Guardarsi in faccia
Esistono docenti imbarazzatə dall’eccessiva vicinanza e studentə che si celano dietro occhiali, frange abbassate sugli occhi, cappucci tirati giù fino alla fronte. L’incontro a scuola non è mai dato una volta per tutte. Se ogni tanto si scende dalla cattedra, occorre cercare il volto dell’altrə ed esporre prima di tutto il proprio
Pubblicato da: www.leggendaria.it
il: 01/04/2023
Con la pandemia si è parlato molto dei corpi e del volto a scuola: la DAD, la mascherina, hanno suscitato infinite riflessioni, esaltazioni, critiche e polemiche. Tuttavia mi sembra che, a distanza di tempo, il tema del corpo abbia oscurato quello del volto. Certo, il volto fa parte del corpo, eppure nella relazione ha un posto privilegiato: è una sorta di sua Annunciazione. Inaugura l’inizio o la fine della relazione. Manifesta l’incontro attraverso l’avvicinamento, oppure il rifiuto attraverso l’allontanamento e la distanza.
A scuola, in genere, la/il docente è seduto dietro la cattedra. Nella disposizione “classica”, la cattedra è posta davanti alle file dei banchi, uno dietro l’altro. La cattedra evidenzia una distanza eloquente. Essa manifesta, fisicamente, il potere del/della docente, la sua autorità: la cattedra è un banco, ma molto più grande. Segnala limiti e una posizione privilegiata, poiché è generalmente chiusa sul davanti, mentre i banchi sono aperti: le/gli studenti sono totalmente visibili, la/il docente lo è a metà. La cattedra è uno scranno, una protezione, una rocca. Spesso anche la sedia è più grande, ha i braccioli, o è rivestita, e quindi è più comoda.
Se la/il docente decide di lasciare la sua postazione e di avvicinarsi alle/agli studenti –aggirandosi per esempio fra i banchi – può guardare più da vicino i loro volti. È solo quando si avvicina o siede accanto alla/allo studente che può avvenire il vero incontro. Che passa attraverso il volto, e perché esso possa attuarsi pienamente occorre muoversi verso l’altro/a per essere uno davanti all’altra. Allora, solo allora il volto può far scaturire la possibilità del manifestarsi dell’intimo, del nascosto, può farsi apertura e varco del particolare, di ciò che è distinto, unico.
Se si analizzano le etimologie delle parole ‘volto’, ‘faccia’, ‘viso’, e i corrispettivi termini in alcune lingue, i caratteri della visibilità e del suo aspetto moto-dinamico sono certo evidenti. Vŭltus, facies, visus in latino; πρόσωπον in greco. In francese visage (e nelle espressioni vis), face in inglese, faz e rostro in spagnolo; Gesicht in tedesco (da sehen, vedere). Insito nella visibilità, che segnala la possibilità dell’incontro, è l’elemento dinamico-spaziale sull’asse della simmetria: il volgersi di un volto verso l’altro, quell’apparire di un volto davanti all’altro. In ebraico, la parola è utilizzata al plurale, panim e la sua radice (Pe’, Nun, He’) rimanda al voltarsi, al volgersi. Come nome plurale indica la pluralità, le sue infinite modalità di essere e di espressione. Il plurale descrive il doppio, la postura dialogante che si attua (almeno) fra due davanti, uno verso l’altro: occhi verso occhi, bocca verso bocca. Come se un volto da solo, nella solitudine del suo manifestarsi, in definitiva non potesse avere pieno significato, ma richiamasse necessariamente il volto dell’altro: l’esistenza individuale chiama il divenire collettivo.
L’incontro a scuola non è mai dato una volta per tutte, eppure non è necessario mantenere in modo costante e continuata la posizione di un volto davanti all’altro. È necessario però che l’incontro sia così inaugurato – attraverso questo movimento , e che possa essere richiamato, ripetuto almeno una volta ogni tanto. Non si tratta di cercare il volto dell’altro, – ma, prima di tutto, esporre, rivolgere il nostro. Cercare il nostro perché esso si faccia presagio, annuncio e chiamata del volto dell’altra. La questione della distanza e della posizione sono un fattore centrale della possibilità/impossibilità dell’incontro. Quando la/il docente non espone il suo volto, non muove il suo volto verso la/lo studente, al suo incontro (davanti), in un certo senso ignora il volto dell’altro/a, rinuncia o rifiuta l’incontro, o almeno la sua possibilità.
Esistono docenti che non si spostano dalla loro cattedra, docenti che non girano fra i banchi, né tantomeno siedono accanto alle/agli studenti. Esistono docenti visibilmente imbarazzate/i e/o realmente infastidite/i da quella che percepiscono come una eccessiva vicinanza. Succede anche spesso che sia il volto della/o studente a negarsi a quello del/della docente. Il disagio si palesa fisicamente: grandi occhiali, lunghe frange abbassate sugli occhi, cappucci tirati giù fino alla fronte. Cosa sono questi espedienti se non strategie per indicare un “divieto di accesso”, per intimare un altolà? Ma il volto dell’altro/a verso cui ci muoviamo può davvero manifestarsi come inaccessibile?
Non è possibile classificare la scuola come un non-luogo. Un luogo di passaggio, anonimo, privo di identità come una stazione, un aeroporto, o ancora un centro commerciale. Tuttavia, quando la/il docente manca all’incontro, la scuola lo diventa. Quando il volto rifiuta di farsi interpellare e di interpellare, non è più luogo di relazione, di dialogo, di ermeneutica, ma di imposizione. Non è più luogo di scoperta e di confronto, ma di solitudine, di silenzio, e quindi di violenza. Tutto è concentrato nel presente, nella semplice consumazione oraria; al carattere moto-dinamico del volgersi verso l’altro/a, succede allora una sterile, mortifera postura, fissa e asfittica. Il movimento verso l’altra/o che rende possibile l’incontro (e il confronto), non è tuttavia un faro che illumina, svelando completamente l’altra/o. Ma è come una candela che lancia bagliori e mantiene le sue zone d’ombra. Semmai fa affiorare tracce, indizi.
Quando la scuola manca all’incontro, la parola del/della docente diventa sterile, perché la sua parola non è dialogante. La bocca non è più apertura, disposizione allo svelamento dell’interiorità. La bocca del/la docente – come voragine spalancata – esprime allora un appetito famelico, vorace di ingiunzioni, nozioni, punizioni che innescano silenzio. Sono divoramenti che suscitano noia, disgusto, rabbia, desiderio di allontanamento.
Ogni volto che si volge verso l’altra/o è in un certo senso un invito, uno spazio da fecondare con l’avvicinamento e la chiamata. In questo senso, la pratica dell’appello è la vera inaugurazione della relazione, non la lista – nel linguaggio burocratico dell’indifferenza e dell’impersonale – delle assenze/presenze dei corpi. La responsabilità del/della docente è quella di avvicinarsi e chiamare: innescare una lingua in movimento.