Governare la vita
Oltre la crisi della cura
I modi di riproduzione cambiano insieme ai modi di produzione e diventano oggetto di controllo. Ma secondo Verónica Gago e Luci Cavallero siamo di fronte a una riorganizzazione della riproduzione sociale in campo di analisi e di conflitto
Da tempo si parla di “crisi della cura”, come formula capace di cogliere l’erosione delle condizioni che rendono possibile una vita degna. Negli ultimi anni questa espressione si è diffusa, diventando una sorta di linguaggio comune per nominare la fatica di vivere nel presente. Eppure, ho l’impressione che questa categoria non riesca a cogliere pienamente le trasformazioni che stiamo attraversando. Trasformazioni che potremmo provare a situare temporalmente, almeno provvisoriamente, nel periodo post-pandemico, la cui intensificazione più brutale coincide con ciò che il Palestinian Feminist Collective ( https://palestinianfeministcollective.org) ha definito «genocidio riproduttivo»[1].
Cosa significa cura? A quale campo semantico e materiale stiamo facendo riferimento? Il lessico della cura rischia spesso di tradurre questioni materiali e conflittuali in problemi prevalentemente etici, diventando un valore che orienta le politiche piuttosto che uno strumento per analizzare i rapporti di forza. Le domande sulla distribuzione del lavoro, del reddito, del tempo e delle risorse vengono sostituite da interrogativi sulla qualità delle relazioni o sulle disposizioni soggettive degli individui e delle comunità. Per questa ragione mi sembra utile mettere al centro la lente della riproduzione sociale, senza sovrapporla completamente a quella della cura.
La riproduzione sociale non definisce un campo precostituito di atteggiamenti o relazioni desiderabili. Indica piuttosto l’insieme delle pratiche, delle attività e delle istituzioni che rendono possibile la continuità della vita: le famiglie, le scuole, gli ospedali, i servizi sociali, le reti di assistenza, ma anche il lavoro invisibile che permette ogni giorno la riproduzione dell’esistenza individuale e collettiva. La sua forza, tuttavia, consiste proprio nel fatto di non possedere una qualifica morale intrinseca. La riproduzione non è automaticamente “buona”. Riprodurre la vita significa anche riprodurre le condizioni sociali e politiche entro cui quella vita si svolge. Significa riprodurre gerarchie, rapporti di potere, forme di sfruttamento e soggettività capaci di abitare un mondo in cui viene consumato un genocidio senza che questo ne interrompa il funzionamento ordinario.
La riproduzione, insomma, non è un valore. È un campo di analisi e di conflitto. Ed è proprio questa dimensione che il concetto di cura rischia talvolta di oscurare. Da questa prospettiva appare problematica anche la categoria di crisi. Se pensiamo alla riproduzione come una sfera sulla quale il capitale interviene attivamente – come ci hanno insegnato le femministe del salario al lavoro domestico – qual è esattamente la sua condizione di normalità? Quale sarebbe il momento di equilibrio da cui saremmo precipitati? Certo, l’intensificazione della brutalità a cui assistiamo oggi è evidente. Ma il problema è capire se il termine “crisi” sia davvero il più adatto a descrivere ciò che accade. Forse siamo di fronte non tanto a un collasso della riproduzione quanto a una sua riorganizzazione.
O, per usare le parole di Verónica Gago e Luci Cavallero, a una nuova controffensiva che investe direttamente le condizioni della vita. È qui che la lente della riproduzione sociale diventa particolarmente utile. Essa permette di osservare come il capitale non si limiti a consumare o erodere le proprie condizioni di esistenza, ma su di esse intervenga direttamente: così come cambiano i modi di produzione, cambiano anche i modi di riproduzione. E così come i processi di accumulazione si intensificano nei luoghi della produzione, altrettanto accade nei luoghi della riproduzione. Questa riorganizzazione non è astratta né lontana. Negli ultimi anni possiamo osservare una crescente convergenza tra processi di accumulazione e governo della riproduzione. Se la riproduzione non è semplicemente ciò che permette la vita, ma una sfera produttiva implicata nella valorizzazione del capitale, allora le istituzioni che la organizzano – scuole, sistemi sanitari, welfare, regimi migratori, famiglie – diventano terreni sempre più centrali di disciplinamento, conflitto e accumulazione.
È ciò che Gago e Cavallero definiscono «fascistizzazione della riproduzione»[2]: una tendenza che riduce gli investimenti nella riproduzione sociale, approfondendo le divisioni di classe e razza e rafforzando il potere del capitale attraverso nuove forme di gerarchizzazione della vita. Mi interessa notare come proprio le istituzioni della riproduzione siano oggi investite da riforme e proposte di legge che convergono verso una stessa logica che trasforma proprio questa possibilità di vivere in senso autoritario. Dalle trasformazioni del welfare alle riforme della scuola e della sanità, passando al nesso sempre più stretto tra libertà di movimento e accesso alla vita stessa e arrivando alla violenta chiusura di quegli spazi sociali che organizzano forme di mutualismo, apprendimento e riproduzione collettiva, queste trasformazioni riguardano chi e come può nascere, chi e come può crescere, chi e come può vivere.
Potremmo allora riformulare, in maniera un po’ libera, una domanda posta da Judith Butler: chi può riprodursi? E quale vita merita di essere riprodotta? Interrogare questo arcano della riproduzione [3] non significa cercare una logica unica dietro ogni operazione del capitale. Significa piuttosto osservare il livello in cui il capitale organizza e gerarchizza le differenze, distribuendo in modo diseguale le possibilità e le modalità di vita attraverso istituzioni: famiglie, scuole [4], sistemi sanitari, dispositivi giuridici, reti di assistenza. Riconoscere la riproduzione come spazio di attacco sistematico e riconoscerla come terreno di conflitto non sono posizioni in contraddizione. È proprio perché la riproduzione ha a che fare con l’accumulazione del capitale che diventa oggetto di controllo. E per la stessa ragione può diventare il terreno a partire dal quale costruire forme di resistenza e contro-attacco.
Questo lavoro, in parte, esiste già. Esiste nei gruppi di insegnanti che si oppongono alla trasformazione autoritaria della scuola pubblica e nei medici indagati a Ravenna per le certificazioni relative ai CPR, nei doposcuola popolari e nelle scuole d’italiano autogestite. Non perché queste esperienze siano già il superamento dell’esistente, ma perché contendono concretamente le condizioni della riproduzione sociale. È forse da qui che diventa possibile immaginare vite libere dalla violenza: dalla capacità di organizzarsi collettivamente a partire dalle condizioni materiali che rendono la vita possibile.
[1] Rimando a Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto, Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina, Prospero Editore, Milano 2025.
[2] V. Gago, L. Cavallero, Rivendicare futuro, il transfemminismo contro il capitale finanziario, ombre corte, Bologna 2026.
[3] Sto facendo riferimento a L. Fortunati, L’Arcano della riproduzione, ombre corte, Bologna 2026.
[4] Basti pensare al recentissimo DDL Valditara, in cui la torsione conservatrice investe direttamente l’organizzazione della scuola pubblica, ridefinendo chi ha il diritto di formare soggettività e in quale direzione.