Di rondini, maternità e ritorni

Una riflessione sulla maternità, fra isolamento, frammentazione e ricerca di interdipendenza per praticarla in modo nuovo

Di rondini, maternità e ritorni

29 Giugno 2025

Nella cascina di mia nonna, l’arrivo delle rondini era una festa. Volavano in stormi dal sud del Sahara per portarci la primavera e poi, con le prime nidiate, anche l’estate. Le rondini erano sacre per noi. I cacciatori della zona non le toccavano: il loro migrare era, per tutti, una promessa di rinnovamento. Oggi hanno abbandonato il portico di mia nonna, ma quando sono in visita le intravedo ancora dai vicini. Che viaggi incredibili fanno per riprodursi. Solo quando ho scoperto di aspettare la mia prima figlia ho compreso – a livello istintivo – il senso di quella migrazione.

Più animale di quanto mi fossi mai sentita, nella gravidanza ho abbandonato il regno della mente e mi sono immersa nella metamorfosi del corpo, legata al ciclo violento della natura. Il linguaggio comune della gravidanza, intriso di sentimentalismi, strideva con la mia esperienza. Crescere mia figlia dentro di me non mi ha dato beatitudine, né realizzazione, né completezza. Dare la vita è gioia, ma anche molto altro. Avevo bisogno di parole nuove. Come suggerisce Adriana Cavarero, di una “ontologia materialista”: un modo di pensare l’essere materno che liberi il corpo da romanticismi e falsificazioni.

Alcune scrittrici contemporanee, come Elena Ferrante, cercano questo nuovo lessico nel mondo animale. Ne La figlia oscura, una bambina infila un verme nella pancia della sua bambola: un gesto che spinge la protagonista verso una disincantata rielaborazione della propria gravidanza. In Matrescence di Lucy Jones, si legge che almeno sei specie di ragni mangiano la propria madre. La Natura ha un lato oscuro e crudele; osservarlo può aiutarci ad accettare l’ambivalenza che accompagna la matrescenza, cioè la trasformazione psicologica e fisiologica legata alla maternità.

Il film Nightbitch di Marielle Heller, tratto dal romanzo di Rachel Yoder, estremizza l’unione tra maternità e animalità: racconta la metamorfosi di una madre in crisi in un cane randagio. Se fossi la protagonista, nella mia matrescenza mi trasformerei in una rondine. Una rondine che torna a fine marzo nella campagna delle mie antenate per riattare un vecchio nido di fango, rametti e fieno.

Per me, la matrescenza è soprattutto un ritorno all’origine. Se prima vivevo nella testa di mio padre, in gravidanza ho iniziato a vivere nel corpo di mia madre. Senza che lei mi parlasse, sapevo cose nuove su di lei. La mia trasformazione raccontava la sua. L’immagine incorporea di mia madre è stata sostituita da una dotata di sesso, utero, seni. Volevo capire il suo corpo per comprendere meglio il mio. Come aveva partorito? Quante settimane? La sua pancia era rotonda o appuntita? Mi aveva allattata?

Il ritorno alla madre è stato anche un ritorno geografico. Quando sono rimasta incinta, vivevo a Roma da pochi mesi. Man mano che la pancia cresceva, il mio spazio vitale si restringeva. Non guidavo, scooter e bici erano troppo pericolosi, i bus inaffidabili. Camminavo più del necessario. I luoghi che prima mi interessavano erano diventati inaccessibili. Vivevo tra casa, supermercato e parco. Ero un uccello in gabbia. Così è nata in me una nuova idea: che il paese da cui venivo, con le sue villette e i vicini riservati ma gentili, fosse un idillio. L’idillio del conosciuto. La casa dei miei, che un tempo mi stava stretta, ora mi sembrava l’unico luogo adatto a far nascere mia figlia. Per la prima volta, volevo tornare a casa.

Ma quel ritorno è rimasto un desiderio. L’ho inscritto solo nel nome di mia figlia, che porta il nome della nonna che ospitava le rondini. La nostalgia è tornata anche con la seconda gravidanza. Ormai stabile a Roma, con lavoro e amici, nelle settimane dopo il parto ho sentito un vuoto profondo. Una distanza enorme da mia madre e mia sorella, da casa. Una solitudine che né mia figlia né mio marito riuscivano a colmare.

