Filosofe.
Dieci donne che hanno ripensato il mondo
Nell’attuale momento storico, la presenza delle donne in filosofia è robusta, solida, determinante e influente. La filosofia non è in crisi, la vogliono in crisi, la vogliono battuta, vinta, inutile, insensata. Questo è invece il momento della resistenza, della difesa a oltranza della forza del pensiero nell’esercizio instancabile della critica del reale e del presente, particolarmente ostili e duri per tanti esseri umani. Perché la riflessione filosofica possa dare in tempo reale il suo contributo cruciale alla comprensione del tragico e disorientante momento storico che stiamo vivendo occorre, come insegnano Nietzsche e Foucault, darle quello spessore “inattuale” di presa sul e del presente che solo un’accorta genealogia critica, non limitata alla mera ricostruzione cronologica ma tesa invece dritta al cuore del senso, può restituirle. Filosofe. Dieci donne che hanno ripensato il mondo, è un segmento importante di quella genealogia, che insiste deliberatamente sul contributo decisivo delle donne al pensiero critico. Infatti, ripercorrendo attraverso interpreti geniali gli ultimi due secoli si giunge fino a due filosofe contemporanee senza le quali il nostro mondo apparirebbe ancora più opaco e privo di senso.
Partiamo dunque dalla fine. Judith Butler rappresenta oggi nell’alveo della teoria critica una pensatrice ineguagliabile, non a caso detestata dai poteri violenti e reazionari che vorrebbero farla tacere, sia quando condanna la violenza fascista e deumanizzatrice di Israele, sia quando difende e rivendica i diritti della comunità LGBTQIA+. Lo stesso vale per Silvia Federici, autrice dell’imprescindibile Calibano e la strega in cui il primo, simbolo del proletariato, incrocia nel punto esatto in cui la discriminazione di classe interseca quella di genere, la strega, sineddoche delle donne, in un’interpretazione che unifica sotto il segno dello sfruttamento della forza-lavoro, produttiva e/o riproduttiva, coloro su cui il sistema capitalistico-patriarcale esercita la medesima oppressione secolare. Ma questa genealogia va a cercare le tracce di un “pensiero altro”, di un imprevisto sguardo sul mondo nelle storie cancellate di pensatrici la cui voce torni a risuonare oggi e a indicare strade, talvolta poco battute, come quella coraggiosa del pensiero poetico-politico di Audre Lorde che, da “poeta Nera lesbica femminista guerriera”, celebra il “potere erotico” e la sua carica trasformativa e rivoluzionaria. Oppure come quella di Maria Zambrano, che non smette di cercare nelle “viscere della storia” marchiata a fuoco dai totalitarismi fascisti il luogo in cui la poesia si faccia “pensante” e il pensiero trovi la sua via nel linguaggio poetico. Questo scavo incontra poi due capisaldi della lotta per la liberazione delle donne, il pensiero aurorale di Simone de Beauvoir e quello di Carla Lonzi che, vent’anni dopo, imprime alla “seconda ondata femminista” uno scatto repentino. Se la prima, dopo aver dissezionato minuziosamente la condizione delle donne, individua nella costruzione sociale e culturale del genere femminile la trappola dell’identificazione tra i ruoli sessuali e i rapporti di potere e sottomissione, è Lonzi, a mettere in discussione, “sputando” su Hegel, su Marx e su Freud, l’intero paradigma della cultura occidentale, riletto nel suo insieme come esito del potere maschile virilista, androcentrico e misogino che, attraverso il controllo sui corpi e sulle esistenze delle donne, ne ha mortificato l’energia creativa e l’autodeterminazione piegandole alla missione della riproduzione della specie. Ma non tutte in questa genealogia sono ispirate dal femminismo, anzi Simone Weil e Hannah Arendt non fanno mistero della loro diffidenza verso tale orientamento, divenendo ognuna per suo conto e con esiti nel primo caso più individualistici, nel secondo molto più “pluralistici”, le più penetranti analiste dei propri tempi di “sventura”, in cui si mostra all’ennesima potenza l’imperio della forza e il dominio incontrastato del male estremo che entrambe esperiscono a causa dei totalitarismi novecenteschi. Sullo stesso terreno incontriamo anche Ágnes Heller che proporrà la propria “filosofia radicale della vita buona” proprio dopo aver sperimentato sulla sua pelle, da ebrea ungherese, prima il nazismo, poi lo stalinismo e da ultimo anche l’“orbanismo”, con un’esplorazione dei meandri del potere durato una vita intera che va dalla persecuzione, alla censura, alla dissidenza, all’esilio.
Queste dieci filosofe hanno faticosamente potuto tracciare un solco nella storia del pensiero occidentale, e solo a costo di gesti di ribellione e di scelte di vita radicali. A cominciare dalla prima tra loro, Louise von Salomé il cui “incoercibile bisogno di libertà e di vita” è stato per oltre un secolo occultato dalla sua avvenenza e genialità che l’hanno resa un oggetto desiderato, ammirato e venerato da alcuni tra i più grandi intellettuali tra la fine dell’Ottocento e le prime decadi del Novecento, da Nietzsche a Rilke, da Ree a Freud, oscurandone la potenza riflessiva e consegnandola a un cono d’ombra tutto patriarcale. È da lì che questo libro cerca di tirar fuori lei come le altre, insistendo su alcuni nessi che ricorrono nelle loro pur diversissime filosofie: il corpo, come luogo materiale di un pensiero situato, la tensione dialettica tra il singolare e il plurale, tra lo sguardo dell’io e l’aspirazione universalistica del logos, il legame indissolubile tra vita e pensiero, che si sottrae programmaticamente alla pura astrazione per far fare alla filosofia un’immersione senza risparmio nell’esistenza.
Colpisce di queste autrici la capacità di imprimere una direzione nuova e imprevista al filosofare, nel tentativo di avviare una rivoluzione epistemologica che, senza indugiare nell’elencazione delle (tante) donne filosofe, punta piuttosto a trascendere il fallologocentrismo su cui è stata eretta la filosofia occidentale scardinandone il canone maschile e patriarcale.