Ci si sono ristretti i diritti
Esistono molti modi per eliminare un diritto senza eliminarlo. Dove stiamo andando?
Pubblicato da: La Prof newsletter
Esistono molti modi per eliminare un diritto senza eliminarlo.
In Italia lo sappiamo benissimo, come si fa.
Si lascia la legge dov’è, ma si smette di garantirne le condizioni di esercizio.
E poi, si aspetta.
Vi faccio subito un esempio.
La legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza è intatta, è sempre lì.
Formalmente, il diritto delle donne italiane all’autodeterminazione è rispettato.
Nel frattempo, però, sono state create le condizioni per svuotare quel diritto.
Nel 2023, il 57,1% delle e dei ginecologi si è dichiarato obiettore di coscienza, tra le percentuali più alte in Europa. Su 540 strutture autorizzate con reparto di ostetricia e ginecologia, solo 327 effettuano effettivamente l’IVG. Delle 3.451 donne che in quell’anno si sono spostate fuori dalla propria regione per abortire, il 26,4% proveniva dalla Basilicata, il 14,2% dal Molise, secondo la Relazione Ministero della Salute sull’attuazione della L.194 del marzo 2026.
Questo è il meccanismo che il report Cittadinanze Sospese, pubblicato nel 2026 da Semia Fondo delle Donne e curato da Giulia Marchese, Marta Nicolazzi, Aurora Perego e Massimo Prearo, chiama “cittadinanza sospesa”: un’appartenenza formale alla comunità politica a cui non corrisponde un accesso sostanziale ai diritti dichiarati. Un concetto che vale per le donne che cercano di abortire in Basilicata, per le persone LGBTQIA+ in un Paese che ha approvato le unioni civili dieci anni fa e da allora si è fermato, per le persone migranti trattenute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (all’interno dei quali, tra il 2014 e il 2024, si sono contati 15 decessi), per le persone con disabilità di cui il 67,7% tra i 15 e i 64 anni risulta fuori dal mercato del lavoro, in una condizione di inattività strutturale che la legge ignora e le istituzioni lasciano intatta.
L’Italia è classificata dall’Economist Intelligence Unit come una “democrazia difettosa”: un sistema dotato, sì, di elezioni regolari e diritti formalmente sanciti, ma che mostra una persistente capacità selettiva, quando si tratta di garantire l’uguaglianza civile e la tutela delle minoranze (se avete la curiosità sulla situazione negli altri Paesi, trovate i dati QUI). Freedom House, nel suo rapporto del 2026, assegna all’Italia 87 punti su 100, in calo rispetto all’anno precedente. Il punto, però, è uno solo: l’Italia ottiene risultati relativamente positivi sugli indici che misurano il quadro normativo formale e risultati assai peggiori su quelli che misurano le condizioni materiali di vita delle persone (Report completo QUI).
Semia ha costruito, per dimostrarlo, un dataset originale: 1.224 atti legislativi su tre legislature consecutive (dalla XVII alla XIX, ovvero dal 2013 a oggi) tracciati lungo l’intero ciclo di vita, classificati per area tematica, tipo di strumento, direzione dell’impatto e canale istituzionale.
I numeri sono inequivocabili.
Su 1.117 atti parlamentari in materia di diritti e cittadinanza, solo 36 sono diventati legge: il 3,2%. Su 107 strumenti governativi, 101 hanno raggiunto l’esito finale: il 94,4%. Il divario è di 29 volte. La differenza strutturale è questa: una proposta di legge parlamentare deve costruire consenso attraverso commissioni, aule e due rami del Parlamento, senza limiti di tempo. Un decreto legge del Governo entra in vigore il giorno stesso della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e il Parlamento ha 60 giorni per bloccarlo. Questo significa che l’onere si inverte: tocca alla maggioranza parlamentare attivarsi per fermarlo, mentre al Governo basta pubblicarlo.
La tendenza si accentua nel tempo: il tasso di conversione parlamentare scende dal 6,5% della XVII legislatura all’1,4% della XIX.
Nel 2024: 83 proposte parlamentari presentate, nessuna conclusa; 11 strumenti governativi presentati, tutti giunti all’esito finale.
La selettività del blocco dice tutto.
Le uniche aree in cui il Parlamento converte proposte sopra la media sono quelle legate all’antiviolenza e all’infanzia. Terreni di consenso trasversale, dove nessuna forza politica può permettersi di stare dalla parte sbagliata in modo visibile. Diritti LGBTQIA+, salute sessuale e riproduttiva e libertà religiosa registrano un tasso di conversione parlamentare pari a zero lungo tutto il decennio osservato. Atti presentati, iter avviati, commissioni investite: tutto si ferma prima della legge. Le misure restrittive, pur essendo molto meno numerose di quelle espansive, diventano legge nel 17,6% dei casi, contro il 10,3% di quelle espansive. Dei 27 provvedimenti restrittivi approvati, 25 sono decreti dell’esecutivo.
La restrizione dei diritti passa per decreto.
La loro espansione si arena in Parlamento.
Fin qui si potrebbe pensare di essere di fronte ad una mera questione di numeri.
Però…
Se interpellato sul tema, il 70% della popolazione italiana si dichiara favorevole alla libertà di vita delle persone LGBTQIA+ (per approfondire, QUI).
Ciononostante, in tre legislature, nemmeno una proposta parlamentare in quest’area è diventata legge.
Insisto: il 70% è totalmente favorevole alla legalità dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, una percentuale perfino superiore rispetto alla media internazionale, che secondo IPSOS si attesta al 56% (dati QUI).
Eppure, il finanziamento pubblico alle organizzazioni anti-scelta cresce, l’accesso al servizio si deteriora, le linee guida ministeriali sulla deospedalizzazione dell’aborto farmacologico rimangono disattese in quasi tutte le regioni.
Un dato positivo?
Il Paese è più avanzato della sua legislazione.
Il Report di Semia Cittadinanze Sospese misura questa distanza con rigore, appoggiandosi su fonti istituzionali europee, dataset originali, analisi longitudinali su dieci anni, il tutto in una prospettiva dichiaratamente transfemminista e intersezionale.
Quello che emerge è un Paese in cui il problema centrale è il luogo in cui i diritti si fermano, ancora prima della loro assenza. Un Paese che ha costruito un sistema capace di produrre cittadinanza piena per alcune persone e di sospenderla per altre, lungo linee di genere, sessualità, origine, disabilità.
Dicevamo che il Paese è più avanzato del suo apparato normativo.
Quasi quasi, sembra un complimento.
Ma secondo me, non lo è.