Pubblicato da: Liberazioni
Il termine giustizia riproduttiva viene formalizzato per la prima volta nel 1994 a Chicago, ma in realtà le persone razzializzate, il movimento femminista nero, le persone trans hanno sempre dovuto battersi contro l’oppressione riproduttiva: «un modo di controllare selettivamente il destino di intere comunità attraverso il corpo delle donne e degli individui, che rappresenta una forma più sottile di eugenetica negativa», come possiamo leggere sul sito di Sister Song, Women of Color Reproductive Justice Collective.
Il movimento sui diritti riproduttivi, guidato fino a quel momento da donne borghesi e bianche, non aveva mai preso in considerazione le rivendicazioni delle persone di colore e trans in merito alla questione della libertà di scelta. Angela Davis, per esempio, in Donne, razza, classe, ci racconta come intorno alla sentenza Roe vs Wade nel 1973 (la stessa che aveva permesso l’aborto negli Stati Uniti fino al clamoroso ribaltamento della Corte Suprema dello scorso giugno) non ci fosse stata la convergenza di femministe bianche e nere, perché fintanto che alcune donne erano sottoposte a campagne di sterilizzazione di massa (con il silenzio e la complicità delle femministe bianche) non poteva esserci convergenza sulla lotta per la pianificazione delle nascite; sebbene le donne più povere e razzializzate siano da sempre le più esposte alle conseguenze mortifere degli aborti clandestini. Allo stesso modo Françoise Verges in Le ventre des femmes: Capitalisme racialisation féminisme condanna il silenzio colpevole di coloro che si battevano per l’aborto in Francia davanti alle sterilizzazioni di massa a La Reunion, in una prospettiva condivisa tra stato coloniale e femminismo borghese, sulle politiche antinataliste come misure contro la povertà.
La giustizia riproduttiva ha evidenziato come alcuni corpi siano soggiogati dall’imperativo riproduttivo – impedendo l’accesso alle pratiche contraccettive e all’aborto – e altri siano ancora violentemente privati di questa possibilità, tramite l’esclusione dal welfare, dalle tecnologie di riproduzione e la sterilizzazione vera e propria. Di fatto, la sterilizzazione è una condizione per accedere ai protocolli di affermazione del genere per le persone trans in molti Paesi, che raramente hanno accesso alla crioconservazione e all’impianto dei gameti. La sterilizzazione è attivamente praticata sulle donne migranti nei centri di detenzione al confine tra Messico e Stati Uniti come retaggio di una storia molto recente di eugenetica e supremazia bianca in Europa e nei paesi colonizzati.
A tutto ciò bisogna aggiungere che l’infertilità e la sterilità sono conseguenze primarie o effetti secondari di altre patologie per persone che vivono in ambienti molto inquinati. Le mappe della violenza ambientale coincidono con quelle dell’ingiustizia sociale, mostrando ancora una volta che sono le popolazioni più povere, razzializzate e in una relazione coloniale con l’Occidente a subire le conseguenze più nefaste dei modi di produzione capitalista. È così che la questione della riproduzione si intreccia con quella ambientale ponendosi come lotta unica per la giustizia sociale. Anche per questo, l’autodeterminazione non può esser letta come una mera questione di libertà di scelta individuale, ma come un’interpellanza al tipo di accesso collettivo ai diritti riproduttivi.
Adottando una prospettiva radicalmente intersezionale, che tenga dentro anche la questione di specie, si vedrà come la violenza nella riproduzione sia assolutamente centrale per i corpi degli animali non umani. Da un lato gli stupri per la riproduzione coatta e dall’altro la sottrazione (e il macello) dei cuccioli sono normalizzati al punto da essere invisibili. Analogamente, a fronte dei disequilibri prodotti dalla pressione umana, si agisce molto spesso sulle popolazioni non addomesticabili proprio attraverso la sterilizzazione, per creare nuovi fragili (dis) equilibri antropocentrici.
Il dibattito sulla necessità di una “decrescita riproduttiva” contro la Grande Accelerazione, la sacrosanta preoccupazione per la sostenibilità ecologica di fronte alla sovrappopolazione globale, ha riposto questa prospettiva al centro del dibattito teorico e politico. Al di là degli slogan, Adele Clarke e Donna Haraway ci lasciano con più dubbi che risposte rispetto a come costruire pratiche di giustizia riproduttiva multispecie.
In che modo contiamo le vite in modo che contino davvero? Forse il solco in cui muoversi è quello segnato da Oli Fiorilli proprio sulle pagine di «Liberazioni»: «Più che incitare a fare parenti e non bambini, o ritenere che costruire parentele oltre la genealogia e la famiglia sia un’opzione – la sola opzione – buona per tutt*, anche per coloro cui questo è stato da sempre impedito o reso difficile, preferisco pensare a una politica della riproduzione femminista e transfemminista centrata sull’idea di giustizia riproduttiva. Una giustizia redistributiva – come ha scritto Murphy – ma anche riparativa. Non solo del pianeta, ma anche delle oppressioni riproduttive, passate e presenti». E che non guardi alle specie una alla volta.