Chi produce la violenza?

L’abolizionismo contro il falso mito della sicurezza. Intervista a Giulia De Rocco, autrice del libro «Aboliamo il carcere» (Eris edizioni, 2025)

Chi produce la violenza? L’abolizionismo contro il falso mito della sicurezza
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23 Aprile 2026

Un mondo in cui non esistano più le carceri e che metta in discussione i meccanismi che generano violenza all’interno della società, soprattutto nei confronti delle classi più oppresse. I movimenti per l’abolizione del carcere e della polizia, nati dalle comunità razzializzate soprattutto degli Stati Uniti, hanno raccontato quanto la prigione sia stata funzionale alla loro segregazione. Il pensiero abolizionista è partito dal riconoscimento della relazione tra violenza di stato e violenza individuale, proseguito poi con un approccio trasformativo che ha attraversato le contraddizioni della società, dei sistemi di oppressione e ingiustizia sociale che regolano punizioni e pene. Sistemi fallaci, dunque, che non tengono conto di una società in cui le politiche neoliberali alimentano povertà, sfruttamento, razzismo e machismo. Dove il sistema carcerario e quello poliziesco accrescono dinamiche di controllo, giustizia punitiva, disuguaglianze e violenza. Questo tema si è aperto anche nel pensiero e nelle pratiche femministe, anche a partire dal testo, Abolizionismo. Femminismo. Adesso (Alegre, 2023) di Angela Y.Davis, Gina Dent, Erica R.Meiners e Beth E. Richie. Ha affrontato il tema anche l’avvocata per i diritti umani Derecka Purnell, nel suo saggio Come sono diventata abolizionista (Fandango, 2023)in cui parla della lotta per l’eliminazione della polizia e dell’impegno nel creare e supportare risposte diverse al problema del «danno» nella società.È  dunque possibile immaginare una risoluzione dei conflitti che non implichi il ricorso alla polizia e agli strumenti della giustizia punitiva? Giulia De Rocco, attivista nel mondo carcerario e ricercatrice di pedagogia all’Università di Bologna, ha da poco pubblicato il libro Aboliamo il carcere (Eris edizioni, 2025).

Scrivi:«Il reato come sofferenza inflitta viene trattato solo attraverso l’esclusione di chi ha procurato la sofferenza, inserito in un percorso di rieducazione». Si è diffusa infatti l’alternativa della giustizia riparativa. In che modo, secondo te, può essere messa in pratica?

Il fatto che la giustizia penale sia strutturalmente attenta solamente a chi commette il reato è stata una delle evidenze che ha mosso riflessioni verso una giustizia diversa che, in primis, non lasciasse da sola la persona che aveva subito un danno. La giustizia riparativa è stata uno degli esiti di queste riflessioni: è stata teorizzata, praticata, proceduralizzata e recepita istituzionalmente in molti contesti, inclusa l’Italia. È stata applicata in ambito minorile (ma non solo), soprattutto attraverso lo strumento della mediazione penale, che mette al centro l’incontro, la relazione – mediata da una persona formata – tra chi ha compiuto e chi ha subito il danno. Questi incontri hanno effetti molto preziosi: spesso una effettiva guarigione dalla sofferenza, da entrambe le parti. Poi c’è il paradigma trasformativo (ne parla Giusi Palomba nel suo La trama alternativa, Minimum Fax 2023), che fa un passaggio ulteriore: convoca le riflessioni sui sistemi di oppressione che producono/legittimano la violenza o l’accesso a condotte che vengono considerate «devianti».

 Se la punizione è diventata una strategia educativa: come è possibile cambiare rotta?

Un punto di partenza è quello di interrogarci sul bisogno del carcere e, più in generale, della punizione. Si tratta di un dispositivo che ci porta a controllare alcuni aspetti della convivenza delle persone nel mondo, senza però comprenderli: gli effetti della colonizzazione e la gerarchizzazione dei passaporti in termini di libertà di movimento nel mondo, la distribuzione iniqua di ricchezza e risorse che riproduce l’oppressione di classe. Ma penso anche alle persone piccole: se non usassimo la punizione come strumento per la loro educazione, forse troverebbero strategie diverse per gestire la frustrazione o la rabbia? Penso alla percezione della sicurezza: il carcere pare faccia sentire al sicuro, ma sappiamo che non funziona e che la violenza continua a succedere. Se tutte le persone avessero lo stesso accesso alle cose che nella vita producono benessere (l’educazione, le cure per la salute mentale, la sanità, la casa, il cibo buono, risorse materiali etc.), forse cambierebbe la nostra idea di sicurezza e di giustizia. Forse non avremmo più bisogno del carcere e della punizione ma riusciremmo a costruire percorsi alternativi, centrati su una cura integrale che non preveda violenza ed esclusione.

Vi sono svariate obiezioni alle teorie abolizioniste: che ne facciamo delle persone che agiscono violenza e producono sofferenza? Può davvero esistere un mondo senza polizia?

Le pratiche e le teorie abolizioniste rispondono che carcere e polizia sono dispositivi di potere e abitudini di pensiero. Infatti, se continuiamo ad affidarci all’esclusione, alla temporanea incapacitazione delle persone all’interazione con il resto del mondo, non possiamo capire se altre strade sono possibili.  Credo che vadano agite, da una parte, forme collettive di prevenzione: come delegittimare la violenza? Come gestire i conflitti, le frustrazioni, i rifiuti senza ricorrere alla prevaricazione? Dall’altra, quando la violenza è agita, trovare dei modi diversi dell’incarcerazione per rispondere, che includano i bisogni di chi sopravvive. Come l’attivazione di percorsi di guarigione e di riparazione che producono cambiamento, trasformazione. T’immagini se avessimo a disposizione le risorse che lo stato impiega per la gestione degli istituti di pena per percorsi educativi e di cura?

Come si esplicita la pratica abolizionista?
È nata da chi è stato in carcere, da chi lo ha attraversato per visitare persone care detenute, o da chi ha avuto paura di finirci per tutta la vita. Per me, il progetto di superare il carcere prevede un lavoro su almeno due livelli: quello intimo/relazionale, legato alla risoluzione dei conflitti interpersonali, agli strumenti per lavorare sulla sofferenza, sul privilegio e sulla sopravvivenza. E quello collettivo, di lotta per la giustizia sociale, contro le oppressioni e le violenze sistemiche. L’aspetto peculiare dell’abolizionismo è che non si può fare senza interpellare le persone che sono in carcere o che sono sopravvissute ad esperienze di carcerazione. Non possiamo farlo solo da fuori: entriamo, parliamo, conosciamo, costruiamo, impariamo, cospiriamo.






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