I diritti costituzionali
non sono una concessione politica
SPECIALE REFERENDUM Un NO transfemminista. Perché la riforma è “contro” la giustizia. E la legge non è più uguale per tutt3
La Costituzione è lo scudo che garantisce i nostri diritti, specialmente quando questi sono sotto attacco. Votare, non c’è quorum, e votare NO al referendum sulla giustizia del prossimo 22 marzo è anche un NO di resistenza femminista, perché solo l’indipendenza dei poteri può garantire chi è vulnerabile per asimmetria di posizione. Tutte e tutti, certo ma sappiamo quanto le donne siano dentro l’asimmetria di potere del patriarcato.
Furono le Madri Costituenti a scegliere il concorso pubblico (meritocrazia neutra) contro la nomina politica (discrezionalità maschile). La riforma attuale, spostando l’asse verso le priorità del governo, reintroduce dalla finestra quella discrezionalità “politica” che le Costituenti avevano cacciato dalla porta. Per questo, perché la democrazia è possibile solo nel pieno rispetto e tutela di tutte le soggettività, come cittadin3 femministe VOTIAMO NO.
- Vogliamo giudici libere di decidere secondo legge e coscienza, non secondo subordinazione politica.
- Difendiamo l’impianto della Costituzione nata dalla Resistenza, che include la lotta per l’emancipazione delle nostre Madri Costituenti.
- Rifiutiamo una riforma che ignora le istanze di chi subisce violenza e discriminazione che non tocca il malfunzionamento della Giustizia ma riduce i poteri sanciti dalla Costituzione subordinando La Magistratura all’Esecutivo.
Il tentativo di indebolire l’autonomia della magistratura rischia di assoggettare i giudici al potere politico del momento. Sappiamo che quando la politica vira verso direzioni reazionarie, i diritti delle donne e di tutte le soggettività marginalizzate sono i primi a essere messi in discussione. La magistratura ha ancora molta strada da fare sul terreno di una propria formazione in chiave di genere ma una magistratura non indipendente faticherà a tutelare diritti civili, autodeterminazione e parità, preferendo assecondare le agende politiche dominanti.
Le riforme sul tavolo non affrontano i nodi che le donne incontrano nei tribunali: i tempi biblici dei processi per violenza di genere, la vittimizzazione secondaria, la mancanza di legislazione coerente e di specializzazione sulla violenza di genere. Smantellarne l’architettura costituzionale non accorcia i processi per femminicidio, né rende i tribunali luoghi più sicuri per le sopravvissute.
L’articolo 3 della Costituzione, che obbliga la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza, fu fortemente voluto dalle ventuno Costituenti che, con l’aggiunta della parola «sesso» («senza distinzione di sesso»), vollero mettere a tema la necessità di tutela della donna e la peculiarità delle violazioni e omissioni perpetrate dalle istituzioni fino a quel momento: molestie, violenza, disparità salariali, segregazione culturale, minorità politica. Chi vigila su questo adempimento costituzionale? Se la magistratura è “controllabile”, si rompe l’equilibrio di sistema dato dall’indipendenza tra i poteri dello Stato.
C’è un altro dato da rilevare: ancorché le magistrate non abbiano ancora dato segni di leggere con sguardo femminista i contenziosi che ci riguardano, rappresentano ormai il 57,2% del totale, nonostante per adesso (ancora) il 66% degli incarichi direttivi negli uffici giudiziari è ancora in mano agli uomini. Si può escludere, dunque, che il governo attuale voglia anche mettersi al riparo da questo sorpasso? Una ragione in più per ridurne l’autonomia.
In sintesi la riforma vorrebbe introdurre:
- La selezione delle priorità: con la scusa della scarsità delle risorse il Parlamento (la maggioranza di governo) stabilisce quali reati abbiano la priorità.
Significa che se il governo stabilisce che la priorità è il contrasto all’immigrazione clandestina o ai blocchi stradali, i fondi e l’attenzione dei magistrati privilegeranno quei reati.
- La perdita di autonomia del PM: il PM attualmente ha l’obbligo di esercitare l’azione penale, non può scegliere: se c’è un reato, deve indagare (art. 112 Cost.). Con la separazione delle carriere e la creazione di un CSM separato per i PM, l’accusa smette di essere “giudice tra i giudici” ma risponderebbe a indirizzi politici.
Il Ddl Bongiorno, l’espulsione della formazione sessuo-affettiva dalle scuole, le disparità di reddito, l’assenza di welfare, etc, ci segnalano che contrastare la violenza sulle donne non è prioritario.
Questo governo ha tra le maggiori “priorità” (Pillon) la difesa della “famiglia tradizionale” su cui alimenta una sorta di vittimizzazione ideologica (sulla scia della inesistente sindrome da alienazione parentale, contro le madri maltrattate) mentre troppe violenze (molestie sul lavoro, violenza psicologica, ricatti economici) rimangono “reati silenziosi” per non produrre un adeguato e (nocivo?) allarme sociale. Possiamo supporre, dunque, con discreti margini di certezza che le indagini per violenza domestica, le denunce contro mariti maltrattanti, persino i femminicidi (che ancora si stenta a definire tali nonostante la legge ad hoc) potrebbero essere percepite meno urgenti, chessò, della repressione della protesta politica? Per chi aspetta una misura cautelare contro l’uomo violento, il ritardo, si è già visto troppe volte già, è fatale.
Cittadine e cittadini italian3 hanno raccolto oltre 500mila firme per ottenere la vera formulazione del quesito referendario, inizialmente proposto genericamente come “riforma Costituzionale”. Ancora una volta, li abbiamo visti arrivare.