Come resistono le maestre
Lo svuotamento della funzione docente e l’imprevedibilità dei corpi che abitano le scuole
Come muoiono le maestre intitolava Matilde Serao un articolo sul Corriere della sera del 1886, a commento del suicidio di Italia Donati, maestra del Regno, nel 1886. Prima vittima di sessismo, la definiva poi Elena Gianini Belotti nel bellissimo romanzo a lei dedicato Prima della quiete. Storia d’Italia Donati (Rizzoli 2003). Così muoiono le maestre della scuola pubblica e antifascista, quella nata dalla Costituzione, potremmo parafrasare oggi alla luce di un sotterraneo e oscuro percorso che ha portato a svuotare lentamente la funzione docente.
Al presente spetta il primato di accelerare questo processo che però, va detto, ha origini nel passato recente in cui la scuola – come funzione pubblica e come organo costituzionale – ha patito il disamore di tutti i governi, da destra e da sinistra, che ne hanno intaccato la struttura.
Si annuncia già alla fine degli anni Novanta con la riforma del sistema dei crediti per le Università, del ministro Berlinguer, che introduce forti sbarramenti nell’accesso alla carriera di insegnante.
La relativa riforma delle classi di concorso e l’introduzione della laurea per l’insegnamento nei gradi inferiori di scuola, non si accompagna con il riallineamento economico dei salari e marca la perdita di prestigio sociale dell’insegnante. Complice il berlusconismo più trionfante, l’insegnamento diviene una di quelle posture superate e superabili da una società che sogna sé stessa dai siparietti delle tv commerciali e dalla favola del self-man.
Un’intera categoria, quella docente, perlopiù femminilizzata, si precarizza in un lungo ventennio di riforme dei percorsi di accesso alle cattedre travagliato e inconcluso. La professione docente si svuota velocemente del suo alto senso pubblico, di respiro antifascista e trasformativo: di contro il contesto sociale italiano resta frammentato e fragile, ad altissimo rischio dispersione e abbandono scolastico. La profezia pasoliniana si avvera e all’apparente agio delle classi medie non corrisponde una rivalutazione del ruolo e della centralità di una funzione docente pubblica come leva dell’equità, della promozione delle persone, unica possibilità concreta per la realizzazione piena dell’art. 3 della carta costituzionale. Al contrario, la brevità dei contratti e l’assoluta arbitrarietà con cui lo stesso ruolo viene ricoperto a condizioni economiche precarie e diverse, aumenta il senso di divisione e la dinamica centrifuga.
La funzione docente non trova più le condizioni materiali per essere una classe di lavoratrici compatta e consapevole.
Refluisce nei rivoli dell’impiego di sostegno al reddito familiare che rimane fra le scarse possibilità lavorative offerte alle donne italiane sempre impegnate nel lavoro riproduttivo in un Paese dove il gender gap salariale resta, a tutt’oggi, il segnale di un patriarcato in ottima salute. Forse partendo da qui si comprende come nelle ultime elezioni il partito più votato tra le cattedre sia Fratelli d’Italia.
Uno snodo funesto senz’altro è quello rappresentato dalla cosiddetta Buona Scuola di Renzi (L. 107/2017), che sposta il perno della struttura scolastica dal ruolo e prestigio della funzione docente sul controllo e la discrezionalità del dirigente. Le scuole, come tante aziende, rispondo in primis a un regime di interessi e a istanze espresse all’apice del sistema. Dal preside o direttore, si passa al “dirigente” scolastico. Sfugge al dibattito pubblico come questo slittamento non sia solo di nomenclatura: la funzione docente viene allineata ad altre funzioni pubbliche, dimenticando la sua specifica vocazione a farsi strumento per la realizzazione dei valori costituzionali, non solo e non tanto nel presente, ma per renderne certa la longevità e la salute nel futuro. Riportate al ruolo di dipendenti, soggette all’autorità di un singolo, le persone docenti perdono definitivamente la consapevolezza di essere chiamate a una fedeltà più alta che è quella ai valori dell’antifascismo, dell’inclusione e dell’esercizio delle libertà fondamentali della persona. Così si comincia a contrabbandare l’acquiescenza per spirito di comunità.
