Essere madri.
Da destino a desiderio
Come si connettono maternità e politica per quelle donne (alcune, non tutte) per cui partorire ha smesso di essere un obbligo. L’agire del desiderio, il sapere dei corpi: una formidabile posta in gioco
Pubblicato da: www.leggendaria.it
il: 01/08/2023
Corpi, autodeterminazione, scelte. Essere quello che vogliamo e non quello che ci è stato imposto non è immediatamente conseguente. Se abbiamo capito ormai che è ancora il potere patriarcale a giocare la partita della maternità come colpa, destino, controllo; la sfida del desiderio, invece, non l’abbiamo colta che di sfuggita. Intimo il tema, delicati i percorsi, formidabile la posta in gioco. Ci sono così tante forme e condizioni per scrivere di maternità politiche positive ma non me ne viene in mente nessuna che prescinda dal desiderio, dagli strumenti per agirlo, dall’accanimento con cui viene represso. Una parola, attribuita più al capriccio che alla vita, difficile da condividere evidentemente. Invece è solo mettendo a valore il nostro stare bene insieme che, dal mio punto di vista, molte forme per viverle questo tipo di maternità diventano legittime. La condizione, quindi, è felice se inizia da un desiderio possibile in cui occorre lasciar scegliere e fidarsi, e anche questo è difficile. Io l’ho fatto, imparando a mie spese che la fortuna non si sfida, e mi ritrovo piena di forza. Ma se penso a quanto poco è privata la mia vita, direi che non sono ancora soltanto mia. Dal lungo rapporto tra politica e femminismo avevo ereditato la parola felicità: non solo un’elaborazione teorica, ma il fare concretamente insieme; il perseguimento collettivo del progetto di libertà; quel «filo che corre fra chi crede nelle stesse cose» di cui parlava Rossanda. Per noi donne, mi si diceva, la felicità esiste in quanto risultante di una libertà la cui ricerca sta nella condivisione (Simone Weil): per questo uno dei rari momenti di felicità pubblica è proprio il femminismo (Anna Rossi-Doria). Non ci si riferiva a quella felicità che oggi stenta a essere dissociata dalla fortuna, ma all’orizzonte del desiderio. Parlavamo di corpi vivi, sessualità, affetti: l’opposto non era l’infelicità ma la disobbedienza, quell’atto di rifiuto che introduce l’idea di futuro. E ancora, imparavamo cosa sarebbe stata la nostra vita senza grandi desideri (Muraro), quando studiavamo che è proprio la gioia il sentimento del reale (Simone Weil). Da figlia di quegli anni Settanta che denunciarono la famiglia come istituzione repressiva, ho visto passare sotto i miei occhi coppie diventare altro o sparire del tutto, persone adattare le vite ai desideri e non più viceversa. Sono stata più a lungo non madre che madre io; ma in entrambe le condizioni, per non parlare del passaggio tra l’una e l’altra, mi sono ritrovata da sola. Molte amiche di quella generazione hanno fatto della sottrazione un istituto assoluto ma probabilmente allora era l’unico modo. Un certo imbarazzo collettivo mi accoglie ancora oggi che di figlie ne ho due: come se fossi stata meno coraggiosa di altre e dovessi essere grata a chi ha rifiutato il ruolo al posto mio. Una madre è sola. Poi la parola maternità è stata sostituita da corpi: io mi dissi, gli camminerà dentro a questi corpi e lì sarà nominata e vista. Fatto sta che una maternità senza famiglia va ancora pensata a giudicare dalla cronaca e dalla repressione politica accanite sull’argomento: è su quel terreno che vorrei ci battessimo.
