Farla finita con la violenza!

Non c’è differenza tra specie nel diritto di vivere e morire in pace. Considerare il lavoro di animali, umani marginalizzati e interi ecosistemi significa aprire ad alleanze femministe, antirazziste, antispeciste ed ecologiste a partire dal comune terreno della messa al lavoro coatta e dello sfruttamento.

Farla finita con la violenza!

31 Ottobre 2024

L’approccio intersezionale col quale reFUSə la webzina di FactoryA, ha scelto di raccontare la violenza pone in primo piano, accanto alla violenza contro le donne e le soggettività non conformi e dissidenti, quella contro gli animali, perché le oppressioni si comprendono meglio alla luce dei molteplici incroci che l’antropocene tesse tra le diverse forme di sfruttamento e abuso verso chi rappresenta l’alterità, aliena, mostruosa e animale umana e non.

Si è da poco conclusa la giornata del 20 settembre, in ricordo della strage di Sairano, che ha visto attivist3 e simpatizzant3 arrivare a Milano da tutta Italia per ribadire che gli animali non umani hanno diritto a una vita degna, che i rifugi non sono allevamenti e pertanto necessitano di normative differenti che prendano in considerazione prioritariamente la salute animale; non come ipocritamente trattata dalla legislazione italiana e europea che l’assoggettano alla salute umana, ma considerata come un bene a sé, da perseguire a prescindere da quella; una legislazione insomma che faccia proprio il pensiero antispecista per cui non vi è differenza tra le specie avendo tutte il diritto di vivere e morire in pace. 

Non è nuovo il collegamento tra violenza contro gli animali e violenza contro le donne. Da tempo gli animal studies si sono applicati in questa direzione, anche se la postura della domesticazione è una impronta da cui resta difficile smarcarsi e da cui invece il femminismo antispecista deve liberarsi poiché, come scrive Federica Timeto sul numero di Leggendaria dedicato alla “Rivoluzione antispecista”. 

Il femminismo antispecista considera, attraversa e pratica le differenze: diserta il centro di parola e i suoi stratagemmi e va incontro a corpi delle altr3 animali nella loro specificità, lasciando che siano loro a insegnarci come entrare in una relazione che non sia oppositiva e gerarchica ma nemmeno analogica. Solo così, abitando le differenze e le loro contraddizioni, credo sia possibile fare insieme la liberazione della vita in comune. (Timeto, “I margini porosi del femminismo antispecista”, Leggendaria n. 165/2024.

In un bel saggio pubblicato invece sul numero di Aut Aut dedicato a “La Filosofia davanti al massacro degli animali”, Elisa Bosisio scrive che “Ripensare il lavoro oltre i limiti antropocentrici della concettualizzazione moderna e postfordista consente di riconoscere punti di contatto tra forme di sfruttamento celate dietro la disponibilità sancita per natura delle soggettività più vulnerabili sul mercato e, poiché ripensare il lavoro significa ripensare la classe e ripensare la classe significa ripensare la lotta come motrice di cambiamenti, considerare il lavoro di animali, umani marginalizzati e interi ecosistemi significa aprire ad alleanze femministe, antirazziste, antispeciste ed ecologiste a partire dal comune terreno della messa al lavoro coatta e dello sfruttamento” (Bosisio, “Casalinghe e animalesse: sul lavoro ri/produttivo tra natura e tecnica”, Aut Aut, n. 401, 2024).

Perché da Carol Adams in poi, il referente assente è uno strumento per analizzare le interconnessioni tra i diversi regimi di oppressioni e sfruttamenti. Sul lavoro di Carol Adam è possibile ascoltare un’intervista a Annalisa Zabonati, attivista del gruppo Anguane e traduttrice del saggio di Adams Carne da macello (Hoepli 2020) nella puntata del podcast La mano sinistra intitolata “La donna mangiata” (vedi link)  

Anche la narrativa ha articolato un ragionamento sulla doppia violenza che accosta donne e animali, a partire dal romanzo che ha segnato l’esordio ne 1969 di Margareth Atwood, La donna da mangiare fino al più recente La vegetariana  scritto nel 2007 dalla scrittrice sud-coreana e recente premio nobel Han Kang. 

Con la rivista Leggendaria  (vedi allegato) ho cercato di tessere un ponte tra attivismo e narrativa, sottolineando il ruolo che hanno avuto alcuni romanzi e racconti nello smuovere la coscienza collettiva sulle atrocità che riserviamo agli animali non umani. 

Atrocità documentate dal docufilm  Food for Profit di Giulia Innocenza, inserito tra i diciannove film italiani candidati agli Oscar (vedi link al trailer). 

Come anche, tasto dolente, occorre continuare lavorare sull’incidenza che le politiche animaliste hanno sul mondo dei femminismi. Come scrive Federica Timeto si tratta di una relazione di lunga data che affonda le sue radici fino nell’Ottocento. Nell’intervista rilasciata il 

30 giugno 2024 a Cristina Petrucci, Timeto precisa le differenze che corrono tra ecovegfemminismo dall’ecofemminismo:

Intanto ecovegfemminismo è un termine che è stato coniato in Italia dall’antropologa e psicologa Annalisa Zabonati e non è un termine riconosciuto all’estero. Quindi l’attivista Carol J. Adams non si definisce una ecovegfemminista. Però è un termine comodo perché differenzia l’ecofemminismo in generale con l’ecofemminismo attento alla questione animale. Quindi se parliamo dell’ecofemminismo in generale sappiamo che c’è sicuramente una attenzione all’ecologia, alle questioni della natura, alla lotta contro il nucleare e anche all’ambiente, ma non c’è un focus così netto sulla questione animale come invece nel pensiero ecovegfemminista che possiamo far risalire ad Adams e al suo famoso testo The Sexual Politics of Meat del 1990 e che verrà tradotto in italiano con Carne da macello. La politica sessuale della carne soltanto venti anni dopo nel 2020. L’ecofemminismo in generale ha comunque una matrice marxista e è raro che affronti la questione animale nello specifico.

Ad ogni modo la relazione tra femminismi e antispecismo, una relazione che ha avuto e ha un andamento sotterraneo e controverso. Si giustifica così quella sorta di invettiva lanciata da Rachele Borghi  con “Guanciale di maiale e gamba di sedano. Lettera aperta al femminismo specista”, pubblicata sulla rivista Liberazioni n. 40, contro le femministe ree di non aprire gli occhi di fronte alla violenza insita nel non ripudiare la dieta carnea a fronte di compagne ai cui occhi la bistecca in tavola equivale a un omicidio.
Ma la violenza insita nel consumare carne non è l’unica forma di violenza cui sono oggetto gli animali. Lo racconta bene Susanna Panini in un testo che ci porta a considerare come anche gli animali non umani abbiano diritto a una buona morte gettando una linea di congiunzione verso la battaglia per l’eutanasia, in Italia ancora tutta da combattere; il racconto è inserito nella raccolta  Zanne. Un’antologia di animali ribelli (ed. Cronache ribelli)  curata dalla stessa Panini e da Francesco Cortonesi. 

E allora un modo per bene interpretare la giornata del 25 novembre è allargare lo sguardo, renderlo sensibile alle diverse forme di sfruttamento a cui l’antropocene ci ha abituato e fare fronte comune, pur con le diversità oggettive che le diverse lotte comportano, per sovvertire l’ordine patriarcale, misogino e carnista. Per conto nostro continueremo a battere sul tema, con l’intenzione di raccontarvi sui prossimi numeri gli sviluppi della lotta perché i santuari e i rifugi degli animali ottengano un diverso status normativo. 

 

 






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