La pratica femminista della sottrazione non si lascia nominare facilmente. Attraversa la storia del femminismo come una linea carsica: riemerge, devia, interrompe. E’ una rottura che continua a produrre effetti nel presente proprio perché sfugge a ogni tentativo di addomesticamento.
Tra liberazione e sottrazione
Quando Carla Lonzi, insieme a Rivolta Femminile, rifiuta di misurarsi nei termini della cultura maschile, mette in discussione il principio stesso del riconoscimento e apre la possibilità di una parola che non sia più definita da quel rapporto. Il punto non è entrare nello spazio pubblico così com’è per ottenere riconoscimento, ma smettere di riconoscerlo come unico orizzonte possibile. Sottrarsi, in questo senso, significa interrompere una relazione. Non solo con le istituzioni, ma con l’insieme di codici e riferimenti che strutturano il discorso: i criteri di valore, le gerarchie, i linguaggi disponibili. Lonzi lo scrive con radicalità in Sputiamo su Hegel: la liberazione non può avvenire all’interno delle categorie prodotte dal pensiero maschile, perché quelle categorie sono parte del problema. La sottrazione è allora un atto di disobbedienza epistemica prima ancora che politica: smettere di rispondere a domande poste da altri, su un terreno definito da altri. Questa rottura prende forma concreta nei gruppi di autocoscienza. Non si tratta semplicemente di spazi di parola, ma di dispositivi politici che modificano le condizioni stesse del discorso. Uscire dagli spazi dominanti non è un ritiro, ma un modo per costruire un altrove. L’autocoscienza non cerca visibilità, non mira a incidere immediatamente sul dibattito pubblico: lavora sulla trasformazione dei soggetti, sulla possibilità di nominare l’esperienza fuori dai codici disponibili.
Una pratica che interroga
Oggi, in un contesto profondamente diverso, questa pratica torna a interrogare il femminismo contemporaneo. Il lessico femminista è diventato sempre più diffuso, attraversa i media, la politica istituzionale, le piattaforme digitali. Parole un tempo situate e conflittuali vengono riprese, semplificate, rese immediatamente intellegibili e consumabili. Questo processo non è neutro, ma implica una riconfigurazione del senso e degli effetti politici di quelle parole: il conflitto viene trasformato in opinione da spendere e far circolare come contenuto, le lotte collettive in percorsi individuali, la radicalità in cifra stilistica. Dentro questo scenario, la richiesta implicita è quella di una presenza continua: prendere parola, esporsi, reagire prima delle altre e degli altri. Il dibattito pubblico – soprattutto nella sua versione digitale – funziona come una macchina che produce visibilità e al tempo stesso la svuota immediatamente, chiedendo interventi immediati, posizionamenti rapidi, conflitti leggibili in modo orizzontale. È un dispositivo che tende a inglobare tutto ciò che vi entra, trasformando anche le pratiche più radicali in contenuto spendibile, funzionale alla produzione di valore. È qui che la sottrazione torna come gesto necessario. Non come rifiuto della parola, ma come rifiuto di alcune condizioni della parola. Sottrarsi significa sospendere l’automatismo della risposta, non alimentare arene che funzionano secondo logiche estrattive e capitaliste, in cui anche il dissenso viene incorporato e reso produttivo. Significa riconoscere che non tutti gli spazi sono attraversabili allo stesso modo e che possiamo scegliere di non soffermarci, di non accettare i termini e le urgenze che ci vengono imposte, di costruire nuove forme di discorso e di relazione.
Il rifiuto come spazio attraversabile
In un contesto in cui la visibilità è spesso condizione di esistenza politica, sottrarsi può apparire come una rinuncia. Ma la sottrazione non è silenzio, ma scelta. Interrogare gli spazi in cui si parla diventa un passaggio cruciale. Molti contesti chiedono al transfemminismo di tradursi in un linguaggio compatibile, di semplificarsi, di rendersi accessibile secondo criteri che coincidono con la sua depoliticizzazione. In questi casi, la sottrazione è un modo per non collaborare a questo processo. Per non offrire legittimazione a dispositivi che funzionano proprio attraverso l’inclusione controllata del dissenso. Ma la sottrazione non si esaurisce in un gesto. È anche una pratica di costruzione: implica la ricerca e la produzione di altri spazi, altre temporalità, altre forme di relazione. Come suggerisce Sara Ahmed in Living a Feminist Life, il rifiuto può essere inteso come una forma di disallineamento rispetto a ciò che è già dato. Sottrarsi non è solo uscire da un campo, ma deviare, spostarsi, rendere visibili le linee che organizzano lo spazio politico proprio attraverso il loro mancato attraversamento. Significa, in altre parole, spostare il baricentro: non chiedersi solo come intervenire nel dibattito esistente, ma come modificarne le condizioni o costruirne altri.
Pratiche radicali per la trasformazione
In questo senso, la sottrazione è una pratica radicale che rende possibile un posizionamento al di fuori dei termini e delle urgenze imposte da un dibattito pubblico che tende a inglobare e neutralizzare il conflitto. Costruisce condizioni condivise di trasformazione, operando una dislocazione: non intervenire dentro il discorso così com’è, ma modificarne le condizioni. Di rifiutare un dibattito pubblico appiattito su logiche mainstream, che semplifica, personalizza, riduce la complessità e rende marginale tutto ciò che eccede i suoi confini a partire dalle condizioni materiali, dalle disuguaglianze, dalla questione di classe. Una pratica che di certo non offre soluzioni immediate, che non produce risultati misurabili secondo i parametri dominanti. Ma in un contesto in cui tutto tende a essere reso visibile, dicibile e monetizzabile, sottrarsi significa difendere uno spazio che non sia immediatamente traducibile. Non come rifugio, ma come condizione per far emergere ciò che non trova posto nei codici dominanti. Sottrarsi, in questo senso, non significa solo uscire dal discorso, ma sottrarlo alle sue semplificazioni, alle sue urgenze imposte, alla sua tendenza a rendere tutto equivalente e scambiabile, per riportarlo sulle vite delle persone, su ciò che le attraversa e che quelle stesse logiche di semplificazione e neutralizzazione provano a rendere irrilevante, a invisibilizzare e infine a espellere dal dibattito pubblico. Scegliere dove stare e, soprattutto, dove non stare, diventa allora una pratica politica a tutti gli effetti.