Complicità femministe
La pratica delle relazioni contro i fascismi contemporanei per inceppare il tempo del capitalismo e del patriarcato
Pubblicato da: Alias, il manifesto
il: 18/01/2025
Nel 1979, in una trasmissione dal titolo Noi, voi, loro-donna condotta insieme a Lidia Campagnano su Radiotre, Rossanda si chiede: «come costruire una dimensione politica senza distruggere la diversità della persona, come fondare sulla diversità della persona un principio di validità che vada oltre di essa, e cioè sia ‘politica’?». Si tratta di una domanda fondamentale per pensare la pratica e la teoria politica perché interroga alla radice la possibilità di immaginare dei soggetti collettivi e di agire di concerto. Sono quelle conversazioni (R. Rossanda, Le altre, Bollati 1979; manifestolibri 2021) in cui Rossanda dialoga con molte donne (e qualche uomo) di diversa provenienza ed estrazione per interrogarsi sulla specificità della sfida che le donne ponevano e pongono alle forme tradizionali della politica. In pieno stile femminista, Rossanda parte da sé e dal suo non essere femminista, ma anzi, dall’aver attraversato la politica quasi senza sapere di essere donna, se non per sfruttarne alcuni vantaggi. Una estraneità al femminismo, che diventa però immediatamente disponibilità all’ascolto. E in questo ascolto sta già una prima risposta alla domanda su come coniugare diversità e politica: Rossanda, infatti, ci mostra come sia possibile costruire un discorso comune a partire da un ascolto che potremmo definire situato, che non rinnega la propria storia e non nasconde i punti di conflitto con le interlocutrici, ma che, al contrario, si nutre di passati e presenti diversi per dare significati nuovi alle parole.
La domanda di Rossanda, così, è una domanda più che mai attuale, che ci spinge a chiederci come costruire alleanze, ma potremmo dire anche convergenze per usare un termine che ha risuonato molto nelle piazze italiane, o complicità. Ed è particolarmente interessante che questo tema emerga in dialogo con diverse posizioni femministe, nella costruzione di un lessico della politica che attraversa lemmi fondamentali, da libertà a uguaglianza, da fascismo a rivoluzione. Proprio ragionando sulle parole chiave emerge il paradosso del femminismo, che contrappone un vuoto ad un linguaggio denso e pieno. Un vuoto che rende impossibile il proselitismo e le forme organizzative della politica perché impone, prima di tutto, di interrogarsi su di sé, sui propri rapporti, sulla propria vita. Impone di ripensare radicalmente la politica stessa rinunciando all’astrazione e immaginando tempi diversi: non solo perché, materialmente, i tempi delle donne sono differenti, ma perché a partire dalla vita si leggono diversamente le priorità politiche. E in questo senso è interessante leggere Le altrepensando agli scioperi che il movimento transfemminista globale ha promosso negli ultimi anni: momenti in cui inceppare il tempo del capitalismo e del patriarcato e in cui dare vita a forme di organizzazione inedita, perturbando la concezione classica dello sciopero.
Rossanda, in fondo, sembra porre anche ai femminismi contemporanei la sfida di un metodo che sappia farsi universale senza perdere la propria particolarità, di una capacità di ripensare tattica e strategia a partire dalle relazioni. Propone che «il femminismo tenti di imporre al movimento anticapitalistico, che non è soltanto movimento proletario, il livello di intuizione della complessità dei rapporti anche interpersonali che investono il limite e la separatezza della politica tradizionale e che il movimento delle donne ha intravisto». Una sfida che quelle pratiche che riassumiamo sotto il nome di intersezionalità provano a mettere in atto, ma che, a partire dalla storia comunista di Rossanda, diventa una sfida ancora più radicale che mette in discussione la formazione stessa delle identità e le possibilità del loro superamento non in direzione di una neutralità posticcia, ma verso una uguaglianza differente.
E questa sfida è ancora più necessaria oggi, per resistere non solo ai processi di ipostatizzazione delle differenze in posture identitarie e alle passioni tristi che portano con sé, ma anche per costruire una radicale azione contro i fascismi contemporanei, che si si basano, come sottolinea Rossanda commentando il lemma fascismo, sui valori di ordine, disciplina, purezza e trascendenza, «tutti valori, diciamo così, parapolitici, intrinseci o tradizionalmente attribuiti all’esperienza familiare e alle relative virtù, che sembrano fatti propri e dilatati in ‘valori per la società’ dal fascismo». E in questo quadro, sembra dirci Rossanda, costruire complicità a partire dal femminismo, che ha visto in maniera lucidissima le tirannie della famiglia e del privato, è un compito necessario, per pensare una politica all’altezza dei problemi del presente.