Cittadinə imperfettə
contro la legge dei muri
pratiche e pensiero femminista contro la politica delle deportazioni e delle gerarchie di frontiera
Quanto accade oggi negli Stati Uniti in materia di immigrazione, deportazione e polizia di frontiera non può essere letto come un eccesso distante o come una deriva estranea al contesto europeo. La genealogia richiamata dalla scrittrice Igiaba Scego – l’ICE non come “anomalia”, ma come riattualizzazione di una storia statunitense di caccia ai corpi razzializzati degli schiavi – è utile proprio perché sposta la discussione dal registro morale (“sono cattivi”) a quello politico-istituzionale (“quali condizioni rendono questo apparato legittimo e replicabile”).
Le pratiche e le teorie femministe hanno una competenza specifica su questi temi per ragioni strutturali in quanto storicamente il femminismo ha interrogato i confini della cittadinanza: chi è incluso pienamente nella comunità politica, chi resta ai margini, chi è ammesso solo in modo condizionato e revocabile, da qui lo spostamento verso una riflessione più ampia sulla cittadinanza come marcatore dell’appartenenza e sulla frontiera come dispositivo che produce gerarchie di vite e che via via si sposta fisicamente e legalmente verso l’interno della comunità politica.
In questa prospettiva la “frontiera” diventa un luogo di selezione, controllo, respingimento e trattenimento offrendosi come osservatorio privilegiato per capire come si ridefinisce in concreto l’accesso ai diritti. Quando lo sguardo si sposta dalla cittadinanza “dal centro” alla cittadinanza vista “dalla frontiera”, appare chiaro che inclusione ed esclusione non sono alternative nette, ma un continuum: inclusioni parziali e subordinate, esclusioni che operano anche dentro la comunità politica, dove le pratiche si costruiscono con il linguaggio, si sedimentano nelle procedure amministrative, diventano socialmente accettabili prima ancora che pienamente formalizzate giuridicamente. È in questa fase che si gioca la tenuta democratica: un lessico disumanizzante, una grammatica dell’emergenza permanente, una rappresentazione razzializzata della pericolosità e la trasfigurazione della gestione amministrativa in “necessità securitaria”. Così si è consolidata anche nel nostro ordinamento la categoria di crimmigration, ossia l’intreccio crescente tra diritto penale e diritto dell’immigrazione, attraverso il quale le frontiere giuridiche producono condizioni di non-appartenenza durevoli, rendendo strutturale la precarietà giuridica di gruppi interi.
Senza mitizzare gli Stati Uniti come “laboratorio” e senza considerarli un’eccezione, alcuni tratti del sistema di deportazione e detenzione statunitense aiutano a capire come si costruisce un modello operativo esportabile che impone una seria riflessione sulla direzione attuale del diritto europeo e nazionale in materia di regolazione dell’immigrazione. I dati ufficiali (DHS/OHSS e report di ICE) documentano volumi elevati e continuativi di “removals” e rimpatri forzati, che rendono la deportazione una pratica ordinaria di governo. Una parte rilevante dell’efficacia operativa dipende dall’integrazione tra banche dati e piattaforme delineando un apparato “data-driven” che trasforma l’enforcement in selezione algoritmica e profilazione amministrativa. Il trattenimento non è solo “custodia”, ma dispositivo di pressione (sulla persona e sulle sue scelte procedurali) e di disarticolazione delle relazioni. La letteratura e le organizzazioni per i diritti umani documentano impatti psichici e materiali, in particolare quando la detenzione si combina con isolamento, incertezza temporale, accesso insufficiente a cure e tutela legale. Tutti elementi che sono propri anche del sistema di detenzione amministrativa della popolazione in mobilità transnazionale in Europa, a partire dall’Italia.
Questi elementi mostrano come un sistema diventa replicabile: attraverso linguaggio tecnico, procedure standardizzate, infrastruttura tecnologica, privatizzazione della gestione delle strutture che privano della libertà (come sperimentato da oltre venti anni in Italia con i centri di detenzione per le persone straniere, dagli originari CPT agli attuali CPR) e produzione di accettabilità sociale delle pratiche di allontanamento forzato. In Europa e in Italia, attraverso il linguaggio del diritto, alla metà degli anni Novanta è tornato d’uso un vocabolario della deportazione che pensavamo prodotto di una storia irripetibile, proprio perché divenuta impronunciabile: espulsione, rimozione, rimpatrio, “partenze volontarie”, push-back/pull-back, removal. Termini presentati come tecnici e neutrali, che ricodificano però il potere dello Stato di interrompere la relazione di responsabilità verso chi non è cittadino/a, collocandolo fuori dalla sfera effettiva dei diritti.
Qui si innesta la finzione di non ingresso e i non-entrée mechanisms: la persona può essere fisicamente presente ma giuridicamente “non entrata sul territorio”, con l’effetto di aumentare la “detenibilità” e rendere il trattenimento uno strumento ordinario di gestione dei flussi. In questa cornice discorsiva si colloca la dottrina della remigration della destra autoritaria transnazionale, che rischia di far ingresso alla Camera dei deputati che dovrebbe ospitare un evento sul tema il 30 gennaio prossimo: non solo rimpatrio di chi è privo di titolo di soggiorno, ma smantellamento dell’appartenenza in quanto tale, anche a prescindere dal radicamento e dalle relazioni, su base identitaria. Su questo punto è importante essere precisi: la remigration opera come progetto politico e, insieme, come effetto sistemico di politiche che producono instabilità permanente materiale e giuridica. La discussione pubblica recente in Europa mostra come il termine venga usato e legittimato in ambienti dell’estrema destra e in reti transnazionali in stretto nesso con i discorsi sulla denatalità e con le politiche di controllo della riproduzione secondo una linea coerente che produce e rafforza gerarchie, a partire da quelle di genere. La dottrina della remigration però non resta cornice teorica, ma si traduce già in concreto in pratiche di stigmatizzazione individuale e vere e proprie “cacce all’uomo” delegate ai privati. Da un lato si definisce una popolazione “da proteggere” (nazione, identità, “famiglia”), dall’altro una popolazione “di troppo” che deve essere eliminata con il contributo di tutti. In mezzo, il controllo dei corpi – migrazioni, riproduzione, sessualità – diventa un linguaggio politico comune: chi può entrare, restare, riprodursi, essere creduto/a, essere protetto/a, godere o meno di diritti.
