Disubbidienti
Politiche femministe nella società e nelle istituzioni
Il nucleo teorico delle esperienze e delle proposte descritte in questo libro collettaneo, Disubbidienti. Politiche femministe nella società e nelle istituzioni (DIN, Manifestolibri, Factorya, 2025) ruota intorno alla necessità di favorire e incrementare un processo di penetrazione di contenuti e metodologie femministe prima nelle istituzioni e, mediante esse, nella società tutta. I luoghi istituzionali, che poi sono soprattutto contesti decisionali e quindi schiettamente pubblico-politici, sono stati fino ad ora in parte immuni ai processi di adozione di una mentalità platealmente femminista, se si fa eccezione per il diffondersi, a un livello per lo più superficiale, delle cosiddette “politiche di parità”, la cui propagazione è risultata però spesso direttamente proporzionale al reale depotenziamento delle capacità trasformative che quelle politiche dovrebbero innescare. Infatti, per lo più il concetto di “parità” è stato sostanzialmente neutralizzato, privilegiandone l’accezione quantitativa e trascurando quella qualitativa, ovvero dando seguito a un mero calcolo e proporzionamento delle forze messe in campo, senza favorire in nessun modo la partecipazione democratica di quelle donne più dotate di una “coscienza di genere”, necessaria per mettere in moto la trasformazione radicale dei contesti istituzionali e politicamente incisivi.
L’esito “paritario” del femminismo è, per tanti aspetti, il suo annacquamento proprio in quanto le lotte che i movimenti delle donne hanno attivato a partire dagli anni Settanta, dopo gli Ottanta e i Novanta, sono state schiacciate su rivendicazioni edulcorate e meramente egualitarie, in breve, sui numeri e le proporzioni, piuttosto che sulle trasformazioni concrete e fattuali. In pratica, più spesso le politiche paritarie hanno funzionato come il disinnesco di una grande opportunità trasformativa, il suo obiettivo ridimensionamento che ha condotto verso un sicuro aumento delle presenze femminili nei luoghi del potere e delle decisioni, ma per il tramite di nuove “professioniste” della politica ben poco edotte di femminismo e prive di quella consapevolezza politica che profila una vera “coscienza di genere”. Questo effetto ha realizzato nei fatti la pessimistica profezia di una grandissima femminista degli anni Settanta, Carla Lonzi che, nel suo celebrato Sputiamo su Hegel,preconizzava questo scenario e paventava proprio l’esito, ben poco rivoluzionario, di un numero sempre crescente di donne che attraverso l’emancipazione femminile sarebbero giunte a sedersi al tavolo della politica, senza però alcuna intenzione di modificarne profondamente le strutture, cioè di “ribaltarlo”, ma con l’acquiescenza di chi si accontenta delle briciole che cadono da quel tavolo, ovvero di ruoli residuali e poco influenti sulle forme autentiche, e spesso brutali, di esercizio del potere.
Non a caso, Lonzi rifiuta questo tipo di conquista politica che non apporta alcun reale vantaggio alle donne e ritiene che occorra intraprendere una strada diversa per cambiare la realtà dell’oppressione, mirando alla “vanificazione del traguardo della presa del potere [che] è l’elemento che distingue la lotta al sistema patriarcale come fase successiva e concomitante a quella dialettica del servo-padrone”.
Resta insuperata, in tal senso, l’intuizione di Audre Lorde, la lesbofemminista Nera caraibico-americana che in Sorella outsider scrive a chiare lettere:
Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Potrebbero permetterci di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci permetteranno mai di apportare un vero cambiamento
Asserzione particolarmente illuminante se leggiamo a buon diritto il femminismo come un potente sistema di decifrazione delle dinamiche di potere che hanno cristallizzato, in società profondamente patriarcali, i privilegi di un sesso su tutte le altre identità, quella femminile in primo luogo, e a seguire quelle non binarie, non conformi alla norma eteropatriarcale.
In questo scenario, in cui gli obiettivi paritari, in parte raggiunti o raggiungibili, finiscono per confliggere con le istanze più radicali del femminismo che non si accontenta della mera emancipazione delle singole e mira, invece, alla liberazione collettiva dall’oppressione, tanto i fini quanto i mezzi devono essere adeguati a una vera rivoluzione delle relazioni, che è un traguardo di ben altra portata. E, in particolare, per le donne che si confrontano o che sono già attivamente impegnate nelle istituzioni, la partita più difficile consiste nel tentativo di renderle più aperte e disponibili a farsi penetrare e contaminare dalle idee e dalle pratiche femministe di cui loro sono portatrici.
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