Esiste anche un certo imbarazzo nell’agire politico con i compagni, infastiditi dal fatto che l’attenzione alle mie figlie limiti l’impegno verso di loro. Abbiamo già scritto sui maschi di sinistra qui su Leggendaria, forse dovremmo tornare sul tema delle nuove forme che ha preso l’appropriazione del tempo dell’altra e il nostro agire nella cura. Insomma, tutta una serie di condizionamenti al contrario hanno rischiato di compromettere la mia possibilità stessa di diventare madre. Purtroppo su quel terreno i linguaggi si fanno stranieri anche nei femminismi e ho il dubbio che faticheranno a ricongiungersi. Come scrive Silvia Suriano, nel bel pezzo di questo Tema, sono diventate le altre (madri), così estranee per formazione e interessi, le mie compagne di quest’avventura: ero alla nascita di una politica più mia che mi obbliga a pensarmi al futuro. Perché fare figli e perché no In un’economia dei corpi, la crescita e la decrescita demografica hanno un valore specifico e legiferante. Perché alcune persone scelgano di avere un figlio non è domanda dotata di alcun senso pubblico, dunque, se non ne diamo alla sua opposta: ossia perché altre/i scelgono di non farlo. Liberarli questi corpi è difficile, perché l’autonomia scatena le vite e chi produce sfruttamento lo sa. Si era deciso di non parlare di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) in queste pagine, il tema essendo casomai renderle più disponibili per tutte/i. Tuttavia, la mia storia dice che il passaggio dal desiderio alla felicità non sarebbe stato possibile senza strumenti per condurvi il mio corpo. Perché la “materndipity”, la felice scoperta di aspettare un figlio per caso, sarebbe stata per me un po’ come una laurea senza studio o la ricchezza senza furto. Può capitare ma è raro. Per questo sono grata a chi ha restituito il tema dei corpi LGBTQIA+ all’arena pubblica e considero un errore separare le biotecnologie come se nulla avessero a che fare con il desiderio e non concorressero, anzi, al superamento della famiglia tradizionale, in quel campo tutto politico della battaglia del potere sui corpi.
Cosa ne sappiamo dei corpi degli altri? Cresciute ascoltando le madri rivendicare asili aziendali, non ci siamo accorte che la maternità da destino si stava trasformando in desiderio. Ci siamo trovate di fronte a un vuoto che non abbiamo capito di dover declinare sulle gravidanze volute. Se la nostra cifra era stata la «critica della società», non avevamo saputo però ascoltare noi stesse (Carla Lonzi). Accadeva mentre rimanevamo vittime di un lavoro di cura che si è addirittura moltiplicato, sommato al lavoro produttivo precario e sfruttato e a tutta la violenza patriarcale. Per essere madre felice serve anche tempo liberato. E il tempo è ormai un valore economico che ci viene sottratto. Il tempo del fare, senz’altro, ma anche quello dell’elaborazione del cambiamento accelerato e continuo al quale ti sfidano i neuroni e le sinapsi vorticosi dei tuoi figli e dei figli degli altri perché non dimentichiamo che non si cresce da soli, che entriamo in un mondo nuovo improvvisamente non più popolato da adulti, anche se in Italia nel dopoguerra oltre la metà della popolazione aveva meno di 30 anni e oggi gli adolescenti sono solo il14%. Forse le giovani madri di oggi ancora portano il peso di una genealogia che ne condiziona il desiderio, ma spero che abbiano almeno liberato la felicità. Politica e desiderio: difficile contenerle in un unico corpo? Felicità. I touchpoint – come li chiama la puericultura americana – sono tanti. La gestazione e i modi per ottenerla: io essendo una “primipara attempata” ho utilizzato tecniche di Pma. Il parto e i modi di viverlo: scelsi l’istinto, che effettivamente esiste, rimandando a dopo letture e approfondimenti. I primi mesi, con i sensi che mettono in simbiosi i corpi (per i neonati il seno è corpo loro come un piede o un braccio; e il mio lo hanno avuto a disposizione anche in pubblica piazza). La condivisione con il/la partner se è una scelta di due. Ma è stato solo quando mia figlia ha agganciato per la prima volta il suo sguardo – che ancora oggi la racconta come soggetto – nel mio che sono diventata madre. Era l’inizio di una relazione.
