I corpi e la legge
Le contraddizioni del modello radicale
Dai referendum storici al sodalizio neoliberista, la parabola di Emma Bonino, morta oggi a Roma a 78 anni dopo una lunga battaglia pubblica contro la malattia, mostra il limite di una stagione: quella che ha liberato i desideri individuali ma ha privatizzato le esistenze
Oggi che la parola woke è stata trasformata dalla destra globale in uno spauracchio ideologico per bloccare il progresso, e i diritti civili vengono nuovamente e pericolosamente contrapposti a quelli sociali, la parabola politica di Emma Bonino assume il valore di una lezione storica. Una traiettoria che mostra sia la straordinaria potenza dell’avanguardia libertaria, sia i suoi limiti strutturali quando si separa dalla lotta di classe.
La grande innovazione dei Radicali di Emma Bonino e Marco Pannella è stata l’invenzione di un nuovo alfabeto politico: l’uso del corpo come strumento e tazebao vivente. Questo metodo biopolitico non nasceva dal nulla, ma era stato sapientemente mutuato dalle tattiche di disturbo delle suffragette inglesi di inizio Novecento e dalla tradizione della nonviolenza e del digiuno di stampo gandhiano. Bonino ha preso il corpo e l’ha gettato nello spazio pubblico per scardinare i codici. Il gesto avviene a Bra nel 1975, quando si autodenuncia per aver praticato aborti clandestini con il metodo Karman e una pompa da bicicletta. Quello scandalo impose la legalizzazione dell’aborto e il divorzio in un’Italia clericale, dimostrando che il privato era radicalmente politico.
Dalla famiglia al mercato Questo approccio trovò un’estensione decisiva nella battaglia per il nuovo diritto di famiglia del 1975. Scardinando la figura patriarcale della potestà maritale, la riforma sancì la parità giuridica tra i coniugi. Tuttavia, nella visione radicale, l’individuo e i suoi diritti formali sono sempre rimasti superiori alla logica di classe. Da qui si snoda l’insanabile contraddizione con il comunismo storico che accusavano di moralismo e di voler subordinare la liberazione civile ai tempi della rivoluzione economica.
Questa frattura ideologica ha spinto Bonino verso una totale e convinta adesione al neoliberismo economico, visto come l’unico strumento per liberare l’individuo dal monopolio dello Stato. Una fede nel mercato che si è tradotta prima nella clamorosa spinta referendaria del 2000 per l’abrogazione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – sacrificando la tutela contro i licenziamenti sull’altare della flessibilità –, e poi nell’avvicinamento strategico e di governo al primo berlusconismo, sotto le cui insegne Bonino accettò il ruolo di Commissaria Europea nel 1995.
Un’avversaria necessaria Il femminismo nero prima e il transfemminismo oggi ci hanno insegnato che la libertà di scelta sul proprio corpo, se isolata dal welfare, diventa però un privilegio di censo: oggi la Legge 194 è sotto attacco non solo per la destra al governo, ma per il collasso della sanità pubblica e l’altissima percentuale di medici obiettori. Chi ha i mezzi viaggia; le donne proletarie vengono respinte. Il mercato e la deregolamentazione, sdoganati anche attraverso l’alleanza tattica con Silvio Berlusconi, hanno precarizzato proprio quelle esistenze che i diritti civili volevano emancipare.
Così, Bonino era diventata un’avversaria politica per chiunque mettesse al centro la giustizia sociale e la critica al capitale, o rifiutasse la sua linea atlantista e pro-Israele. Eppure, è a lei che dobbiamo, insieme ad altre ed altri, le lotte fondamentali per il disegno della società che abbiamo oggi. Quello stesso disegno democratico, laico e pluralista che la destra reazionaria odierna ci sta smontando sotto i piedi giorno dopo giorno. La distanza dal femminismo storico e dall’attuale transfemminismo resta intatta nella prassi biopolitica: laddove i collettivi cercavano la distruzione delle categorie binarie, Bonino ha preferito un pragmatismo iper-istituzionale. È questa la contraddizione Bonino ai nostri occhi: dimostrare che si poteva essere avanguardia sui diritti della persona rimanendo agganciati al capitalismo globale. Una sperimentazione che ha modernizzato il Paese, ma che oggi ci lascia un’eredità monca: la certezza che i diritti civili, senza la giustizia sociale, rischiano di rimanere gusci vuoti.
Ma, come dice anche Lea Melandri: «Si può essere grate per ciò che una persona ci ha dato anche senza condividere tutte le sue scelte». Cara Emma sarai in buona compagnia ormai: la classe operaia è già in paradiso.