Ecotransfemminismo e antispecismo: un binomio indissolubile
"Le categorie “Homo sapiens” e “UOMO”, creano un immaginario normativo e gerarchico dove ci si pone in antitesi ad animali di altre specie. Una linea che traccia il confine di chi è sacrificabile e chi no". E c'è chi dice a no a questo pensiero, come l'Assemblea Transterritoriale Transfemminista Antispecista NON UNƏ Dİ MENO
Oggi l’antropocentrismo è giunto ad un picco tale da essere a tutti gli effetti la religione della pretestuosa sacralità della vita umana a scapito di quella di tutti gli altri animali, umani disumanizzati compresi. L’ecotransfemminismo non può quindi che essere antispecista!
Questo politicizzare vuol dire dare visibilità e solidarietà ai miliardi di animali fatti nascere al solo fine di essere sfruttati e uccisi e la cui ribellione è nascosta dagli strumenti di contenzione.
Le categorie “Homo sapiens” e “UOMO”, creano un immaginario normativo e gerarchico dove ci si pone in antitesi ad animali di altre specie. Una linea che traccia il confine di chi è sacrificabile e chi no.
Nessunə sarà mai liberə finché non riusciremo a scardinare i meccanismi antropocentrici alla base di questo pensiero.
Perché è lo stesso che è servito a creare padroni e schiavi, uomini e donne, coloni e colonizzati, borghesi e miserabili, “normali” e “pazzi”, eterosessuali e omosessuali, desiderabili e deformi, neurotipici e neurodiversi, famiglie naturali e “contro natura”, fino alla patologizzazione delle persone trans e intersex. Un binarismo servito a creare e naturalizzare la divisione del mondo in oppressori e oppress3. I corpi oppressi possono essere usati, sfruttati, macellati, discriminati, colonizzati,espulsi dai loro territori, lasciati annegare nel Mediterraneo….
Il sistema capitalista, patriarcale, eteronormativo e riproduttivo ha bisogno del proprio ordine: tutto ciò che non vi aderisce è una minaccia e va represso, invisibilizzato, cancellato. Dalle caratteristiche biologiche si impongono gabbie fatte di ruoli e generi costruiti, “rimodellando” violentemente quelli ‘fuori norma’.nI corpi LGBTQIAPKenby+ e tutti quelli fuori “norma”, con la loro urgenza di libero posizionamento e di libero transito diventano quindi in sé rivoluzionari.
Un movimento di liberazione deve colpire alla radice l’oppressione e la lotta di resistenza e di costruzione del cambiamento non può che essere intersezionale!
La forza dirompente dello sciopero transfemminista lanciato a livello internazionale (questo mese Ni una menos Argentina compie 10 anni e sceglie di celebrarlo scendendo in piazza con il movimento che lotta per le pensioni!) sta nell’aver scardinato gerarchie e verticalità e promosso pratiche dal basso, nate e formate dalle persone come soggettività individuali e collettive.
Uno sciopero che fa rete con i popoli originali: le attiviste Mapuche e Guaranì in America del Sud, le comunità curde, quella di Hambach, con le donne e tutte le comunità native in prima fila nella resistenza contro lo sfruttamento neoliberale.
Si sperimentano nuove forme di autodeterminazione e autogestione dei territori, di condivisione del lavoro di cura e di riproduzione. Un modello di vita alternativo a quello capitalista, privo di false gerarchie di genere, razza e specie.
Ricordiamo Berta Cáceres, Marielle Franco, Hande Kader e tutte le persone che hanno pagato con la vita, il carcere e repressioni brutali l’essersi opposte a questo sistema.