Global Sumud Flotilla
Uno spazio di cura per il mondo intero
Cosa ci dice Differenza Donna della violenza patriarcale, di immaginazione, di desiderio. Mettiamoci comodə, lottiamo più forte
Pubblicato da: https://www.differenzadonna.org
«Noi» è un’entità che agisce, decide. Noi è agente, un pronome politico che suggerisce la possibilità di una comunità, anche fugace, di un’alleanza al di fuori della morale comune.
Contiene un «io» e molti «tu», e ci unisce e convoglia le forze.
È sicuramente imparando a dire noi che sarà possibile inventare e difendere i nostri modi di vivere.
Hélène Giannecchini, Un desiderio smisurato di amicizia, Iperborea, 2021, p. 93
Prendere parola collettivamente per noi operatrici attiviste dei centri antiviolenza femministi di Differenza Donna è una pratica per rifuggire ogni formula retorica e si radica in anni di lavoro collettivo, di relazioni costruite e nutrite da conflitti attraversati cercando di tenere insieme differenze, posizionamenti ed esperienza. Abbiamo visto nell’azione della Global Sumud Flotilla (https://globalsumudflotilla.org) , ciascuna da sola e poi tutte insieme, una dimensione di compartecipazione politica che ci parla con forza contro l’oppressione patriarcale con un potenziale trasformativo e di immaginazione collettiva di cui tutte sentiamo uno smisurato desiderio.
La Global Sumud Flotilla è un’azione politica transnazionale che rompe l’isolamento imposto alla popolazione palestinese e riporta attenzione sul genocidio in atto e su tutte le violazioni sistematiche del diritto internazionale: assedio, distruzione delle condizioni materiali di vita, negazione dell’accesso agli aiuti, alla cura, alla mobilità, alla possibilità stessa di esistere della popolazione palestinese. Si è costruita partendo da un forte sentimento di solidarietà e, al contempo, di rifiuto di una prospettiva umanitaria e umanitarista: non guarda al popolo palestinese come un soggetto passivo da salvare né come un soggetto destinatario di aiuti, ma come un soggetto politico con cui stare in relazione, mettendo in crisi il regime di solidarietà che si esercita dall’alto (come quello a correnti alterne manifestate da vari soggetti politici ai femminismi), e quelle pratiche che riproducono gerarchie tra chi interviene e chi riceve.
È, piuttosto, una pratica che riconosce nella resistenza palestinese una lotta che interroga anche noi, i nostri contesti, le nostre responsabilità e connivenze nella normalizzazione di forme politiche di oppressione e annientamento e ci impone di cambiare prospettiva. Non basta chiedere di “andare in soccorso di un popolo”, ma si propone di mettere fine a quelle condizioni materiali e ideologiche che hanno ridotto un intero popolo alla nuda vita.
È una presa di posizione che rifiuta la neutralità e che assume che non esiste un fuori dalla violenza: o la si contrasta, oppure la si sostiene, anche solo attraverso il silenzio e questo ci risuona nel profondo a tutte noi impegnate a costruire con altre donne percorsi di liberazione dalla violenza di genere e patriarcale.
Differenza Donna, rappresentata da Elisa Ercoli e Teresa Manente, ha voluto partecipare ai giorni di preparazione della Global Sumud Flotilla alla partenza da Barcellona, ascoltando il vivo confronto che ha visto impegnate persone da tutto il mondo e discutendo con le singole attiviste, poiché il nostro femminismo da sempre si colloca dentro pratiche di solidarietà transnazionale e di resistenza a regimi di violenza strutturale che si nutrono della violenza di genere e patriarcale che contrastiamo quotidianamente, riconoscendo nella Global Sumud Flotilla, come ci dice l’avvocata Francesca Venditti, «un’azione a fronte di un’acquiescenza e complicità dei governi» che dunque non occupa uno spazio lasciato vuoto per caso: occupa quello spazio colpevole prodotto dall’inerzia politica e diplomatica, dalla normalizzazione della violenza, dalla rinuncia degli Stati a far valere con coerenza il diritto internazionale per rompere l’isolamento, mettere in discussione i confini e produrre visibilità politica per un popolo oppresso, esposto a sistematiche violazioni del diritto internazionale che riguardano tutte le donne e le persone che si ritrovano sulla soglia critica della nostra società contemporanea, quindi esposte a sopraffazione e silenziamento.
Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, richiama innanzitutto la responsabilità istituzionale. Chiede che il Governo italiano prenda posizione, intervenga concretamente, pretenda l’accertamento immediato delle condizioni fisiche delle persone sequestrate e la loro liberazione. Ma aggiunge anche un punto politico essenziale per tutte noi: «mai come in questo momento è chiaro che le sorti delle singolarità hanno a che vedere con le sorti della collettività. È la visione collettiva, che deve farci prendere posizione, fuori da uno sguardo individualista e dentro un’ottica di comunità».
La parola sumud indica fermezza, tenacia, capacità di restare e allontana da noi quella retorica della resilienza, troppo spesso oggi usata per chiedere alle persone oppresse di adattarsi alla violenza, di sopportarla meglio, di trasformare la sopravvivenza in virtù.
Il sumud, invece, non è adattamento, è il rifiuto di essere espulse dalla propria terra, dalla propria storia, dalla propria lingua, dalla propria esistenza politica.
Per questo il sumud parla anche alla pratica femminista dell’antiviolenza: nei centri antiviolenza sappiamo che resistere non significa solo reagire nell’immediato, ma implica ricostruire condizioni di possibilità, restare in relazione quando tutto spinge all’isolamento, sottrarsi alla definizione imposta da chi esercita dominio. Significa nominare la violenza sessista e di genere senza accettare che essa diventi destino.
L’antiviolenza femminista non chiede alle donne di essere resilienti, come spesso invece pretende la risposta pubblica, e non chiede di sopportare “meglio”, ma costruisce spazio, parola, protezione, percorsi di trasformazione e di liberazione di sé e del mondo. In questo senso sumud è una parola vicina: non celebra la sofferenza, ma nomina una tenacia politica che tiene insieme vita, dignità, autodeterminazione e legame collettivo.
È anche in questa direzione che l’avvocata Rossella Benedetti legge la Global Sumud Flotilla come «uno spazio di cura per il mondo intero», inteso come gesto di responsabilità verso il mondo, come rifiuto dell’impotenza, come pratica che ci costringe a chiederci che cosa stiamo facendo, noi, per contrastare la violenza disumana che vediamo, «scuotendoci dal senso di impotenza per indicarci la rotta» e così ci obbliga a fare i conti con la nostra posizione dinanzi alle ingiustizie.
Il nostro legame con la Palestina non nasce oggi. Nei territori occupati, molte di noi hanno attraversato un luogo preciso: Mehwar Centre il centro antiviolenza di Betlemme, desiderato e realizzato da altre compagne di Differenza Donna insieme alle donne palestinesi con una capacità visionaria che neppure in Italia riusciamo a radicare. Mehwar, infatti, è al centro della città, grande, imponente e visibile. L’abbiamo voluto così, seguendo l’immaginazione della nostra socia fondatrice Emanuela Moroli insieme a quella delle donne palestinesi, per ribaltare con la sua plastica presenza le idee stesse di prevenzione, protezione e sicurezza quando parliamo di violenza patriarcale e di genere: nessun nascondimento imposto alle singole in fuga dalla violenza sessista e di genere, ma un luogo che accoglie e protegge, aprendosi alla comunità che è chiamata a interrogarsi sul suo sistema oppressivo nei confronti delle donne e ad assumersene la responsabilità politica. Negli anni abbiamo mantenuto con le donne palestinesi un filo fatto di ascolto, solidarietà, riconoscimento e rafforzamento reciproco che ci ha dato la misura dell’inarrestabile morsa che si è stretta in quei territori intorno alle vite di tante donne, ragazze e bambine, in una violenza sistemica che le ha ridotte all’invisibilità sopraffatte da un regime di occupazione permanente che ha aggravato la violenza patriarcale nei loro confronti e che le ha ridotte a simulacro dell’intera Palestina da “stuprare” (si veda il saggio Palestina. Donne sotto occupazione di Giusi Ambrosio e Patrizia Cecconi nel volume Stupri di guerra e violenza di genere, a cura di Stefania La Rocca, Futura ed., 2015). Per questo la Palestina per noi rimane un luogo politico attraversato personalmente, e non un tema aggiunto alla nostra agenda, che interroga da oltre venticinque anni la nostra pratica femminista, la nostra idea di giustizia, la nostra capacità di riconoscere la violenza sistemica quando si presenta come ordine, sicurezza, ragione di Stato.
