Corpi invisibili

(cioè che non vogliamo vedere)

Corpi invisibili
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04 Maggio 2025

Poco più di un anno fa è uscito Corpi invisibili. L’ha pubblicato BeccoGiallo ed è stato illustrato, in ordine alfabetico, da Chiara Mela, Meo e Sonno. Ha anche una postfazione scritta da Luce Scheggi e un sottotitolo tra parentesi che è così tra parentesi che spesso non viene citato. Che senso ha mettere un sottotitolo tra parentesi? Non volendo ho creato un gioco percettivo (si sarebbe potuto fare un libro pop up), proprio per un libro che parla di visibilità e invisibilità, e di come la visione, in quanto processo percettivo, sia qualcosa che ha sì un sostrato fisiologico – l’ottica, le scorciatoie cognitive, i bias, gli stereotipi – ma anche una scelta. 

Decidiamo cosa può avere accesso alla nostra scintillante brumosa coscienza e cosa deve rimanere fuori (come se non fosse la coscienza stessa, o almeno una parte, a deciderlo). Tanti motivi: pura sopravvivenza – cammino scalza, quell’inebriante profumo di benzina e ciclamini potrebbe farmi cadere o pestare qualcosa – disinteresse, paraculaggine, opportunismo. Anche la memoria in un certo senso funziona così. La mia memoria è piena di buchi. Chissà che persona sarei se fossi ipermnestica o se non ricordassi assolutamente nulla. 

In Corpi invisibili ci sono otto capitoli. Uno per ognuna di queste categorie (persone in carcere, in manicomio, sex worker, persone migranti, donne in televisione, gente che lavora in fabbrica, persone-con-utero il più delle volte donne e persone trans, e persone trans). Categorie evanescenti, labili, lontane da ogni essenzialismo. Proprio come le leggi, che ho usato quasi in ogni capitolo, come pretesto, un perno. Sicuramente non come una immutabile conquista. Le leggi sono leggi, a volta un tentativo di mettere ordine al caos delle passioni umane, altre ancora un tentativo di dare uno strumento di convivenza, altre qualcosa di incomprensibile o di apertamente rigido, repressivo, umiliante. 

Uno di questi mi riguarda personalmente. Infatti è il primo che ho scritto ed è il più arioso e giocherellone. Mi sono data il permesso di poter scherzare. Sugli ultimi tre – li ho scritti dopo una pausa di qualche mese, non mi ricordo se avevo altro da fare, ero finita in qualche vortice depressivo, o altro – mi sono chiesta quanto avessi il diritto di scherzare – uso l’ironia come uno strumento – su “vite che non sono la mia” (uno dei tanti Carrère che non ho letto)? 

Corpi invisibili è stato un libro commissionato, anzi proposto, dalle persone che hanno fatto le illustrazioni. Avevano già un progetto piuttosto delineato, ogni capitolo impostato su un decennio. Ci sono state delle variazioni ma abbiamo mantenuto una struttura cronologica simile, ma non così netta come in una divisione per decadi, rimanendo. Di fronte alla complessità del tema, si sono dovute fare delle scelte e prima abbiamo dovuto individuare dei criteri. Alla fine è che non sono legata a nessuna disciplina in particolare, non ho appreso né utilizzo delle metodologie disciplinari. Mi piace e allo stesso tempo mi provoca un leggero imbarazzo e disagio questa imperfezione. 

Alcuni corpi invisibili non sono stati inclusi e come si può rendere l’idea che la non-presenza non sia una esclusione? Avrei dovuto fare un elenco? Ci si può ancora fidare di me? 

Trovo che uno dei punti deboli dell’intersezionalità sia che la conoscenza, conoscere tutto di ogni tipo di oppressione, la vertigine della lista, possa bastare a se stessa. E che questa conoscenza, enunciata, sintetizzata, possa funzionare da lasciapassare. Impossibile esperire nella propria corporeità ogni singolo tipo di oppressione, altrettanto impossibile una conoscenza solamente cognitiva. 

Durante le presentazioni, proprio all’inizio, e soprattutto ultimamente, mi trovo a dover fare un disclaimer. Non solo ho scritto di categorie di persone più o meno distanti da me, ma non tutte sono state delle fonti primarie, non poteva che essere così. Corpi invisibili rimane un libro che ho scritto su commissione, anzi nato dopo aver accettato una proposta e presentazione dopo presentazione è diventato sempre più mio. Mi ha permesso a) di usarlo per sviluppare un pensiero, mi viene meglio se parlo o scrivo, piuttosto che se penso b) di usarlo per essere ascoltata c) di avere un palco per stimolare il mio ego e la mia autostima (pur, ogni volta, sudando). Quel brivido di quando mi accorgo di aver detto una cosa intelligente. Dicevo, posso davvero parlare di altre persone? 






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