Corpi di confine

La contraddizione italiana: dalla paura dell'altro all'inverno demografico. Le piazze del 13 giugno parlano anche della natalità perché immigrazione e politiche familiari appartengono alla medesima questione: quale idea di futuro intende costruire l'Italia?

Corpi di confine

Le piazze del 13 giugno parlano anche della natalità perché immigrazione e politiche familiari appartengono alla medesima questione: quale idea di futuro intende costruire l’Italia?

C’è un continuum che attraversa il dibattito pubblico italiano e che troppo spesso rimane invisibile: il controllo dei corpi. È un dispositivo antico che cambia linguaggio ma conserva la stessa funzione politica: i corpi delle donne vengono chiamati a rispondere all’emergenza demografica, quelli delle persone migranti all’emergenza securitaria; alle prime si chiede di generare, ai secondi di scomparire. In entrambi i casi il corpo diventa territorio di governo, oggetto di disciplina e di consenso, mentre scompaiono le condizioni materiali della libertà: il lavoro dignitoso, la casa, il welfare, il diritto all’autodeterminazione. Una prospettiva femminista impone allora di leggere insieme queste due questioni, perché la politica che pretende di decidere chi può attraversare una frontiera è spesso la stessa che pretende di stabilire chi, quando e come debba diventare madre.

Il 13 giugno Roma si prepara a diventare il teatro di una rappresentazione simbolica dell’Italia contemporanea. Da una parte il corteo promosso attorno alla parola d’ordine della “remigrazione”, dall’altra la mobilitazione di associazioni, sindacati e realtà antifasciste che rivendicano il carattere costituzionale dell’inclusione e dell’uguaglianza. Una giornata che va oltre la semplice contrapposizione politica e che interroga il futuro stesso del Paese.

Il dibattito pubblico sembra oscillare tra due immagini primordiali: l’acqua e il fuoco. L’acqua è quella del Mediterraneo, che continua a essere una delle frontiere più letali del mondo per chi tenta di raggiungere l’Europa in fuga da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e povertà. Il fuoco è quello che attraversa i campi profughi, le periferie dimenticate, gli incendi che negli ultimi anni hanno colpito insediamenti informali e strutture di accoglienza, trasformando la precarietà sociale in tragedia materiale. Ed è anche il fuoco appiccato da un caporale per bruciare vivi i braccianti con trascorso migrante che chiedevano solo di ricevere il loro salario. Acqua e fuoco diventano così i due elementi attraverso cui si consuma la vulnerabilità delle persone migranti: morire in mare oppure sopravvivere in condizioni di marginalità.

Eppure, mentre la politica costruisce il migrante come emergenza permanente, la demografia racconta una storia radicalmente diversa. Secondo gli ultimi indicatori demografici ISTAT riferiti al 2025, l’Italia ha registrato appena 355 mila nascite, nuovo minimo storico, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Nello stesso anno i decessi sono stati 652 mila, determinando un saldo naturale negativo di quasi 300 mila persone. La popolazione nazionale rimane sostanzialmente stabile soltanto grazie al saldo migratorio positivo, pari a circa 296 mila unità. Sono dati che descrivono un Paese strutturalmente incapace di assicurare il ricambio generazionale. L’inverno demografico non rappresenta più una previsione, ma una condizione permanente: diminuiscono i bambini, aumenta l’età media, cresce il rapporto tra popolazione inattiva e forza lavoro.

Qui emerge la grande contraddizione italiana. Da un lato si invoca la difesa della natalità come priorità nazionale, si moltiplicano gli allarmi sul declino demografico e sulla sostenibilità del sistema previdenziale, si celebrano la famiglia e la continuità della comunità nazionale. Dall’altro si guarda con sospetto proprio a quei flussi migratori che, oggi, costituiscono uno dei principali fattori di equilibrio della struttura demografica e produttiva del Paese. Questa contraddizione si riflette anche nelle mobilitazioni che attraversano lo spazio pubblico. Sempre il 13 giugno, mentre nelle strade di Roma si confrontano visioni opposte della convivenza democratica sul tema delle migrazioni, è previsto anche un corteo promosso dal movimento Pro Vita, che torna a porre al centro del dibattito la difesa della “famiglia naturale” e una concezione della maternità come fondamento dell’identità nazionale. Non si tratta di una mobilitazione estranea al tema demografico, ma di una delle sue espressioni più evidenti: l’idea che il calo delle nascite possa essere affrontato attraverso una riaffermazione di ruoli di genere tradizionali e una limitazione dell’autodeterminazione delle donne. Così, mentre il corpo della persona migrante viene rappresentato come una minaccia da respingere, quello femminile continua a essere investito della responsabilità di risolvere una crisi collettiva. Due narrazioni solo apparentemente distinte che condividono la stessa logica: subordinare la libertà individuale a un progetto politico di conservazione identitaria.