Dal 7 ottobre 2023 ogni parola spesa per il popolo palestinese viene immediatamente sottoposta a una prova di legittimità. A ogni presa di posizione viene contrapposta un’altra sofferenza: perché non parlate delle donne iraniane? Perché non delle siriane o delle venezuelane? Perché non delle ucraine? Perché non di altre popolazioni oppresse? Questa logica che esalta la competizione tra lutti, come se il riconoscimento di una violenza cancellasse le altre, come se ogni causa dovesse dimostrare di essere più meritevole di un’altra per poter essere nominata, è la stessa logica che sottende la domanda «Femministe dove siete?», che a più riprese la presidente del Consiglio dei ministri in Italia ci rivolge. È un meccanismo retorico che ricorre spesso nel discorso pubblico: evocare i femminismi come soggetto assente o silenzioso, per poi attribuire loro una presunta incoerenza. In realtà si tratta di un’operazione che confonde deliberatamente le rivendicazioni dei movimenti femministi. I femminismi sono molti, plurali, attraversati da differenze teoriche e politiche profonde, ma su un punto convergono senza ambiguità: l’antiautoritarismo e l’antifascismo.
L’uso politico della violenza di genere “degli altri” non è una novità, è un dispositivo retorico antico, che ricompare puntualmente nei discorsi autoritari della politica. Il corpo delle donne viene trasformato in simbolo della sicurezza nazionale e la violenza sessuale evocata come prova di una minaccia esterna da neutralizzare. E questo accade anche quando si parla dell’oppressione del popolo palestinese: per sabotare la solidarietà femminista si elencano le violenze di genere cui sono esposte le donne, le ragazze e le bambine da parte dei “loro” uomini.
Questa logica non ci appartiene. Judith Butler ha mostrato come il potere stabilisca quali vite siano riconoscibili come vite, quali morti siano piangibili, quali lutti siano pubblicamente ammessi e quali invece restino fuori dalla cornice della compassione politica. È esattamente questa gerarchia che rifiutiamo. Decidere quali corpi contano, quali sofferenze meritano nome e spazio pubblico, quali perdite possono essere piante, è un atto politico. Nella cornice dominante, la morte palestinese viene spesso resa inintelligibile, neutralizzata attraverso il linguaggio della sicurezza, della necessità militare, della legittima difesa. Rifiutare questa gerarchia significa rivendicare il diritto di ogni corpo a essere riconosciuto come vulnerabile, come corpo che soffre, come corpo che merita protezione, parola e lutto pubblico.
Non accettiamo che la parola sulla Palestina debba continuamente giustificarsi attraverso il confronto con altre oppressioni. Non accettiamo che il dolore delle donne palestinesi, delle bambine e dei bambini palestinesi, delle comunità palestinesi venga reso dicibile solo a condizione di essere prima bilanciato, corretto, relativizzato. Il nostro internazionalismo femminista non funziona per sottrazione. Non dice: o le une o le altre. Dice: tutte le oppressioni vanno nominate, ma nessuna può essere usata per silenziarne un’altra. Come afferma con chiarezza una nostra operatrice: «la libertà non può essere selettiva e la Global Sumud Flotilla è una scelta di solidarietà concreta, un femminismo che attraversa i confini e unisce le lotte. È un modo per denunciare ogni asimmetria di potere e riaffermare che i diritti umani devono essere garantiti a tutte e tutti, senza condizioni».
