Fatta in casa
L'intelligenza sociale indossa scarpe nuove
Dal MADE al MAKE Il futuro politico della moda per tornare a svolgere un ruolo centrale nel ridefinire il linguaggio culturale contemporaneo e liberare i corpi
È il 12 febbraio 1951 la data che segna l’inizio del “Made in Italy” e che dà il via a quello che diventerà a tutti gli effetti il terzo brand più conosciuto al mondo, dopo Coca-Cola e Visa, per qualità, innovazione, eleganza e stile dell’industria della moda italiana. Il luogo è Villa Torrigiani, a Firenze: uno spazio in cui, grazie all’idea geniale dell’imprenditore Giovanni Battista Giorgini, prende vita il primo evento che segna a tutti gli effetti l’inizio della storia e del successo di una delle economie più importanti del nostro Paese, oggi la terza voce. Sarà poi l’anno successivo, il 1952, che l’evento si sposterà all’interno della Sala Bianca di Palazzo Pitti, una dei luoghi fiorentini più amati dalla nostra cultura e apprezzati a livello internazionale.
MADE IN ITALY: letteralmente, fatto in Italia; fatto, appunto: pensato, disegnato, progettato e infine prodotto in Italia. Alla luce di tutte queste caratteristiche, è ancora valido l’utilizzo di questa espressione o è rimasto soltanto appannaggio di un punto di vista internazionale poco attento alle dinamiche coloniali interne che, da anni ormai, attraversano il mondo della moda? La risposta, ahimè, è scontata. Sono infatti gli anni Novanta del nostro secolo a segnare l’epoca della globalizzazione, termine coniato dalla rivista The Economist già nel 1962. Quella che sembrava a tutti gli effetti una grandissima opportunità per abbattere “confini”, seppur immaginari (e immaginati), per connettere mondi diversi e includere ogni ricchezza proveniente da culture differenti, per arricchire invece che impoverire, per unire anziché dividere, si è rivelata ben presto una totale debacle.
Parlo soprattutto della moda, un mondo troppo spesso ed erroneamente reputato superficiale che invece rappresenta oggi un medium fondamentale da cui partire per decodificare dinamiche di sistemi oppressivi ed estrattivi e per codificare, al contrario, strumenti di promozione del sé destinati a dettare le regole di sentimenti collettivi. Indossare qualcosa, scegliere un colore invece di un altro, decidere come mostrarsi è infatti, da sempre, appannaggio di un coraggio individuale che vede nell’abito un mezzo espressivo di valori, codici e messaggi molto spesso politici e, appunto, identitari.
Ma cosa è successo al Made in Italy con la globalizzazione? Cosa ha davvero significato iniziare a delocalizzare le produzioni del mondo del lusso verso zone del Sud Globale del nostro pianeta, marginalizzate, invisibilizzate e troppo spesso abusate in ogni loro prerogativa e dignità? È accaduto qualcosa di irreparabile, purtroppo, a cui stiamo cercando di porre rimedio almeno dal punto di vista dei diritti e delle narrazioni. Cambiamenti climatici, impoverimento territoriale, violazione dei diritti umani, sfruttamento delle materie prime, azzeramento delle coscienze hanno iniziato a ricomporre ciò che sembrava restare un sogno e che invece stavamo trasformando in un vero e proprio incubo: la moda.
Alla luce di tutto questo, quale potrebbe essere una soluzione utile a riportare il comparto moda ad avere nuovamente quella luce capace di illuminare bellezza e conoscenza, sapere e artigianalità, collaborazione ed economia, rispetto e cooperazione? Uno dei tentativi si trova proprio all’interno del participio passato del verbo inglese to make: fare. Ossia, passare dal made in – fatto a – al make – fare. Ma, nello specifico, fare cosa? Certamente la potenzialità di questo cambiamento non può, né potrà, risiedere soltanto nella produzione, altrimenti rischieremmo di perdere un’altra preziosa opportunità, quanto piuttosto nel connettere il verbo a quella che possiamo iniziare a chiamare intelligenza sociale. In un’epoca caratterizzata da crescenti polarizzazioni sociali, dall’azzeramento di diritti civili, dall’emergere di nuove sensibilità culturali e da urgenti questioni ambientali, l’intelligenza sociale può svolgere un ruolo centrale nel ridefinire la moda contemporanea, sia come sistema produttivo sia come linguaggio culturale e di agency. Applicata alla moda, l’intelligenza sociale si configura come la capacità di leggere criticamente il contesto storico e sociale in cui prodotti e immagini vengono generati, visualizzati, raccontati, distribuiti e consumati. Essa implica una consapevolezza dei rapporti di potere, delle dinamiche identitarie e delle responsabilità etiche che attraversano il settore, superando una visione puramente estetica o commerciale del vestire. In questo senso, la moda diventa uno spazio di mediazione simbolica, capace di articolare risposte complesse alle tensioni contemporanee piuttosto che amplificarne le semplificazioni.
L’intelligenza sociale permette alla moda di evitare narrazioni binarie e appropriazioni superficiali e colonizzanti, favorendo invece pratiche di ascolto, inclusione e dialogo con le comunità coinvolte, visibilizzandole a favore di un’agency che veda la comunità stessa protagonista attraverso l’utilizzo della propria voce. Ciò si traduce in scelte più consapevoli in termini di rappresentazione, casting, storytelling e collaborazione, nonché in una maggiore attenzione ai significati culturali dei segni estetici utilizzati, capaci di interrompere stagioni di appropriazione culturale a favore della decolonialità di usi, consumi e costumi. In questa visione, modelli collaborativi possono implicare un ripensamento dei rapporti di potere all’interno della filiera moda, in particolare tra brand, fornitorə, artigianə e politica. Generare valore condiviso significa riconoscere il contributo culturale e produttivo di tutti gli attori e le attrici coinvolti, non solo in termini economici ma anche simbolici, promuovendo pratiche di co-progettazione, un’equa distribuzione del valore e investimenti in formazione e innovazione condivisa. Non solo riflettere la società ma partecipare attivamente alla sua ridefinizione.
Soltanto attraverso pratiche informate, responsabili e contestuali la moda può tornare a essere un medium culturale capace di produrre senso, consapevolezza e immaginari alternativi in un presente frammentato, instabile e a dir poco preoccupante. Strumenti di ascolto strutturato, uniti a pratiche di governance e trasparenza, potranno pertanto ridefinire anche la formazione attraverso percorsi progettuali capaci di restituire alla moda quel valore intrinseco che non potrà più prescindere da una biodiversità di racconti, di ascolti e di pratiche collaborative, in grado di sottrarci dall’imbarazzo prodotto da monoculture dello sguardo che rischiano sempre più di non dare voce a chi, fino ad oggi, non abbiamo permesso di essere interpellatə. Almeno, questo è ciò che ci auguriamo.