Ben si comprende che il capitolo ultimo di questa storia, che si va completando sotto i nostri occhi, preveda in qualche modo l’archiviazione definitiva della pratica “funzione docente” nella scuola pubblica. Anche per la classe docente arriva il merito.
Nel sito della Scuola di Alta Formazione (SAFI) – istituita dal governo Draghi e ripresa e potenziata dall’attuale governo – è pubblicata la Direttiva di definizione degli obiettivi formativi dei percorsi della formazione volontaria e incentivata che annunciano la revisione dei percorsi di formazione in servizio/aggiornamento delle persone docenti. Sul sito si legge che verranno istituiti percorsi triennali di formazione/aggiornamento scelti nonché erogati da soggetti indicati dal MIM (Ministero dell’Istruzione e del merito). Al superamento degli stessi sarà agganciato un incentivo economico: così la formazione si trasformerebbe in volontaria e incentivata (FOVI). Curioso binomio quello di una volontarietà subordinata alle necessità economiche soprattutto se correlato a un salario in netta perdita rispetto a indici essenziali quali, ad esempio, l’inflazione. Inoltre, se mai apparisse equo un sistema di collegamento tra formazione in servizio e posizione economica – la vulgata dei meritevoli – non è chiaro se e come l’accesso a tali percorsi sia garantito a tutte le lavoratrici che ne facciano richiesta o riservato, piuttosto, a una quota di “elette”. Altrettanto oscuro a chi spetterebbe la scelta delle meritorie che potrebbero accedere ai percorsi della FOVI. Se così fosse, in un colpo solo sarebbe limitata da un lato un’articolazione essenziale della libertà d’insegnamento, ovvero la discrezionalità reale sui percorsi da intraprendere ivi compresa l’auto-formazione, dall’altro si aprirebbe di fatto a un sistema di sostanziale iniquità salariale dove a decidere l’accesso agli incentivi potrebbero essere proprio le figure al vertice dell’apparato scolastico. In piena congruenza con il modello aziendalistico che, d’altra parte, prevede proprio l’avanzamento di pochi e lo schiacciamento di molti con un sistema “premiale” e di promozioni assegnato dai capi.
Quando Lea Melandri dalle pagine e dalle esperienze di L’erba voglio (Milano 1971-1977) richiamava la relazione educativa come una delle relazioni primarie nella ridefinizione di una geografia della sensibilità e in un ecosistema affettivo della vita non più confinata negli astratti universalismi del patriarcato, poneva con incredibile lungimiranza il seme della resistenza a cui oggi come docenti siamo chiamat3. Nella parabola disgregante della funzione docente esiste un’altra storia che scorre sotterranea, si sostanzia nella molteplicità della rete scolastica, si irradia diffondendosi sul territorio: è una storia transfemminista, di pratiche di inclusione, di auto-consapevolezza, di decostruzione di nuovi canoni e di nuove architetture dei saperi.
Soprattutto è una storia che va alla radice di ogni pedagogia, ovvero la relazione e l’orizzonte di attesa in cui si iscrive il gesto educativo. Un gesto che è sempre personale e collettivo.
Un gesto che è un’apertura e che ci costringe all’azzardo dell’asimmetria senza autorità, della conoscenza senza dogmi, della comprensione di sé attraverso il mondo. È questa storia a cui si rifanno coloro che oggi prendono parola per rivendicare la legittimità di uno spazio pubblico di discussione sulla scuola, l’imprescindibilità della libertà di ricerca e di insegnamento come baluardi, non solo dell’istruzione e dell’alta formazione, ma dell’assetto democratico del nostro Paese. Questa storia che è passata da bell hooks (Insegnare a trasgredire, trad. it., Meltemi 2020), che si nutre delle istanze di giustizia sociale (L. Milani, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina 1990), ambientale e di/dei generi (Convenzione di Istanbul, l’istituto delle 150 ore per il diritto allo studio), ha tratto consistenza dalle pratiche dal basso, dall’auto-formazione, dai luoghi e dagli interstizi del sistema che guardano al presente con la consapevolezza di avere in mano la speranza di un futuro libero da oppressioni. Saremo liber3 in libera scuola.