Antonella Ferrantini, operatrice responsabile del centro antitratta, lo dice con chiarezza: «la solidarietà internazionale è parte integrante della lotta contro ogni forma di oppressione. Di fronte a un genocidio, anche l’Italia non può chiamarsi fuori: come parte della comunità internazionale e dell’Unione Europea, ha la responsabilità di promuovere attivamente il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, prendendo posizioni coerenti con i valori che dichiara di difendere. Il silenzio o l’ambiguità non sono neutrali, ma contribuiscono a perpetuare le ingiustizie. Coloro che sono partiti con la Global Sumud Flotilla hanno scelto consapevolmente di non restare neutrali, assumendosi una responsabilità civile e morale importante. Proprio per questo, i governi hanno il dovere di garantire la loro protezione, la loro sicurezza e, laddove necessario, il loro rilascio. Combatteremo e denunceremo ogni uso abusivo del potere e ogni forma di oppressione, ovunque si manifesti». Vanessa Doddi, attivista responsabile della comunicazione, chiarisce che «come femministe sosteniamo la flottiglia che rompe il silenzio e afferma che la vita, la libertà e l’autodeterminazione delle popolazioni colpite da guerra e genocidio non sono negoziabili. Denunciamo la violazione del diritto internazionale e l’impatto devastante su donne, bambine, bambini e comunità intere, colpite nella loro possibilità di esistere, scegliere, ricostruire il proprio futuro».
La violenza di genere attraversa ogni forma di oppressione, ma nessuna oppressione può essere letta fuori dalla loro storia, poiché, come ricorda Teresa Manente, «la violenza è sempre frutto di un sistema, una struttura di potere che decide chi comanda e chi soccombe, chi può essere annullato. Da femministe sappiamo che esiste un filo diretto tra la violenza sessista e patriarcale contro le donne e la violenza coloniale, fascista, oligarchica contro un popolo a cui vengono negati il cibo e la parola, ossia il diritto di esistere».
Per noi sostenere la Global Sumud Flotilla, scrivono altre operatrici, «é un atto di resistenza ed esistenza, è riprendere spazi e narrazioni, è riempire i silenzi, è dare voce a chi in questo momento non ne ha perché zittite dalle logiche di potere coloniali, è svelare le oppressioni, le barbarie, le violazioni di diritto, la nullità del “piano di pace” e delle annunciate ma mai attuate tregue, è continuare a mantenere alta l’attenzione, è riconoscimento di un genocidio che si compie dinanzi ai nostri occhi».
La questione palestinese e le forme del suo sterminio non possono essere ridotte a una risposta al 7 ottobre. Sono una questione politica strutturale, radicata in una storia di occupazione, colonialismo, espropriazione, militarizzazione della vita quotidiana, apartheid, controllo dei corpi e dei territori. Questo non significa negare la violenza del 7 ottobre nei confronti della popolazione israeliana, che include anche racconti di feroce violenza sessuale e di genere. Al contrario, significa sottrarre la violenza sessuale e di genere all’uso strumentale che spesso ne viene fatto nei discorsi pubblici di guerra. Il femminismo deve stare in un punto difficile: nominare la violenza patriarcale ovunque avvenga, senza gerarchie e senza negazioni, ma anche rifiutare che essa venga usata per giustificare la punizione collettiva, l’assedio, la fame, la distruzione di un popolo e la Global Sumud Flotilla, come scrive un’altra di noi, operatrice attivista dei centri antiviolenza, «denuncia ogni forma di asimmetria di potere, tramite un’assunzione di responsabilità collettiva che permetta di riaffermare che i diritti umani devono essere garantiti senza condizioni».
