Corpi che parlano di vita
La relazione educativa si nutre della dimensione desiderante, emotiva e affettiva, sessuale e corporea
C’è un punto di condensazione delle tensioni sociali, politiche e culturali che imperversano nel nostro Paese e questo punto si chiama scuola. O meglio scuole, nella pluralità di vulgate e campanili che sta lì a ricordarci che di “sistema” d’istruzione si fa ormai fatica a parlare tanto sono disgiunte e separate le condizioni di accesso allo studio e alla formazione. Che il “diritto” soffra del “merito” non v’è dubbio alcuno: il primo si pretende universale, il secondo per definizione è esclusivo. Tuttavia non altrettanto evidente è il salto di concetto sotteso che rende la discesa nella cultura del merito una probabile caduta.
Il libro Dietro la cattedra, sotto il banco. Il corpo a scuola (Prospero, pp. 244, euro 18) nato dall’incontro della voce storica del femminismo italiano, Lea Melandri, con il collettivo romano d’insegnanti transfemminista “Cattive Maestre”, è un grimaldello che si incunea nel cuore della retorica governativa sull’istruzione.
Il dialogo tra le autrici senza digressioni ci riporta chiaramente al protagonismo dei corpi che nella relazione educativa sperimentano le possibili forme dell’occultamento o, viceversa, del riconoscimento. L’intuizione del “sottobanco” come rimosso nella pedagogia istituzionale, risale all’esperienza de L’erba voglio che Lea Melandri ha condotto a Milano negli anni Settanta. Nel dialogo con il quotidiano scolastico di chi attraversa ordini e gradi differenti, come accade alle insegnanti Elisa Amato, Elisabetta Careri, Valeria De Paoli, Serena Orazi, Giuliana Visco e Valeria Zecchini, si ritrova l’inciampo nello stesso sbarramento che rendeva negli anni Settanta scabro e censurato il corporeo. Il tentativo di allora da parte di Melandri di restituire diritto di parola alle persone studenti, per consentire loro di riappropriarsi di un dire autentico, incarnato e urgente proprio su quella dimensione desiderante, emotiva e affettiva, sessuale e corporea e, soprattutto, relazionale espunta da ogni disciplina, riaffiora oggi come pregresso fondante di questo modo di fare e di essere scuola.
Attraverso e oltre le discipline – perché “la scuola è lo snodo tra corpo e pensiero” – Lea Melandri e le Cattive maestre ci indicano la linea di frattura nella consapevolezza che assumendo il corpo e i corpi come oggetti evidenti ne riconosciamo contemporaneamente l’essenza politica. In aperta contraddizione con lo spirito dei tempi, che torna a un vuoto universalismo per accaparrarsi la neutralizzazione dei saperi e delle pratiche educative, questo libro ci mette di fronte all’urgenza con cui avvertiamo nel nostro presente la minaccia di espropriazione di sé a partire dall’espropriazione dei nostri corpi. Student3 e docenti percepiscono quanto alta sia la pressione in termini di aspettative, di performatività (voto) ma anche di appropriazione ed espropriazione ad opera di istanze neoliberiste e neocoloniali (imprenditorialità e italianità) che si accompagnano a un estrattivismo feroce di mercato (alternanza scuola-lavoro, militarizzazione delle scuole).
Quanto delle nostre esistenze è in gioco nelle cittadinanze reali e digitali, nella legittimazione dei confini e dei valori nazionali che passa dalla riscrittura dei canoni disciplinari, nella colonizzazione dei nostri immaginari ad opera di un sistema valoriale nazionale, nel controllo sulle nostre vite e sulle nostre libertà critiche di pensiero, di parola, di disobbedienza? Molto, forse tutto sembra suggerirci il lavoro delle autrici.
“Interrogare i saperi per quello che non ci dicono, per ciò che hanno cancellato”: questo il gesto educativo radicale a cui ci invitano le parole di Melandri e Cattive Maestre. Non tralasciando il richiamo a una vocazione interdisciplinare che rappresenta l’esatto contrario (ancora una volta) di quella tendenza alla frammentazione dei percorsi di studio e formazione che sappiamo essere funzionale a un sistema sempre più saccheggiato da agenzie formative private (dai gradi inferiori alle università) che erogano conoscenze proceduralizzate e tokenizzate in una dinamica di puro mercato. Aggredendo così su più fronti l’idea di cultura come bene comune, soggetto di welfare e attivatore del cambiamento. Alle persone giovani e studenti non resta che preparasi alle istanze del mondo del lavoro potendo, di fatto, poco scegliere dentro un sistema economico e produttivo sempre meno temperato dall’interesse pubblico e che invade ormai gli anni della formazione e dello studio. E ben ce lo dicono i dati sulle crescenti povertà educative e sulla segregazione formativa legata a genere, provenienza, abilità e classi sociali.
Il tema delle identità, assieme a quello dell’integrità delle proprie esperienze di vita, attraversa tutto il discorso delle autrici guardando a bell hooks e alle spinte del femminisimo intersezionale. Il corpo docente vi entra a pieno titolo accanto a quello studente e non è esente dalla medesima oppressione: rimuovere tutto quello che riguarda il genere dal proprio spazio di vita, di parola e di lavoro, compromette la possibilità reale di attingere a quel potenziale politico legato al sessuale che ci ricorda che non c’è liberazione di sé in solitaria. Questa lettura ci sostiene così nel disvelare il risvolto inquietante dell’epica dei talenti, dell’esasperazione del singolo: ripiegata nella conta dei doni misteriosi delle inclinazioni, la soggettività perde l’interazione e il confronto con ciò che è altro da sé ovvero perde la dimensione della relazione con tutto il suo potenziale trasformativo.
Ma “servitù e liberazione oggi riguardano tutti, nessuno escluso” e allora a poco varranno i tentativi a cui assistiamo di sussumere persino le eredità dei femminismi e delle pedagogie della liberazione nella vuota normatività del dettato legislativo o programmatico ordinario e/o straordinario. Se si riparte da Lea Melandri e dalla sua scrittura d’esperienza come attivatrice della relazione, la violenza maschile emerge nel suo tratto patriarcale quale esito di un sistema d’oppressione in cui rientrano a pieno titolo anche le censure sul curricolo scolastico, l’assenza di educazione alla sessuo-affettiva, la precarizzazione della funzione docente, la sua sussunzione nella sfera del controllo e della prestazione, la femminilizzazione di una professione che si vuole sempre più lontana dal suo ruolo sociale. Per tornare a un parlare situato sulla violenza di e deigeneri e patriarcale è imprescindibile rivendicare la centralità del corpo e dei corpi (docente e discente) a scuola, restituire valore all’elaborazione condivisa nel tessuto della relazione educativa, consapevoli del suo essere misura e senso di ogni politica scolastica possibile. Non saranno dunque i piani straordinari e le expertise estemporanee, lontane dal vivo e concreto scolastico, a scardinare e prevenire la violenza di genere: serve, anzi urge, liberare lo spazio di parola e di azione di chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, restituire voce al conflitto e all’immaginazione, prestare attenzione a quel mondo che da sempre scorre sotto ai nostro banchi, dietro alle nostre cattedre.
Dietro la cattedra, sotto il banco. Il corpo a scuola
Cattive Maestre, Lea Melandri
Prospero editore 2024