Domani interrogo
di Gaja Cenciarelli, oggi il film

Domani interrogo di Gaja Cenciarelli oggi il film
Gaja Cenciarelli Domani interrogo

22 Febbraio 2026

Mentre la pandemia destinava ragazze e ragazzi all’invisibilità delle proprie case, complici i vuoti di una società che rifiuta i corpi quando non si vedono e allarga la forbice di classe, Gaja Cenciarelli – traduttrice abilissima, acuta scrittrice, docente di lingua e letteratura inglese – avviava un movimento inverso di emersione dei suoi studenti di un istituto di periferia, rendendoli finalmente protagonisti. Restituendo un volto alle loro vite di fuori attraverso una narrazione che naviga veloce su parole che duellano con l’ironia, ha dato a ciascuna e a ciascuno un nome e una storia. (G. Cenciarelli, Domani interrogo, pp.226, euro 17,00 Marsilio romanzi). Oggi quella storia è diventata un film per la regia di Umberto Riccioni Carteni, con Anna Ferzetti, una professoressa idealista che arriva in un liceo di Rebibbia e affronta una classe difficile tra disagio, rabbia e speranza, cercando di conquistare la fiducia dei suoi studenti, e Fabio Bizzarro, Zoe Massenti, Sara Silvestro, Yothin Clavenzani.

Moltissimi hanno scrissero sul libro di Gaja e sui modi in cui le parti in gioco si fissano e si disvelano nello sguardo dell’altro da sé (docente, donna, adulta, intellettuale). Qui vorrei guardare a quella prima inter pares che sbeffeggia la nostra assenza di relazione accogliendo nel suo universo parallelo le protagoniste/i e le parole «capaci di raccontare l’altro», più di quanto non capiti altrove: la scuola come territorio. L’autrice ci spinge, infatti, dentro una malmessa eppure velocissima navicella, luogo comune delle vite bambine che si fanno adulte. È così che anche noi ci troviamo, insieme alla «pressore’», a naso all’insù davanti a «quel portone», con tutta l’ansia e l’aspettativa di un movimento di attraversamento, catapultati nella terra di mezzo del divenire adulti e nell’ambiguità di un mondo distopico intermedio capace di immaginare l’inedito (Maurizio A. Iacono). O ancora, per usare le parole della già citata bell hooks, quel territorio dove è data, al contrario che in casa propria, la possibilità di «reinventarsi». È lo spazio così nominato, insieme ai rapporti che riesce a contenere in particolare durante l’adolescenza, a produrre quella forza collettiva che ci suggerisce inedite capacità generative e creative. 

È una scuola-mondo, che disvela quanto ciò che lì avviene sia in continuità con gli accadimenti di un «esterno» ostinato a non voler essere ridotto a periferia, la comunità immaginata e agita dall’autrice. Essa è costituente di futuro grazie anche anche al quartiere – qui è la zona romana di Rebibbia –, alle strade che la circondano, al «bar»: quella zona franca, tra insegnanti e studenti, dove «per trovare se stessi bastano 15’ ogni giorno». Parliamo di una terra di confine talmente ibrida da essere «destinata» a produrre quella «rottura pratica delle regole imposte» di cui scriveva Elvio Facchinelli negli anni Settanta, che può diventare «il cuore di ogni politica». 

Ha ragione la professoressa ad avere paura davanti a quel portone, è la tensione che pretende noto ciò che non può esserlo. Raramente esiste, oggi, avamposto più imprevedibile della scuola nelle nostre città; più attraversato da dinamiche e eventi, anche tempestosi: se sei nella scuola sei la scuola. Il mondo che sarà è già lì a sfidarti. Un portone, quello che ci siamo chiusi alle spalle in tanti fin troppo in fretta sfilandoci, così, dalla possibilità di abitare contemporaneamente due dimensioni. Una è, appunto, quel luogo pulsante di vite – 8,5 milioni di ragazze/i e 1 milione di docenti e addetti – che dovrebbe essere il nostro centro comune, invece di farsi periferia anche dell’agire politico con conseguenze abbastanza visibili. Eppure dovremmo sapere, ormai, che le cause del conformismo e dell’alienazione si annidano nelle dinamiche dell’esclusione.

Gaja ci obbliga a smettere di guardarla di sfuggita quella nave, con una timidezza unita a quell’idea esagerata di libertà di chi sceglie il mare, spazio liquido in cui il buono e il cattivo non sono mai così distinti. Non è che non tema l’abitudine che trasforma il male in normalità la professoressa, più semplicemente è così, imparando a nominare quel mondo, che riesce a «vedere solo loro». Le parole a quel punto si ribellano e nessuna rimane al suo posto: omertà, esclusione, disperazione, salvezza. Naturalmente agisce anche il conflitto, ma con quell’amore che se ne frega, che resiste e basta in quel: «Lei è l’unica che ce capisce. Ve’ pressore’?». L’illusione è svelata, ora si può parlare di libertà. 