Mi ha consolato sapere di non essere sola. Nella mia cerchia di amici e amiche migranti per lavoro, molti sono tornati dai genitori per partorire. Tante amiche, dopo il puerperio, sono ripartite. Per un po’, osservandole, mi sono sentita forte. Migrare verso Nord mi sarebbe sembrato un fallimento della mia autosufficienza. Ero, sotto sotto, fiera di avercela fatta da sola. Ma col tempo ho iniziato a chiedermi: rinunciare a un desiderio istintivo è forza o debolezza? È emancipazione o sottomissione a logiche che ci vogliono indipendenti a ogni costo?

Di recente ho intervistato un’amica e artista romana, Donna Consalvo. Anche lei, incinta in Francia, ha sentito il bisogno di tornare a Roma. Nel suo ambiente artistico a Toulouse, la gravidanza non era stata accolta bene. Un’amica le aveva confidato di aver abortito perché avere un figlio ti ferma. Tornare a Roma per molti sembrava una ritirata. Ma per Donna è stato un atto di forza: ‘Quando ho scoperto di essere incinta ho sentito il bisogno di vivere un luogo noto. Ho chiamato mia madre. Lei mi ha chiesto se il mio compagno avesse trovato lavoro in Italia. L’idea che ci spostassimo per un mio bisogno non era contemplata. Tornare a mia madre è stato ribellarmi a lei e alle logiche che avevano governato la mia famiglia.’

Se, come scrive Adrienne Rich, l’istituzione della maternità ci vuole sole nelle nostre case, allora la migrazione riproduttiva, il ritorno alla madre, è un atto ribelle. Fino a poco tempo fa, crescere figli e figlie era un’attività collettiva. Nella cascina delle rondini, mia nonna viveva con fratelli e cognate. Insieme alle altre donne si cuciva, si preparava il pane, si curavano orto e animali. Tutto si imparava tramandando. Non era un paradiso – il lavoro era duro e la mortalità alta – ma penso ci sia qualcosa di essenziale che abbiamo lasciato andare da allora: l’idea che la maternità sia, come fa notare anche Andrea O’Reilly, teorica del femminismo matricentrico, qualcosa che si pratica. Parendo da qui, possiamo fare un passo più in là e pensare al materno non come ad un destino biologico, ma come ad una responsabilità collettiva.

Nel contesto odierno, segnato da isolamento e frammentazione, il ritorno può diventare un atto materno emancipante. Ritornare significa ricostruire una linea matriarcale, occupare uno spazio in modo nuovo, rispondere a un bisogno istintivo di interdipendenza. Una madre che torna perché lo desidera è una madre che si definisce nello spazio, senza paura di modificarne le logiche.

Questa pulsione al ritorno non appartiene a tutti e tutte, ma è un esempio di come ascoltare i nostri istinti materni, in qualunque direzione vadano. Qualche decennio fa, sempre Rich ci ricordava che sappiamo più dei mari che navighiamo che della maternità. Per capire il lavoro materno dobbiamo partire da quelle forze profonde che ci legano al ciclo delle cose. Può succedere di riconoscersi più in una rondine migrante che in una Madonna ieratica col bambino. In questo gioco di specchi con la Natura possiamo sovvertire le nozioni comuni di forza e debolezza, e creare nuove categorie per immaginare, oggi, cosa significhi praticare la maternità.

riferimenti bibliografici:

Adriana Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo: Icone dell’ipermaterno (Roma: Lit edizioni, 2023), p. 27.

Elena Ferrante, La figlia oscura (Roma: Edizioni e/o, 2006), pp. 124-25.

Lucy Jones, Matrescence: on the metamorphosis of pregnancy, childbirth and motherhood (London: Penguin, 2024), p. 173.

Nightbitch, dir. by Marielle Heller (USA: Searchlight Pictures, 2024) [film].

Adrienne Rich, Of Woman Born: Motherhood as Experience & Institution, 3rd edn (New York: W. W. Norton & Company, 2021).

Andrea O’Reilly, Maternità femministe, trad. Veronica Frigeni (Milano: Propero editore, 2024), p. 40.






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