La violenza patriarcale e la violenza coloniale non sono piani separati. Si alimentano reciprocamente. Le donne palestinesi vivono la violenza patriarcale dentro un sistema di occupazione, sfollamento, detenzione, bombardamenti, impoverimento, negazione dei diritti fondamentali, come ci ricorda Grazia Giancaterina, compagna attivista dei centri antiviolenza. Non si può separare la libertà delle donne dalla libertà dei popoli. Questo è il cuore di una pratica femminista che si fa attraversare da tutti gli assi della discriminazione e dell’oppressione: comprendere che il genere e il sesso non sono categorie autonome, ma si intrecciano con la nazionalità, lo status coloniale, la classe, la possibilità di movimento, l’accesso alla cura, al cibo, alla casa, alla sicurezza dei diritti e delle libertà fondamentali. «La missione della Global Sumud Flotilla cerca di tenere il genocidio in atto a Gaza al centro dell’attenzione internazionale. Bombardamenti e assassinii proseguono indisturbati, in una guerra che ai miei occhi ha una oscena matrice patriarcale: la logica maschile della sopraffazione violenta e cieca, che si eccita con il sangue e la sofferenza le donne la conoscono molto bene sulla loro pelle. Non riesco a immaginare quanto siano state costrette a guardarla in faccia ogni giorno le donne di Gaza e della Cisgiordania», come denuncia una delle nostre operatrici attiviste dei centri antiviolenza.
Per questo, per noi, «la Palestina è oggi un discrimine politico», ribadisce Grazia Giancaterina, perché lì si misura la capacità del femminismo di essere davvero intersezionale, anticoloniale e capace di nominare i sistemi di dominio anche quando questo è scomodo. «La Palestina è lo spartiacque che mette a nudo e sfida un sistema di oppressione reso normale, ancora oggi rafforzato dai silenzi e dalle complicità delle politiche occidentali, che riflettono e riproducono una postura patriarcale e coloniale. La resistenza del popolo palestinese rappresenta la lotta contro l’oppressione coloniale, contro l’apartheid, contro la militarizzazione della vita quotidiana, contro la disumanizzazione di un intero popolo. Per tutti i femminismi, non si può separare la libertà delle donne dalla libertà dei popoli: le donne palestinesi vivono la violenza patriarcale dentro un sistema di occupazione, assedio, sfollamento, detenzione, bombardamenti, stupri, torture e negazione dei diritti fondamentali». In questo quadro, come scrivono le nostre compagne operatrici attiviste, sostenere la Global Sumud Flotilla è «un atto di resistenza ed esistenza»: significa riprendere spazi e narrazioni, riempire i silenzi, dare voce a chi oggi viene zittita dalle logiche di potere coloniali, svelare oppressioni, barbarie, violazioni del diritto, e continuare a mantenere alta l’attenzione. In questa prospettiva, la Palestina è un punto di verifica del femminismo, perché costringe a misurare la distanza tra ciò che diciamo e ciò che siamo disposte a sostenere e praticare.
Maria Teresa Algomeda, operatrice responsabile di un centro antiviolenza, riprende le parole della scrittrice Isabel Allende che con fermezza rifiuta ogni natura ideologica del femminismo, che si rivela “buonsenso”, quello liberato dalle logiche patriarcali: «il femminismo, è semplicemente giustizia e la Global Sumud Flotilla rappresenta un’azione della società civile che attraverso uno sguardo collettivo, porta come bandiera libertà e giustizia contro ogni forma di oppressione», aprendo anche la possibilità, come ci scrive un’altra operatrice di riscoprire «una possibilità per tutte le persone di immaginare e sperare un mondo migliore».
Come sottolinea l’avvocata Marta Cigna, il fondamento più generale dei femminismi sono la pace, il rifiuto di ogni pratica violenta e la costruzione di condizioni materiali che assicurino libertà di autodeterminazione e uguaglianza sostanziale: «nessuna di noi può essere una donna libera se non dentro una comunità globale capace di riconoscere un genocidio in corso. La Flotilla, in questo senso, rivendica anche la nostra lotta per le libertà fondamentali».
Anche l’avvocata Rita Mone, che incoraggia noi tutte da sempre a una costante e coerente presenza fisica in ogni mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinesi, insiste sulla necessità di non abbandonare la rivendicazione anche sul piano del diritto interno e internazionale, denunciando la gravità del trattenimento di Thiago Avila e Saif Abu Keshek, coordinatori della Global Sumud Flotilla: «essere prelevati su una nave battente bandiera italiana, osserva, equivale a essere sottratti alla libertà personale in uno spazio che chiama direttamente in causa la responsabilità dello Stato italiano. Restare inerti significa accettare che una simile violazione possa accadere in qualsiasi momento e a chiunque. Da femministe, sappiamo cosa significhi lottare per i diritti, conosciamo il coraggio necessario e la necessità di non arretrare». La Costituzione, le convenzioni internazionali, i diritti fondamentali non sono enunciati astratti, ma battaglie storiche. Invocarne l’applicazione quando vengono violati è un atto politico. Il silenzio di fronte alle violazioni è anch’esso, di contro, una scelta politica che rifiutiamo.
