Desiderabili,
non disponibili

sex-positive feminism: uscire dalle logiche del patriarcato per liberare il desiderio di piacere a partire da sé

Desiderabili, non disponibili
Body Positive

15 Settembre 2026

Diciamocelo: a volte ci piace piacere. A me piace. E per molto tempo mi è sembrato necessario aggiungere immediatamente una precisazione, quasi una formula assolutoria: «ma lo faccio per me». Mi trucco per me, mi vesto per me, pubblico quella fotografia perché piace a me. Ed è vero. Ma è sempre tutta la verità? Perché qualche volta, dentro quello specchio, ci sono anche gli occhi degli altri. Qualche volta scegliamo un vestito sapendo che ci rende sexy. Qualche volta ci accorgiamo che qualcuno ci trova desiderabili e la cosa, semplicemente, ci piace. Ammetterlo sembra ancora richiedere una giustificazione, soprattutto se siamo femministe. Non abbiamo passato anni a spiegare che il corpo delle donne non esiste per essere guardato? Sì. Ed è proprio da qui che bisogna partire.

La critica femminista allo sguardo maschile ci ha fornito strumenti fondamentali per capire quanto presto impariamo a osservarci da fuori. Nel 1975 Laura Mulvey definiva male gaze il dispositivo attraverso cui il cinema collocava la donna soprattutto nella posizione di chi viene guardata. Successivamente Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts avrebbero parlato di auto-oggettivazione: possiamo interiorizzare quello sguardo fino a cominciare a sorvegliare continuamente il nostro corpo.

Come mi sta questo vestito? In questa posizione sembro più grassa? Si vede la cellulite? Dimostro la mia età?Quindi sì: il desiderio di essere desiderabili non nasce nel vuoto. Siamo cresciute dentro standard estetici, aspettative di genere e un mercato che guadagna moltissimo dalle nostre insicurezze. Ma riconoscere un condizionamento significa necessariamente dover rinunciare al piacere? Nessuno dei nostri desideri nasce in laboratorio. La cultura attraversa quello che consideriamo bello, ciò che troviamo attraente, il modo in cui ci vestiamo e persino molte delle cose che immaginiamo ci renderanno felici.

Chiedersi da dove arrivino i nostri desideri è un esercizio politico importante. Pretendere di dividerli perfettamente tra quelli «autentici» e quelli contaminati dal patriarcato è probabilmente impossibile. Forse possiamo farci domande diverse: quanto dipende dall’essere desiderata il valore che attribuisco a me stessa? Quanto sono libera di seguire questo desiderio oppure di ignorarlo? Perché c’è una differenza enorme tra avere bisogno di essere desiderata per sentirmi degna di esistere e provare piacere quando qualcuno mi trova desiderabile. Questo non significa cadere nella scorciatoia opposta. Non tutto ciò che una donna sceglie diventa automaticamente femminista. Mettersi un vestito sexy non abbatte il patriarcato; pubblicare una fotografia in lingerie non è necessariamente empowerment. Il mercato, del resto, ha imparato benissimo il linguaggio dell’autodeterminazione e sa venderci nuovi obblighi estetici chiamandoli self care. Ma neppure non truccarsi è automaticamente rivoluzionario.

Un femminismo che vuole liberarci dall’obbligo di essere desiderabili non può trasformare quella liberazione nell’obbligo opposto di essere indifferenti al desiderio altrui. Altrimenti rischiamo semplicemente di sostituire un modello disciplinante con un altro: dopo la «brava donna», composta e sessualmente controllata, arriva la «brava femminista», superiore alla vanità, impermeabile allo sguardo e tenuta a precisare che qualsiasi scelta estetica viene compiuta esclusivamente per se stessa.

E invece a volte ci piace piacere. Possiamo sopravvivere a questa ammissione. Soprattutto, possiamo essere desiderabili senza essere disponibili. Posso voler essere guardata senza voler essere toccata. Posso trovare piacevole sapere che qualcuno mi considera sexy senza avere alcun interesse sessuale nei suoi confronti. Posso desiderare qualcuno e scegliere di non fare nulla di quel desiderio.

Desiderabilità, desiderio e disponibilità sono tre cose diverse. E continuare a confonderle non è affatto innocuo: è la stessa cultura che troppo spesso interpreta un vestito, un comportamento, un flirt o una fotografia come segnali di disponibilità. Ma il desiderio di qualcuno non produce mai un diritto sul corpo di qualcun altro. Questa distinzione rimane anche quando siamo in una relazione. Essere innamorate non ci rende improvvisamente invisibili, né dovrebbe necessariamente cancellare il piacere di sentirci sensuali nello spazio sociale. Possiamo scegliere consapevolmente una relazione monogama e continuare a sentirci bene sapendo di essere desiderabili anche agli occhi degli altri.

Questo non significa considerare la gelosia una prova di patriarcato o rifiutare qualsiasi confine nella coppia. Le relazioni sono fatte anche di accordi, sensibilità e compromessi. Ma scegliere insieme cosa significhi fedeltà è diverso dal pensare che entrando in una relazione si debba consegnare alla coppia anche la proprietà simbolica della propria sensualità. E la libertà che rivendichiamo per noi dobbiamo naturalmente essere disposte a riconoscerla alla persona con cui stiamo. C’è poi un’altra contraddizione che mi interessa, forse perché ne avevo già incontrato un pezzo parlando della femminista guastafeste. La guastafeste prende parola quando sarebbe più comodo che tacesse. Fa notare la battuta sessista a una cena, interrompe il clima, rende visibile quello che tutti preferirebbero lasciare sullo sfondo. E se quella stessa donna quella sera volesse anche sentirsi tremendamente sexy?

Siamo ancora abituate a immaginare sensualità e autorevolezza come se fossero qualità che si sottraggono spazio a vicenda. Puoi essere quella con il vestito che attira gli sguardi e, cinque minuti dopo, quella che contesta una battuta sessista. Puoi goderti il fatto di essere desiderata da una persona e dirle che quello che ha appena detto è una stronzata. Puoi flirtare e contraddire. Essere sensuale e scomoda. Non c’è nessuna contraddizione da risolvere.

Forse è proprio questo che continua a creare qualche cortocircuito: siamo più abituati a riconoscere alle donne il ruolo di soggetto politico quando riusciamo a dimenticarci che hanno anche un corpo, e a riconoscerle come corpi desiderabili quando non disturbano troppo con la propria soggettività. Ma noi siamo entrambe le cose contemporaneamente.

E proprio per questo la libertà non può diventare un nuovo obbligo a essere sexy. Dobbiamo poter desiderare gli sguardi e poterci sottrarre. Truccarci moltissimo oppure uscire senza trucco. Voler sedurre qualcuno oppure non voler essere desiderate da nessuno. Il problema non è quanto una donna desideri essere bella. È quanto le costa socialmente non esserlo. Forse allora possiamo smettere di ripetere automaticamente che facciamo tutto «solo per noi stesse».

Io almeno vorrei smettere. Ci sono giorni in cui scelgo un vestito perché adoro come mi sento quando lo indosso. Altri in cui mi piace sapere che qualcuno mi guarderà. Molto più spesso, probabilmente, le due cose convivono. Posso interrogare quel desiderio senza vergognarmene. Posso godere dello sguardo degli altri senza consegnargli il mio valore. Posso essere quella che viene guardata e, un secondo dopo, quella che prende parola. Anche quando rovina la festa. Desiderabili, se vogliamo. Disponibili, soltanto quando decidiamo di esserlo.






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