Dentro una relazione tossica

Gli stereotipi che producono violenza e dislivello tra i sessi fanno comodo al potere. Ecco perché l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole ritorna ad essere un tabù

Dentro una relazione tossica
Relazioni ad alto tasso di tossicità

07 Febbraio 2025

 “La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori” scrive Erri De Luca; eppure è proprio a partire dall’istituzione scolastica – con la famiglia una delle due agenzie di socializzazione primaria – che si incardinano, si amplificano, si trasmettono e si cristallizzano tutti quegli stereotipi di genere che sono alla base del dislivello di potere tra i sessi. Studi e ricerche infatti confermano che esiste una triangolazione perfetta tra i processi di apprendimento, il mondo emozionale e il successo o l’insuccesso scolastico di ragazze e ragazzi e che proprio a partire dai banchi si innescano meccanismi di disequilibrio di percezioni e opportunità, tanto che i sociologi parlano di dream gap.   Sin dalla più tenera età esistono dei tratti comuni nelle relazioni tossiche tra i generi, dei campanelli di allarme che devono destare particolare attenzione: la fiducia rappresenta un elemento essenziale per il funzionamento di qualsiasi tipo di rapporto, emozionale, lavorativo, amicale che sia. Essa permette alle persone di sentirsi sicure l’una con l’altra e la mancanza di fiducia in una relazione tossica può manifestarsi in diversi modi come, ad esempio, un partner eccessivamente possessivo o geloso, o un partner che spia messaggi ed e-mail dell’altro. Ebbene, basta scrollare i reel su un qualsiasi social per scoprire che già in età preadolescenziale i ragazzini impongono all’amica del cuore come vestirsi o decidere con chi deve o non deve passare il tempo libero o ancora cercare di controllare la conversazione, non ascoltandola o interrompendola regolarmente. Il comportamento di controllo va spesso di pari passo con l’abuso emotivo, considerato un precursore dell’abuso fisico. Anche la rabbia è un’emozione che tutti provano, ma quando è costante, frequente o sproporzionata rispetto alla situazione, può essere problematica, soprattutto perché può portare a comportamenti violenti o aggressivi; in tal senso anche gli agiti violenti verso oggetti o animali rappresentano importanti allarmi, eppure raramente vengono considerati tali in adolescenza: prendere a pugni un muro, lanciare oggetti, puntare un dito in viso o minacciare di distruggere le proprietà della partner sono una forma di “violenza simbolica” che può facilmente far sentire  spaventate, minacciate, insicure.

Trovarsi in una relazione tossica può succedere a tutte le età, così come sentirsi dipendenti da un’altra persona, ma l’educazione all’emotività nelle scuole può essere fondamentale per cambiare rotta e prendere coscienza del fatto che la violenza di genere è un aspetto squisitamente culturale di un fenomeno sociale strutturale e diffuso: la violenza di genere è sistematica, trasversale, specifica, radicata, endemica. Occorre quindi comprendere che il coraggio non è quello di tirar pugni bensì quello di interpretare e condividere le proprie emozioni, al fine di scardinare il modello di “maschio tossico”.

Dati e continui e agghiaccianti episodi di cronaca dimostrano che il modello patriarcale/maschilista è ancora radicato, nonostante gli sforzi, prima di tutto tra i più giovani: dopo che abbiamo toccato con mano che l’età dei reati connessi al possesso e al potere si abbassa sempre di più, possiamo ancora negare la necessità dell’educazione al consenso, all’affettività, alla sessualità nella scuola?  Quella che definiamo cultura patriarcale è figlia di un’educazione emotiva che ancora oggi culturalmente è poco attenta, per non dire sprezzante, della parità di genere e fondamentalmente rimane intrappolata in quegli stereotipi che sono gabbie invisibili e che portano bambini, ragazzi e  adulti a capire cosa possono e non possono pensare, sentire e fare. Uno schema culturale obsoleto e ottuso che tenta in ogni modo di resistere al cambiamento e al rovesciamento di dettami sociali surclassati, di una grammatica di rapporti tra i generi che andrebbe completamente riscritta, della formazione di cittadine e cittadini consapevoli della parità tra i sessi.  L’esercizio della cooperazione e della condivisione, l’abitudine all’ascolto partecipe, all’empatia, al rispetto, soprattutto se promossi sin dalla tenera età, incentivano lo sviluppo di un clima di accoglienza, prevengono fenomeni di discriminazione ed esclusione e favoriscono la capacità di stare in una relazione in cui la forza personale non si traduce e non si esprime nel dominio sull’altro e in cui la parola “potere” si fa verbo per agire insieme, non lemma di predominio di un genere sugli altri.

A partire dal linguaggio: come liberare le parole dei nostri ragazzi dalla violenza? Occorre uno sforzo titanico: porsi al di fuori di stereotipi e pregiudizi, imparare ad adottare un linguaggio declinato al femminile per ruoli e cariche, sottrarsi a strumentalizzazioni e cliché, evitare espressioni irrispettose, denigratorie o svalutative della dignità della donna in nome di una presunta e convenzionale goliardia, non cedere alla tentazione del controllo, imparare che possesso e annientamento sono il contrario di amore che invece è libero e lascia liberi. Senza giustificazioni, senza attenuanti. Senza assolvere o autoassolversi, in quel grande rimosso collettivo maschile ma spesso anche femminile, come se la società in gran parte non vedesse alcun vantaggio nel fare questo salto culturale: rinunciare a un presunto privilegio gli uni, rimanere in una fittizia comodità le altre. Tutto questo passa attraverso un rovesciamento di sguardo e di pensiero. Non più contingente ma necessario, per non essere più complici di una tossicità che gioca a replicarsi all’infinito.






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