Elvira Notari. Oltre il silenzio
Il film sulla storia della prima regista italiana, e una delle prime del cinema mondiale, di cui si era persa la memoria, diretto da Valerio Ciriaci. Nei suoi film raccontava storie di femminicidi
Elvira Coda Notari (1875-1946) è stata la prima regista italiana e una delle prime del cinema mondiale. A Napoli era titolare, insieme al marito Nicola, della casa di produzione Dora Film e, allo stesso tempo, come si conviene ad ogni imprenditrice donna, responsabile dell’intera filiera della produzione, soggettista, sceneggiatrice, incaricata della distribuzione nonché alla testa di una scuola di recitazione. Fra il 1906 e il 1929 dirige 60 film di lungometraggio e oltre 100 documentari, dei quali sono rimasti solo tre film e alcuni frammenti, così come per lungo tempo si è persa la memoria del suo lavoro. Valerio Ciriaci, che ha scritto e diretto il film, riesce ad andare oltre il silenzio che per lungo tempo ha circondato Elvira Notari, grazie a quello che lui stesso ha definito un lavoro corale.
L’interprete di Elvira Notari
Prodotto da Parallelo 41 Produzioni, Awen Films, Cinecittà con Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e Cineteca di Bologna e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venezia Classici, il film chiama a raccolta quanti, da diversi punti di vista, hanno riscoperto la regista. Gianluca Farinelli che, con Vittorio Martinelli e Aldo Bernardini, ha tolto all’oblio il cinema muto italiano e con questo il cinema napoletano fino ad allora considerato il “cinema minore di un cinema minore”, contestualizza questo tipo di produzione, di cui abbiamo ampia testimonianza nel film che propone spezzoni di quei film, molti dei quali prodotti da Gustavo Lombardo, fondatore della Titanus, e interpretati da Leda Gys: Vedi Napoli e poi muori (1924), Napoli è una canzone (1927), Napule… e niente cchiù (1928), diretti da Eugenio Perego. Già dai titoli emergono le radici nella tradizione della canzone napoletana di questo genere di cinematografia: la stessa Notari riprende i testi delle canzoni napoletane dalle quali ricava sceneggiature ispirate alle sceneggiate teatrali. Mario Franco, storico del cinema napoletano, ne mette in luce i tratti originali: a Roma e Torino si giravano le ricostruzioni dell’antica Roma o del Rinascimento, a Napoli si girava nelle strade, anche perché era più economico e c’erano avvenimenti da filmare come la festa di Piedigrotta e le feste sul mare. Da ciò scaturisce uno dei tratti di originalità che caratterizza i film di Elvira Notari, la quale riprende la storia di finzione nella realtà, come sottolinea Maria Assunta Pimpinelli (Cineteca Nazionale), cosicché nei film abbiamo spaccati di vita quotidiana che costituiscono anche un documento storico.
L’obiettivo del regista non è semplicemente quello di delineare la biografia della Notari, piuttosto, sulle orme del lavoro di Giuliana Bruno, autrice, nel 1993, del volume Streetwalking on a Ruined Map. Cultural Theory and the City Films of Elvira Notari, recentemente ripubblicato in italiano (Rovine con vista. Napoli e il cinema di Elvira Notari), Ciriaci affronta diversi temi riconducibili a quella biografia e lo fa avvalendosi dei diversi lavori portati avanti da quanti oggi affrontano il lascito di Elvira Notari attraverso diverse forme espressive. Fra questi, solo per ricordarne alcuni, la performer Antonella Monetti, che insieme a un gruppo di musicisti mette in scena la musica che nel passato accompagnava i film; e Francesca Consonni, visual artist, alla testa di un laboratorio di riuso creativo che unisce cinema e ricamo. I partecipanti sono chiamati a ricamare su un canovaccio che riproduce uno dei pochi fotogrammi sopravvissuti del film Mandolinata a mare (1917): sul tavolo anatomico, la protagonista, Maria, sotto lo sguardo di 13 uomini fra i quali, secondo la regista, l’uomo del quale lei era innamorata. La riscrittura comunitaria, cioè dei partecipanti al workshop, dà un nuovo significato: «quello che mi piace pensare è che riscriviamo un nuovo finale», dice Consonni.
