Giù le mani dalla Regina
Colpo di spugna. La mascolinità sotto attacco reagisce esibendo il potere e formando le truppe. Ma la scuola non è un pedone a perdere sullo scacchiere del dominio
Trump vieta alle atlete transgender la partecipazione agli sport femminili. E questo «keeping men out of women’s sports», secondo Rowling (ricordate Harry Potter?), ripristinerebbe la «verità biologica» sui diritti delle donne distrutti, cito testualmente, dalle campagne fatte da «ogni singola persona di sinistra». Un paio di femministe di casa nostra rilanciano e rincarano. Che femminismo è, però, quello che non serve ad aprir domande ma a seminar trofei? Scrive Sarah Ahmed (Il manuale della femminista guastafeste, Fandango 2024), «se esponi un problema, crei un problema; se crei un problema, diventi il problema».
Negli Usa, dal 2021 Pen America denuncia la censura sui libri messi al bando dalle scuole pubbliche. Diecimila titoli nel solo anno scolastico 2023-2024 di autrici e autori di colore (44%), LGBTQI+ (39%), donne; sul razzismo, la sessualità, il genere, la storia. Anche Atwood è vittima del Book Ban.
Si chiama Teen STAR l’associazione fondata da una suora missionaria Usa nell’’80, presente in 56 paesi, in Italia dal 2009. Tiene corsi di educazione affettiva e sessuale anche nelle nostre scuole. Per loro la masturbazione è un disturbo; la fertilità si misura con l’Ogino-Knaus, e guai a parlare di contraccezione e aborto; l’omosessualità rimane fuori programma.
Evidente il legame ideologico con i pro-life, gli stessi che stanno lanciando una mobilitazione nazionale a Roma, il 10 maggio prossimo (ci torneremo sopra), che titola «Scegliamo la vita. Dal concepimento alla morte naturale», in lotta addirittura contro «la straziante solitudine» delle donne «abbandonate» alla pillola RU486; e contro quel gender che non esiste, dice Butler, inventato ad arte perché gli autoritarismi si costruiscono sulla paura. Un’ ideologia per prepararci al nulla alimentata anche da Militia Christi che scrive a tutti i municipi di Roma contro l’introduzione di percorsi condivisi di educazione all’affettività nelle scuole. Fu un loro membro a mettere la bomba a il manifesto nel 2000. Ecco le righe di Rossana Rossanda allora: «Questa roba non è governabile, non bisogna lasciarle nessun terreno, nessuna pastura».
L’attacco si concentra anche contro la grammatica («il popolo della schwa») che è una relazione complessa. La lingua ha un ruolo cruciale, direi radicale, nell’in-formare la società che cambia. È sovversiva. Invece di stringere la vita di una generazione in 4 lettere – NEET, ragazzə che non studiano e che non lavorano – dovremmo lottare perché non subisca il pensiero corto della politica delle tre P: povertà, precarietà, pregiudizi.
Arriviamo così alle finalità repressive del ddl sicurezza che, tra le altre storture, estende sulle università e sugli enti pubblici di ricerca l’ombra dei servizi segreti, quelli che utilizzano il cd. «metodo israeliano», l’Ufed (Universal Forensics Extraction Device dell’azienda israeliana Cellebrite, un sistema di cybersicurezza d’avanguardia), presenza fissa nelle nostre agenzie investigative. Mi sembra stia più qui il baco della cd. «sicurezza nazionale».
Per conoscersi bisogna immaginarsi (Rodari) in un dialogo che passa anche dal dissenso tra soggettività distinte. Ma la posta è alta, l’attacco è alla democrazia, che si basa sulla fiducia e sulla tutela delle differenze; parola troppo spesso confusa con maggioranza, che sarebbe poi la legge del più forte. Quella a cui assistiamo, ha ragione Butler, è una «celebrazione comunitaria e contagiosa della crudeltà» che dovrebbe farci riflettere sul fascismo che alimenta la presa di potere autoritario, allontanarci dalle sue «passioni tristi» e ritrovare «passioni nostre». La scuola dovrebbe essere il posto di queste domande; generativi di un immaginario più ampio sono, io penso, proprio il dissenso e la dialettica critica di studentə e docenti. Siamo sicurə che tuttə sappiamo che la libertà non è solo autonomia ma è una pratica di relazione che si risolve collettivamente in una condizione di sostanziale eguaglianza? Questa scuola bene comune le/i ragazzə provano a praticarla appropriandosene, almeno per qualche giorno. Andrebbero ascoltatə, più che punitə.
Trump, l’uomo del «make the male great again», incarnazione e summa della cricca di bilionari che compra le nostre democrazie, non dovrebbe trovare da noi la cittadinanza che gli stiamo accordando. Ma una comunità senza testa, espone i corpi. In questo caso è proprio la solidarietà sui diritti ad essere sovversiva, perché agisce contro l’individualismo del potere. Ascoltiamolo il linguaggio delle mobilitazioni anti-gender e anti LGBTQI+, è già esso stesso violento, e lo è spesso contro giovani e adolescenti, di nuovo terrorizzati dal parlare della propria identità. È un ordine asimmetrico quello che forma i modelli, ci insegna Rita L. Segato (Contro-pedagogie della crudeltà, manifestolibri-factorya 2024), la cui prima gerarchia l’ha fatta proprio l’appropriazione differenziale di prestigio e di potere. Ma esiste un sistema davvero egualitario nel quale non sono la struttura del genere e della razza a organizzare le relazioni?
Se c’è bisogno dei Valditara (riforma del voto in condotta), delle Terragni (una riga della Garante per l’infanzia e nella scuola non passa più nulla), delle Rowling (che esalta un Trump liberatore delle donne) per portare questo paese ad aprire gli occhi sulla scuola, bene. Io non ci conterei però. Se è vero che l’Italia del dopoguerra è stata defascistizzata dalla scuola, adesso assistiamo al canone inverso. La scuola, lo scriviamo allo sfinimento, è un terreno di conflitto della cittadinanza. Quindi la domanda secondo me è: quanto siamo davvero consapevoli di una scuola, un paese, un mondo sempre più oppressivi, discriminanti, omonormativi?
Vecchio, egoista e pigro questo paese che sceglie le lotte per «corporazioni» successive: la scuola se hai i figli, la denatalità se non ne hai, la GPA se vuoi riprodurti, la sanità se sei anzianə e così via. Ma i poteri sono altrove e spazzano tuttə senza alleanze. Non serve la serie tv M per capirlo. Servono reti, relazioni, complicità con lə altrə. Continuiamo a parlarne. Noi continueremo a farlo a Feminism, nella giornata di formazione per docenti, il 3 marzo 2025 a Roma alla Casa Internazionale delle Donne.
Serve più scuola. Sempre.