violenza di genere.

Le autrici collegano ciascun indicatore a una determinata gerarchia patriarcale. Una maggiore concentrazione della cura a carico delle donne, per esempio, viene interpretata come un segnale della divisione dei compiti secondo stereotipi di genere. Opinioni dichiarate e condizioni osservate entrano così nello stesso strumento di analisi.
Il confronto restituisce una frattura netta. Su una scala di patriarcato che va da 0 a 40, il Nord-Est registra 17 punti, Nord-Ovest e Centro 18, il Sud 29. Nell’ambito socioeconomico, le distanze maggiori riguardano il divario di genere nel part-time involontario e la quota di persone che non giustificano mai l’aborto. Le autrici ne illustrano i risultati su inGenere (link)

Uno dei dati più eloquenti riguarda il lavoro domestico e di cura non retribuito: il 77% è svolto dalle donne.
Il patriarcato, dunque, presenta un conto molto concreto: costa tempo, reddito, autonomia e libertà.

Non tutte le donne pagano lo stesso prezzo
Il confronto territoriale sul divario di genere apre però un’altra domanda: chi c’è dietro la categoria “donne”? Cosa succede se provassimo a disaggregare i risultati, ad esempio, per condizione migratoria? Allargare lo sguardo significa chiedersi come il genere si intrecci con classe sociale, cittadinanza, status giuridico, razzismo e accesso ai servizi.
Nel 2025, il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni residente in Italia era del 53,8% per le donne e del 71,2% per gli uomini: un divario già di 17,4 punti percentuali. Aggiungendo la differenza tra nord e sud, il divario occupazionale aumentava di 25 punti (ISTAT, 2026)

Nello stesso anno, tra le persone con cittadinanza extra-UE, risultava occupato il 45,7% delle donne contro il 76% degli uomini. 30,3 punti percentuali di differenza. Un abisso. Fonte: XVI Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro. È il tema affrontato da Azzurra Rinaldi nell’articolo Il doppio fondo del divario di genere (link)

Queste differenze ci interrogano anche sui dispositivi di esclusione. Poter cercare lavoro dipende anche dalla disponibilità di servizi per i figli, dalla conoscenza della lingua, dal riconoscimento delle competenze, dalla possibilità di muoversi e dalle condizioni del soggiorno. Ma anche dal razzismo di chi assume. Trovare un impiego, a sua volta, non garantisce autonomia, reddito sufficiente o valorizzazione dei propri titoli di studio.

Per questo occorre tenere al centro del discorso le discriminazioni intersezionali: genere, classe e condizione migratoria hanno un effetto moltiplicatore sulle disuguaglianze. Una prospettiva che sarebbe utile espolare nello sviluppo futuro dell’indice, per rendere visibili le differenze che le medie territoriali non raccontano.

Chi cura e a quali condizioni?
Molte donne migranti o con background migratorio sono concentrate nel lavoro domestico e di assistenza familiare: un settore che costituisce uno dei pilastri del nostro sistema di welfare, ma che continua a essere segnato da bassi salari, precarietà, irregolarità e scarso riconoscimento sociale. A questo si aggiungono frequentemente la mancata valorizzazione dei titoli di studio conseguiti nei Paesi di origine e lo schiacciamento verso mansioni molto meno qualificate rispetto alle competenze possedute.

I dati ci mostrano, inequivocabili, la torsione fatale tra patriarcato e razzismo. Nel 2025, tra le persone con almeno un contributo versato all’INPS nel settore domestico, l’88,7% erano donne e il 68,9% aveva cittadinanza straniera. (INPS)
E questi sono dati che descrivono solo una parte del quadro: il lavoro regolare. Per il settore domestico nel suo complesso, ISTAT stima invece nel 2023 un tasso di irregolarità del 48,8%: quasi una persona occupata su due. Una parte essenziale della cura continua dunque a essere svolta fuori dalle tutele del lavoro regolare. Fonte: ISTAT, Rapporto SDGs 2026.

Si produce così il paradosso della cura: una parte del lavoro che permette ad alcune donne italiane di entrare o restare nel mercato del lavoro viene trasferita ad altre donne, spesso migranti e con minori possibilità di scelta.
Per questo anche l’argomento secondo cui le persone migranti “ci servono” è ugualmente problematica di chi dichiara di alzare le frontiere. Anzi, è l’altra faccia dello stesso dispositivo che regola esclusione e inclusione: non è un caso che il governo Meloni, che da una parte promuove le politiche securitarie, regola al tempo stesso gli ingressi col decreto flussi.
La cura dovrebbe essere invece una responsabilità collettiva della nostra società.

Che fare?
Misurare il patriarcato aiuta a individuare le disuguaglianze. Contrastarlo richiede di intervenire sul modo in cui distribuiamo lavoro, risorse e responsabilità.
Le politiche di “conciliazione” restano insufficienti quando lasciano alle donne il compito di far quadrare tutto. Servono servizi pubblici accessibili per l’infanzia e la non autosufficienza, salari adeguati e tutela del lavoro di cura, misure per far emergere il sommerso, riduzione del tempo di lavoro retribuito e una maggiore condivisione delle responsabilità tra i generi.

Anche i congedi indicano quanto lavoro resti da fare. Per i dipendenti, ai cinque mesi ordinari di maternità corrispondono dieci giorni lavorativi di paternità obbligatoria. La proposta di legge di iniziativa popolare “Pari alla Pari” (link) chiede cinque mesi per ciascun genitore, pienamente retribuiti e non trasferibili. La condivisione della cura ha bisogno anche di tempo riconosciuto e pagato.
Bisogna considerare la cura non come un costo privato delle famiglie o un destino femminile, ma come un’infrastruttura collettiva. Nessuna produzione economica sarebbe infatti possibile senza il lavoro che ogni giorno riproduce la vita, le relazioni e la società stessa.

Di questi temi si discuterà sabato 19 settembre a NUORO7, durante il festival dell’economia sociale “Vivere, Abitare, Cooperare”, nel panel “Quanto costa il patriarcato? Cura, lavoro e disuguaglianze tra genere, classe e migrazioni”. Interverranno Anna Caputo della Casa Internazionale delle Donne, Papia Aktar di Arci Roma, Monica Di Sisto di ReOrient e Fairwatch, Erica Aloè di MinervaLab–Sapienza ed Eva Cammerino, consigliera del Municipio V.

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