La retorica della sostituzione viene così a scontrarsi con la realtà della sostituzione già in atto: non etnica o culturale, ma generazionale. Senza immigrazione, l’Italia perderebbe popolazione a un ritmo ancora più rapido, con conseguenze economiche e sociali profonde. La connessione tra diritti delle persone migranti e natalità è dunque molto più stretta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Una società che restringe i diritti fondamentali, che rende più difficile l’accesso alla cittadinanza, al lavoro stabile, all’abitazione e ai servizi, produce insicurezza non soltanto per chi arriva ma anche per chi è già presente. La scelta di avere figli è infatti fortemente influenzata dalla percezione del futuro: precarietà abitativa, salari bassi, servizi insufficienti e conflitto sociale scoraggiano la progettualità familiare indipendentemente dalla provenienza.

Questa prospettiva assume un significato ancora più rilevante nel momento in cui entra in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, destinato a ridefinire le modalità di gestione delle frontiere, delle procedure di accoglienza e della ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri. Il Patto nasce con l’obiettivo di superare una gestione emergenziale dei flussi migratori, ma continua a privilegiare una logica di controllo, esternalizzazione e selezione delle persone in movimento. Il rischio è che il governo delle migrazioni venga sempre più affidato a strumenti amministrativi e securitari, mentre rimangono sullo sfondo le cause strutturali delle partenze e il contributo sociale, economico e demografico che le migrazioni rappresentano per società come quella italiana. Anche in questo caso la domanda fondamentale non riguarda soltanto chi può entrare in Europa, ma quale modello di cittadinanza e di convivenza l’Unione intenda costruire di fronte alla propria trasformazione demografica. Esiste inoltre una dimensione etica che precede quella statistica. La Costituzione italiana riconosce la pari dignità sociale della persona e tutela i diritti inviolabili dell’essere umano. Quando il lessico pubblico si abitua a classificare alcune vite come meno meritevoli di protezione o di permanenza, si produce un restringimento complessivo dello spazio democratico. La limitazione dei diritti delle persone migranti non rimane confinata ai loro corpi: modifica l’idea stessa di cittadinanza, di solidarietà e di appartenenza.

Per questo le piazze del 13 giugno parlano anche della natalità. Non perché immigrazione e politiche familiari siano alternative, ma perché appartengono alla medesima questione: quale idea di futuro intende costruire l’Italia? Un Paese che si percepisce come una fortezza assediata oppure una comunità capace di rigenerarsi attraverso l’inclusione, il lavoro, i diritti e la partecipazione? Tra acqua e fuoco, tra il Mediterraneo e le piazze di Roma, la risposta non riguarda soltanto chi arriva da lontano. Riguarda la possibilità stessa di immaginare una società che, invece di amministrare il proprio declino, scelga di investire sulla vita in tutte le sue forme, riconoscendo che nessuna politica demografica può essere efficace se fondata sull’esclusione e che nessuna democrazia può prosperare restringendo l’orizzonte dei diritti.

Rivendicare i diritti delle persone migranti e difendere l’autonomia delle donne non significa sostenere due battaglie parallele, ma affermare un unico principio di democrazia sostanziale: nessun corpo può essere ridotto a funzione dello Stato. Le donne non sono strumenti per correggere il calo delle nascite, così come le persone migranti non sono numeri da accettare o respingere in base alle esigenze del mercato o al consenso elettorale. Una società capace di futuro è quella che investe nella cura, nella redistribuzione delle risorse, nella libertà di scegliere e nella dignità delle relazioni umane. Per questo una politica femminista non misura il valore delle persone dalla loro utilità riproduttiva o produttiva, ma dalla loro irriducibile umanità. In un Paese che invecchia, che si impoverisce e che vede restringersi gli spazi della partecipazione, l’unica risposta realmente generativa è l’estensione dei diritti, non la loro sottrazione. Perché la libertà, come la cura, è indivisibile: quando viene negata a una donna, a una persona migrante, a chi vive ai margini, si impoverisce l’intera comunità politica.






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