Elvira Notari nelle foto d’epoca
Giuliana Bruno, professoressa di Visual and Environmental Studies all’Università di Harvard, pioniera nel suo lavoro quanto lo è stata la Notari nel cinema, per prima si è interrogata sul silenzio che ha avvolto la Notari, la cui voce, come ci dice, «è stata silenziata»: non si tratta solo della perdita dei film, è stato anche un silenzio della critica e della storia. Bruno ha fatto luce, fra l’altro, sulla casa di produzione fondata dai coniugi Notari a New York dove, peraltro, Elvira non era mai stata: la Dora Film of America, destinata a diventare anche un centro di produzione dei film richiesti dagli immigrati sui luoghi di origine dai quali provengono. Nelle pubblicità della Dora Film of America non compare il nome di Elvira ma solo quello del marito Nicola, così come la corrispondenza è indirizzata a lui: una donna, per quanto imprenditrice e di successo, non può firmare i contratti.
Analizzando i visti di censura, Bruno è risalita ai tagli e le modifiche spesso radicali imposti ai film: perciò la Dora film ne stampava due copie una delle quali, non sottoposta alla censura, era portata dagli emigranti in America dove quei film riscuotevano enorme successo nella estesa comunità italiana (negli anni ’20, a New York c’erano 26 cinema che proponevano film italiani). Il successo è determinato anche dal fatto che al centro dei film della Notari spiccano figure femminili dotate di una propria autonomia e, come sottolinea la storica del cinema Giuliana Muscio, proprio in quegli anni negli Stati Uniti entra in campo la seconda generazione femminile, che vive sulla propria pelle le problematiche legate al doversi adattare a una nuova cultura e alla modernizzazione. Se il lavoro di Giuliana Bruno ha fatto luce su molti aspetti legati al lavoro della Notari, solo a un romanzo storico – Elvira di Flavia Amabile – è dato indagarne la vita privata colmandone le lacune con l’immaginazione anche perché Elvira non ha lasciato niente di scritto. Amabile ci restituisce il ritratto di una donna capace di coltivare i propri sogni affrontando il conflitto che per ognuna comporta lavorare ed avere una famiglia: Elvira ha una terza figlia, Maria, cresciuta in orfanotrofio e che non incontrerà mai la madre.
Nel film Elvira Notari ha il volto Teresa Saponangelo (David di Donatello per il ruolo della madre di Paolo Sorrentino in È stata la mano di Dio), ritratta da Cristina Vatielli, che ad Elvira Notari ha dedicato il progetto fotografico Elvira Notari, la madre del cinema italiano. Si tratta di un lavoro caratterizzato da un approccio storico-documentario, basato su ricerche approfondite, come i precedenti della Vatielli: solo per citarne alcuni, Le Donne di Picasso (2016), una serie di ritratti che danno voce alla sofferenza di otto donne che hanno amato Pablo Picasso, e Sin Hombre (2019) una libera ricostruzione della storia d’amore tra due donne spagnole che riuscirono a sposarsi in chiesa nel 1901.
Oltre il silenzio, un frame dal film
Vite difficili, come quelle delle protagoniste dei film della Notari, che racconta donne dalla forte carica erotica, che agognano all’indipendenza e perciò destinate ad una fine tragica: i femminicidi ricorrono, così come furti e omicidi, famiglie non propriamente patriarcali, la critica alle istituzioni e alla legge che condanna alla prigione gli innocenti. E ricorre la povertà – basti pensare al frammento di È Piccerella, a rappresentare la povertà e il disordine degli italiani, proposto da Mark Cousin nel film The March on Rome (2022) – nonché l’uso del dialetto. Troppo per il fascismo, impegnato a dare di Napoli un’immagine diversa: di conseguenza, come si è detto, i film della Notari cadono sotto la scure della censura. È questo uno dei motivi, insieme all’avvento del sonoro e a ragioni personali, che spingono Elvira Notari, nel 1930, ad abbandonare il cinema e a ritirarsi, da sola, a Cava dei Tirreni dove morirà nel 1946.
Il regista, al pari di quanti si sono occupati di Elvira Notari, è stato mosso dalla volontà di capire perché era stata cancellata e come loro ha colto l’opportunità di trasformare i vuoti della storia di Elvira in qualcosa di creativo. Come lui stesso ha dichiarato «è come se i vuoti della storia di Elvira si fossero trasformati in qualcosa di creativo. C’è uno spazio che crea una opportunità per nuovi racconti e nuove opere. La sua storia si fa anche più universale. Attualissimo il tema di una donna che cerca di fare il proprio lavoro e nello stesso tempo avere una famiglia. I suoi film, poi, spesso raccontano storie che finiscono con un femminicidio. Elvira continua a parlarci oggi più che mai». Valerio Ciriaci, guidato da quella ruined map, ci mostra i molteplici risvolti di quel cammino: il risultato è un film denso di suggestioni e al contempo godibilissimo, che restituisce le atmosfere dell’epoca e le sue contraddizioni, e un atto di amore nei confronti del cinema e della sua capacità di salvaguardare e tenere viva la memoria.


