Bellissima
Cosa gli dico? Martina Carbonaro. 14 anni

So esattamente come ci si sente, vivissime, entusiaste, curiose, belle. Ho due figlie. E una casa piena di loro compagni di cui si fidano

Bellissima. Cosa gli dico? Martina Carbonaro. 14 anni
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29 Maggio 2025

Martina Carbonaro. Quattordici anni. So esattamente come si sentono le adolescenti, vivissime, entusiaste, curiose, belle. Ho due figlie. Ha un suono speciale quel turbinio nelle loro teste, quell’idea «esagerata»di libertà di chi crede (ancora) che tutto sia possibile. Cosa gli dico? In casa è un via vai di loro compagnə e amici gentili, introversi, cupi, sportivi, studiosi, isterici, somari, sfatti, educati, puzzolenti, allegri, insicuri. Ragazzi. Amici di cui si fidano e dovrebbe essere giusto così. Cosa posso dirgli, che ci siamo fattə togliere il pane e pure le rose? Lottiamo a mani nude per aiutarlə a crescere ma questo è un mondo malato e non possiamo togliere tutti i sassi dalle loro strade ma neppure insegnargli ad avere paura, a «rifugiarsi in una chiesa o in una farmacia». Una farmacia forse,  ma quale chiesa, quella di Elisa Claps, di Emanuela Orlandi? Questa è la chiesa nell’immaginario della mia generazione.  Parole a caso, squallida e ignorante boutade di stampo ottocentesco di un ottantenne fascista ministro della giustizia. Anche la classe politica andrebbe urgentemente rinnovata senza perdere la speranza che il nostro voto serva ancora.

Oggi le scuole dovrebbero fermarsi, di nuovo. Lasciar perdere l’aoristo greco, un tempo verbale potente ma che a Martina non servirà più, o le gesta del pelide Achille che esaltano violenza e guerra, o l’energia potenziale gravitazionale perché non c’è nessun potenziale nella morte. Dovrebbero parlare tra loro le persone studenti, la «materia» è la relazione tra i sessi ed è squisitamente politica, e noi chiedere a grandissima voce le dimissioni di Valditara, intanto, perché nega gli strumenti per lavorare su quest’emergenza, anzi l’alimenta, sacrificandola sull’altare della guerra fascista al woke per pagare il prezzo dei voti incassati dalla Lega tramite i provita, probabilmente. Perché nelle scuole l’educazione sessuo-affettiva, lo sportello di ascolto psicologico, i consultori devono istituire un presidio permanente, preparato, ben formato, femminista. L’intera comunità educante, docenti, genitori, studenti, deve avere spazi e tempi di confronto liberati e circolari per parlarne insieme. Altrimenti dobbiamo prenderceli da solə. Non serve dare cittadinanza ai pro-life che si agitano sui feti in una necrofilia della morte che non ha confini, i collettivi studenteschi chiedono a gran voce da anni che ci si occupi a scuola (e dove sennò?) della vita viva, quella delle troppe ragazze che stanno finendo ammazzate da maschi che non accettano la parola «No».

Occorre fare bene. Minacce, polemiche e altre sciocchezze devono finire, i finanziamenti devono arrivare a pioggia, sono soldi nostri. Anche se il buco ormai c’è, la voragine si è formata e quella non si ripara, c’è però un attivismo che si affanna da anni, che ha esperienze infinite ma risorse allo stremo, che è fatto di una miriade di associazioni femministe che lottano, scrivono, denunciano, aiutano, tengono aperti CAV, li finanziano, vanno (andavano?) nelle scuole a parlare di violenza, di frustrazione, di rispetto, di amore. Volontariato a mani nude, appunto, quando servirebbero diffusi e strutturati programmi di «recupero della devianza maschile» ormai.

Andando a parlare di violenza, di sessismo nelle scuole, più volte mi sono sentita rispondere, «se La storia è così da 2 mila anni, quella devo insegnare». No quella è la loro Storia non la nostra, è quella dei vincitori che esaltano sé stessi, non quella di tuttə, tanto che non esistono neppure le parole per raccontarla molte volte. E si, c’è moltissimo altro da insegnare. I docenti, anzi le docenti visto che il nostro sistema di istruzione scolastica è nelle loro mani, dovrebbero cambiarle queste parole per dignità verso la propria genealogia, le proprie madri, le figlie, nipoti, amiche. Potrebbero scegliere. Le indicazioni non sono bibliografie, i programmi non sono che linee guida; i libri di testo non sono obbligatori ma consigliati.

So che non è semplice ma facciamo tuttə la nostra parte per le troppe ragazze che non vedranno un futuro. E smettiamola con le guerre che non lasciano un domani a questə giovani, che smaterializzano il valore delle vite; espelliamo la militarizzazione e il suo immaginario di ordine-violenza dalle scuole. Basta con i sequestri in mare, i decreti sicurezza. Si tratta, cito, «di una realtà tragica, la cui gravità non viene intaccata dal fatto che, nella grande maggioranza dei casi, il responsabile viene individuato e perseguito (il 100% nel 2023)». Non lo scrivono attiviste radicali ma il servizio di analisi criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, in un rapporto del 2024 su I giovani e la violenza di genere, con buona pace delle galere patrie e non. Se solo questi governucoli leggessero le proprie carte.

Senza orizzonte il linguaggio è possesso, è violenza, è morte.

Gli autori sono sempre maschi (90%) si legge dai dati dei reati cd. sentinella, lo stalking, i maltrattamenti in famiglia, e un quinto ha meno di 34 anni. Con lo stupro la situazione peggiora, e i maschi sotto ai 34 anni salgono a oltre un terzo. Sono troppi, denuncia ancora il Rapporto, i casi in cui l’età degli autori è bassa: nel caso delle violenze sessuali di gruppo, nel 2023, il 65% degli autori ha meno di 35 anni (di questi un quarto è minorenne 14-17 anni; e la metà ha meno di 24 anni).

Le più a rischio di molestie varie sono le ragazze tra i 25 e i 34 anni, ma non è che le altre possono stare tranquille. E sono sempre ammazzate da partner, ex o comunque respinti (100%), anche loro per la metà non hanno ancora 30 anni.

Il 1522 ha ricevuto nel 2023 52 mila chiamate di donne e ragazze, con un’impennata dovuta allo shock mediatico del femminicidio di Giulia Cecchettin che ha incoraggiato sia le vittime di violenza che le testimoni a chiedere supporto. È questa l’importanza della comunicazione quando scarta dalla disinformazione sulla violenza. Ma, il più delle volte non mi pare che contribuisca a infrangere alcun muro del silenzio su nulla ormai, anzi. Embedded del sistema di violenze scatenato dalla patriarchia in cui anche i media vivacchiano.

«Si conferma, quindi, la necessità di riservare alla violenza di genere la massima attenzione, non solo nella prevenzione e nel contrasto, ma anche nel supporto alle vittime, nell’educazione dei giovani uomini e nelle campagne informative mirate a rimuovere quegli ostacoli socio- culturali che impediscono l’affermarsi di un’effettiva parità di genere e le difficoltà che incontrano le vittime di violenza che non sanno a chi potersi rivolgere» conclude il rapporto. Sanno, dunque. Eppure non intervengono.

Siamo vive per «culo» scrive un’amica. Diciamogli di no a questi maschi, ma che lo si insegni anche ai loro compari. Siamo troppe di meno, non saremo le ultime e, sorelle, siamo ancora sole.






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