Normiamo ma non raccontiamo delle esperienze dei corpi e della genitorialità desiderante. La mia prima figlia è nata pre-termine ed è stata ricoverata in terapia intensiva per tre settimane. Ne scrive Valeria Parrella in un bel libro, Lo spazio bianco, poi trasformato in film da Francesca Comencini. Fu un passaggio condiviso con altre/i e un’opportunità per il padre di partecipare della cura dei suoi primi giorni di vita, cosa non così immediata nei parti consueti, come ho potuto sperimentare con la seconda figlia. Sulle scelte libere di genitorialità si è scatenata tutta la ferocia di quella partita del potere che tollera i femminicidi. Basti leggere la cronaca di Padova e Palermo. Se faccenda pubblica dev’essere allora, che il dibattito riparta dalle vite vive. Il nostro futuro liberista è progettato sul potenziale biocognitivo messo a profitto: il DNA stesso fino a pochi anni fa era brevettabile e sono 21 milioni le persone ridotte in schiavitù nel mondo. È la rottura teorica che spaventa (come nelle carriere Alias): la libertà con cui i nostri corpi si reinventano, con quali posture cammineranno nelle vite e nelle nostre società (che significa che saremo tutte/i più noi di prima) ridefinendo il senso stesso di sesso fuori dal binarismo patriarcale. Tra gli sfinenti mansplaining ho letto che dovremmo rassegnare il desiderio al nostro stato. Quale stato? La famiglia? La fertilità? L’autonomia? La morte? Mio padre vive da trent’anni con la valvola di un maiale. Il nostro stato è la felicità. Cos’è una maternità “politica” se non aspira alla condivisione del buon vivere nel mondo? Il compito immane è questo: abbandonare certezze e luoghi comuni; valorizzare la titanica impresa di crescere; impedire a questo capitalismo estrattivo di depredarci di risorse e di autonomia, non insegnare ai bambini come lavarsi i denti (anche). Io sono contenta di essere madre, è un’esperienza totale (anche se non dimentico che non tutto ha a che fare con questo); che lo siano anche altri se vogliono.
Noi donne, un passo avanti l’abbiamo compiuto mentre stiamo ancora aspettando che «gli uomini riescano a vivere in modo più equo» (Simone De Beauvoir). Oggi, dopo gli anni morbidi dell’inizio del viaggio, è tra le onde del mare impetuoso dell’adolescenza – in cui mi ritrovo a navigare a vista con amore, curiosità, passione e, soprattutto, con tanto coraggio –, che la felicità per me si fonde con l’azione politica. Sono molto più attiva perché vivo l’emergenza sulla loro pelle. Crescere delle giovani donne, accompagnarle a riconoscere gli stereotipi è un esercizio quotidiano; attraversare la scuola e i suoi linguaggi crea comunità; «essere felici nella relazione e nella condivisione» (Irigaray) con loro è un’opportunità; lasciarsi contaminare dal desiderio in questo mondo prepotente in corsa, non ci consente di abbandonarci alle “passioni tristi”; passare da figlia a madre con tutto il carico di responsabilità verso il futuro non è più astrazione ma richiede atti concreti. Sono le mie figlie, quell’accelerazione bionica cui neppure la vivace e numerosa famiglia da cui origino mi aveva preparata, il mio atto più rivoluzionario. La maternità felice è politica, insomma, perché ogni nuova vita porta con sé tante storie e nuove morti con cui far di conto: è la nostra finitezza unita all’immortalità delle generazioni. Poter immaginare questo futuro dai loro occhi, in questo mondo invecchiato, avaro e ostile, è per me la forza più grande. «Qui ora sto e resto».
articolo pubblicato da leggendaria.it
Leggendaria 161 Agosto-Settembre 2023