Gli stereotipi di genere
nelle materie scientifiche
Dall’astrologa Ipazia alle scienziate contemporanee: le donne restano scomode negli ambiti del sapere ritenuti maschili e ancora oggi vengono screditate e sottovalutate.
Ipazia D’Alessandria, vissuta tra il 355 e 415 d.C., fu la prima donna astrologa della storia e la prima matematica la cui vita sia stata ben documentata. In campo scientifico era conosciuta come rinomata insegnate e consigliera, e giunse infine a ricoprire un ruolo centrale come capo della scuola neoplatonica di Alessandria. Questi suoi traguardi non derivavano da un’ambizione di rivoluzionare la società greca dell’epoca: Ipazia, seguendo le orme del padre, il geometra Teone, amava la scienza, l’astronomia, la matematica e la filosofia. Amava il sapere.
Sfortunatamente, la sua fine fu tragica: venne brutalmente uccisa e il suo corpo bruciato da una folla di cristiani, a causa di calunnie che la accusavano di praticare arti magiche e “stratagemmi satanici”. Decenni dopo, lo storico Esichio di Mileto sostenne che la sua uccisione, in realtà, non fu tanto dovuta a queste accuse, quanto piuttosto “per invidia alla sua straordinaria saggezza, (…) per ostilità contro la sua sapienza astronomica.” (Esichio di Mileto, in Suda s.v. «Ὑπατία»).
I passi della storia di Ipazia, per quanto più tragici, riflettono ciò che molte donne di scienza vivono ancora oggi. Lo studio delle discipline STEM (acronimo per Science, Technology, Engineering, and Mathematics – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, n.d.d.) è un ambito a predominanza maschile: secondo Eurostat, nelle regioni italiane le scienziate rappresentano solo tra il 30% ed il 40% del totale. Questo fenomeno si può ricollegare non ad una mancanza di interesse femminile, ma alla presenza di stereotipi e pregiudizi di genere che, come nell’antica Grecia, perseguitano le donne negli ambiti accademici. Non si parla più di magie e incantesimi, ma di vicoli ciechi che ritengono le candidate come meno competenti e selezionabili (Report 500 women scientists, Pisa).
Nell’ambito dell’ecologia, nonostante sia dimostrato che le donne siano statisticamente più interessate degli uomini, i dati confermano la tendenza precedente: le inventrici nell’ambito green sono solo il 13% (Ocse, 2024), a dimostrazione di come il genere sia un “ostacolo” nella carriera accademica ambientale.
Una personaggia che riflette questa situazione, nonostante non sia formalmente una scienziata, è Greta Thunberg. L’attivista svedese, nota per il suo impegno contro il cambiamento climatico, si trovò al centro dell’attenzione nel 2018 grazie alle sue manifestazioni, dando vita al movimento Fridays for Future. Negli anni successivi è stata chiamata a parlare alla COP24, il vertice Onu sui cambiamenti climatici, e alla commissione Ambiente del Parlamento Europeo. Nel 2019 è stata nominata Persona dell’anno dal Time Magazine. Tuttavia, dopo questa lunga serie di riconoscimenti che l’avevano resa un’icona ecologista, Greta è scomparsa dalle notizie. La sua immagine, da ispiratrice, è divenuta fastidiosa e petulante. È stata screditata come falsa, e le sue idee ambientaliste banalizzate e confutate a causa dei pregiudizi legati alla sindrome di Asperger, di cui è affetta. Proprio come Ipazia, Greta è stata messa all’angolo dopo aver ricoperto un ruolo significativo nel suo campo, subendo una vera e propria morte mediatica.
Dall’uccisione di Ipazia sono passati 1610 anni. La condizione e il ruolo della donna nella società sono cambiati in modo sostanziale, permettendole di accedere a ruoli scientifici e di potere. È ancora difficile per una donna affermarsi in questi ruoli, spesso cadendo nel circolo vizioso del “chissà cosa ha fatto per arrivare lì”.
La passione di una donna per la scienza, vista come scomoda da chi è al potere, rischia ancora oggi di sentenziarla all’anonimità e al silenzio.