In questo passaggio trasformativo c’è anche la paura delle studentesse e degli studenti di rimanere sbagliati, inutili, incapaci. Essere nominati è, infatti, la crepa che sfruttano per misurare possibilità extra-ordinarie per loro stessi inimmaginabili. È quel patto comune di reciproca accettazione tra lei e loro e gli altri, in cui la messa in scena di sé sfida la verità, a renderli finalmente adulti. Sono coraggiosi e curiosi i ragazzi/e di quell’età e accettano, pur saltellando come pugili inesperti, la sfida lanciata loro da questa «pressore’» perché «lei è una de noi no?». Sperano che Gaja superi, e lo farà rocambolescamente, gli inciampi che loro disseminano sul suo percorso per raggiungerli là dove vive la relazione.

Che il futuro sia più che mai una questione di numeri lo mostra una società – giovane nel dopoguerra – che si è fatta vecchia brigando per il potere, cosa che fa di noi uno dei quattro paesi più anziani al mondo. Sono numeri che hanno deprivato la scuola di risorse vitali, dandone la responsabilità ai soggetti che la abitano invece di farne quel bene comune di cui mi sembra che molto avremmo bisogno – le/gli studenti e il paese – se consideriamo l’attuale distanza tra la rappresentanza e la vita. Abbiamo rimosso che la scuola rimane lo snodo dello sviluppo sociale  perché abbiamo dimenticato che la cultura popolare lavora sottobanco «ridefinendo sulle proprie esigenze la materia prima istituzionale» e che la storia ha le sue «imprevedibili svolte». 

La professoressa questo lo sa e racconta. Noi non possiamo più negare di essere stati ragazzi nell’ostinata creazione dell’errore. Le tante vite della «sua» 5 C ci situano su spazialità e temporalità differenti in cui il «posizionamento generazionale» è assunto come uno degli indicatori di rotta. Loro sono noi, prima. Noi siamo loro, adesso. L’autrice ci fa alzare lo sguardo su quel campo largo che chiede di mediare e di significare il resto del vivere, di esercitare l’empatia per tutti gli spazi intermedi e per quei contesti che li rendono generativi di relazioni di prossimità. Purtroppo però la scuola resta il nodo dell’idea che abbiamo di società e mi sembra che tutta quella soggettività stenti ancora a farsi sistema. 

Quello tra generazioni, dunque, è un rapporto obiettivamente in crisi, da rimettere nella giusta prospettiva. La storica Luisa Passerini, che ora indaga la quarta età, stagione della vita poco narrata, parla di scambiarci dei prestiti di esperienze come snodi di relazioni che possano tessere reti tra età e tra nature diverse. Credo che l’autrice ci sia riuscita intervenendo su quel comportamento simbolico di cui si nutre l’apprendimento. A dimostrazione ennesima che le menti si sviluppano nei corpi e essi nei luoghi e nel tempo in cui sono, facendo dello spazio stesso, unito all’amore il denominatore di senso del nostro essere nel mondo.

Sembra che Gaja abbia in se questa capacità di immedesimazione in cui noi, ferite, diventiamo madri di creature ferite (Lea Melandri). Nella narrazione, infatti, devianze, paure e sogni, non fanno sconti alle fragilità delle relazioni, alle difficoltà del ruolo, alle debolezze del sistema-scuola. Anzi sono generativi dell’individuazione delle studentesse e degli studenti «in quel flusso ininterrotto di attenzioni» che dovrebbero abitarla sempre la scuola, con uno sguardo d’amore che vuole arrivare tenacemente, attraverso una conta dei salvati, al futuro possibile delle loro vite. Eppure è un «Tranquilla pressore’…Ma salvarci da cosa?» l’interlocuzione. 

In un essere fluidi che non ha tanto a che vedere con il sesso dei corpi, ma con la libertà di vivere scegliendo, di destrutturare una morale giudicante e punitiva, trasgrediscono per trovare una via breve verso la vita che gli è stata rappresentata: è il consumo come piacere per soddisfare i desideri a renderla ricca, scintillante. Il premio? Brand multiuso, denaro facile, e via da casa, scuola, lavoro. È una generazione fragile e solitaria che dorme molto e soffre di attacchi di panico, quella che ci consegna l’autrice in questo libro, in realtà. Eppure proprio in quel: «Tranquilla pressore’» voglio leggere la responsabilità che si assumono ogni giorno di fare dell’apprendimento un atto controegemonico, un gesto fondamentale di resistenza: il solo che può garantire a tutti di cogliere il possibile. 

Lei sta, loro stanno. Ciascunə finalmente è al proprio posto perché ormai capace di stare al posto di un’altrə. Teniamone conto nel riattraversare la nostra idea di soggetto nelle posture sociali, culturali, politiche. I vuoti spesso sono apparenti, confini meticci da abitare, pieni di storie da accogliere. Ecco cosa accade a saper ascoltare il vuoto, che ci ritroviamo a parlare di desiderio. Uscire da quel luogo sarà, poi, l’apprendimento della libertà e della democrazia. 

L’articolo è stato già pubblicato nel 2023 su il manifesto e su leggendaria





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