La nostra avvocata Cristina Cecchini, che compone anche il legal team della Global Sumud Flotilla, sposta il ragionamento sul corpo, sullo spazio pubblico e sul rischio: «la Flotilla è anche rioccupazione di uno spazio pubblico che la paura vorrebbe sottrarci. È una palestra di allenamento del rischio, perché ogni trasformazione implica una quota di rischio. In questo senso la Flotilla chiama tutte noi a esporsi, a misurarsi con un limite». Alla critica che stiamo leggendo secondo cui la Flotilla attirerebbe attenzione sulle persone che vi partecipano, più che sulla popolazione palestinese, Cristina Cecchini risponde ponendo una questione profonda che riguarda tutte noi nella nostra pratica politica di accoglienza nei centri antiviolenza: «spesso possiamo rendere visibile ciò che accade solo attraverso i nostri corpi. Quando diciamo che ciò che sta accadendo riguarda “altri”, manteniamo una distanza. Ma nel momento in cui ci esponiamo, nel momento in cui alcune persone vengono fermate, trattenute, minacciate, quella distanza si azzera e anche la nostra percezione di sicura si incrina. Comprendiamo che il regime di oppressione non è esterno a noi: ci attraversa già, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. La Flotilla riguarda anche noi perché ci costringe a partire da noi per capire dove sta andando il mondo». In definitiva, è all’opera la pratica della parità nell’esperienza, quella che ci consente di comprendere profondamente la discriminazione, persecuzione e violenza che racconta ogni donna che accogliamo in un centro antiviolenza.
Sostenere la Global Sumud Flotilla, per Differenza Donna, significa dunque assumere una responsabilità collettiva. Non tutte dobbiamo fare le stesse cose. Non tutte dobbiamo esporci nello stesso modo. Ma non possiamo sottrarci alla domanda che questa azione politica transnazionale pone: quale rischio siamo disposte ad assumere perché la violenza strutturale non resti invisibile? Quale parte di responsabilità ci riguarda quando un popolo viene assediato, affamato, bombardato, disumanizzato? Quale pratica femminista è possibile se la nostra libertà resta separata dalla libertà delle altre e degli altri? In questi momenti, la sicurezza personale, che per molti commentatori e commentatrici delle notizie sul web dipende esclusivamente dalla scelta individuale di rimanersene a casa e di “non andarsela a cercare”, (ridondante strategia di prevenzione che si prospetta quotidianamente a ogni donna che fa esperienza di violenza di genere, anche a quelle uccise), diventa il nome rispettabile dell’indifferenza.
Quanto riferito rispetto a ciò che è avvenuto nelle acque internazionali al largo di Creta mostra che il rischio non è astratto. Civili disarmati sono stati fermati con un atto di forza illegale.
Due persone, Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, tra i coordinatori della Global Sumud Flotilla, sono state rapite in acque internazionali e trattenute illegalmente senza garanzie effettive e già esposte a torture. Su questo non basta esprimere preoccupazione: occorre pretendere rilascio immediato e accountability di ogni soggetto che abbia agito a nome dello stato di Israele per questa e tutte le molteplici violazioni già commesse nei confronti del popolo palestinese.
Il nostro sostegno nasce da una pratica, dai centri antiviolenza, dalle relazioni internazionali, dai luoghi attraversati, dalle donne incontrate, dalle parole ascoltate, dai corpi che la guerra ha piegato ma che scelgono di esporsi per rompere il silenzio. Il “noi” da cui scriviamo non è compatto e non è definitivo ma non intende lasciare sole le donne palestinesi, il popolo palestinese, e chi oggi prova a rompere l’assedio.
Per quanto riguarda me, non posso che provare gratitudine, scrivendo dal mio «io» dei tanti «tu» che mi accompagnano.