La prospettiva femminista riconosce e smaschera una razionalità unica dietro politiche che si presentano come compartimenti separati: controllo sociale, gestione differenziale dell’appartenenza, disciplina dei corpi, razzializzazione della violenza di genere contro le donne. Anche l’uso strumentale della violenza di genere infatti è funzionale ad alimentare il panico morale contro le persone straniere e a giustificare politiche razziste, sposta la violenza “altrove”, verso una specificità culturale per convertirla in argomento securitario, impedendo politiche efficaci di prevenzione e contrasto e ignorando che sono proprio le politiche e le leggi che regolano la mobilità internazionale delle persone che producono le condizioni giuridiche e materiali di ogni forma di violenza, da quella sessista a quella razzista.
Per comprendere fino in fondo la forza escludente della cittadinanza così come ridefinita oggi, è utile assumere lo sguardo proposto da Seyla Benhabib, che invita a leggere la migrazione dall’esterno della frontiera, ricostruendone le tappe – emigrazione, primo ingresso, assorbimento, incorporazione, fino all’accesso alla cittadinanza politica – come un percorso solo apparentemente lineare. Benhabib ne mostra infatti il carattere profondamente selettivo e reversibile, decostruendolo attraverso il richiamo al diritto di visita e di ospitalità formulato da Kant e intrecciandolo con la proposta di Hannah Arendt del «diritto di avere diritti». Per Arendt, questo enunciato implica anzitutto il riconoscimento di un’appartenenza a una comunità politica che non dipende dalla nascita, ma da una comune umanità. E tuttavia, anche questa fondazione non è immune dalla produzione di insiders e outsiders: se per Arendt la cittadinanza resta la garanzia fondamentale della tutela dei diritti, Benhabib mostra come la sfida contemporanea consista nello sganciare il «diritto di avere diritti» dalla nazionalità, costruendo una nozione di giusta appartenenza incompatibile con la condizione di estraneità permanente.
È in questo spazio critico che si apre la possibilità di togliere alla cittadinanza e alla frontiera il loro potere automatico di escludere. La frontiera può allora essere pensata non solo come linea di separazione, ma come paesaggio in cui l’incontro, lo scambio e l’attraversamento tornano a essere esperienze politicamente rilevanti. In questa prospettiva, l’appartenenza non si esaurisce nello status giuridico, ma si radica nelle relazioni, nei legami, nelle biografie. È qui che le pratiche e il pensiero femminista offrono un contributo decisivo: le donne non sono mai state pienamente incluse nella cittadinanza così come storicamente costruita ed è proprio a partire da questa cittadinanza imperfetta che diventa possibile ripensarla. Alla frontiera, la cittadinanza incompiuta delle donne incontra le molte cittadinanze imperfette delle persone che fanno esperienza della mobilità transnazionale. Da questo incrocio emerge una misura diversa del diritto: non più fondata sull’astrazione dell’individuo neutro, ma sulla concretezza dei corpi, delle relazioni, del desiderio. Ripercorrendo le biografie femminili che attraversano le frontiere, il femminismo giuridico mostra come la violenza istituzionale non sia un effetto collaterale, ma una componente strutturale dei regimi di confine. Alla frontiera non arrivano individui isolati e intercambiabili, ma soggetti relazionali, legati a reti affettive e di responsabilità che non si lasciano ridurre alle classificazioni amministrative. Come ha scritto la storica Emma Baeri Parisi, non individui, ma dividui: soggettività costitutivamente in relazione. È da qui che diventa pensabile un gesto politico radicale: il richiamo a ciò che viene prima della legge dei muri, a un principio relazionale che mette in discussione la pretesa sovrana di decidere chi può appartenere e chi deve essere espulso.
Su questo le pratiche femministe propongono dunque criteri di governo che producono una rottura nel discorso pubblico non più procrastinabile: la frontiera è un test dei diritti, ciò che si tollera alla frontiera tende a rientrare nell’ordinamento (procedure, standard, abitudini istituzionali), così come sta accadendo negli USA, ma pure nella gestione nostrana di ogni forma di dissenso politico con le più recenti riforme legislative. Bisogna smontare il tecnicismo e nominare gli effetti: “trattenimento”, “removal”, “zona di transito”, “rimpatrio volontario assistito” “deportazione” non sono parole neutre ma descrivono scelte che incidono su libertà, relazioni, salute, accesso alla giustizia. Bisogna disarticolare il paradigma della “sicurezza” intesa come controllo delle vite per ridefinirla in termine di responsabilità come criterio politico che assicuri e sia presidio di garanzie effettive, accesso ai diritti sociali, tutela legale, controllo democratico degli apparati e rifiuto di dispositivi che governano attraverso instabilità permanente delle vite e degli spazi sociali.
Senza una politica capace di assumere la sicurezza come responsabilità collettiva e come garanzia effettiva di diritti, a partire da quelli sociali, la prevenzione resta un enunciato formale e il governo delle frontiere continua a produrre violenza istituzionale come esito ordinario cui tutt3 siamo espost3.