I femminicidi
non li ferma l'ergastolo

L'antiviolenza è prevenzione. Ci interessa che le donne vivano o ci interessa punire l’assassino una volta che sono morte?

I femminicidi non li fermerà l’ergastolo. L’antiviolenza è prevenzione
aumentare le pene è una scorciatoia che non funziona

11 Marzo 2025

Il giorno prima dell’8 marzo, che anche quest’anno è stato un anniversario di lotta, nonostante i tentativi di edulcorarne la forza e la rabbia, il governo ha varato un disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio punibile con l’ergastolo.

Di seguito vi propongo tre elementi di riflessione contro questa norma.

Sono anni che sul tema delicatissimo della violenza di genere si agisce perlopiù in maniera estemporanea e, soprattutto, prediligendo il piano penale. Il grido delle piazze e dei centri antiviolenza chiede misure strutturali che favoriscano la prevenzione, il lavoro dei centri, le case famiglie, un reddito garantito per tutte. Giusto per fare un esempio: se una donna non ha un reddito, non ha una casa, non ha un luogo sicuro dove andare come può fuggire dalla violenza del partner? Perché ci meravigliamo se le vittime di violenza ritirano la querela? È perché non si sentono tutelate, è perché spesso sono lasciate sole. Sono tanti gli interventi che si possono fare e che richiedono investimenti e la riattivazione del piano nazionale antiviolenza. Più facile scegliere invece la scorciatoia dell’aumento delle pene o di creare una nuova fattispecie di reato.

Secondo punto. Questo governo su tutte le questioni più delicate ha scelto la strada giustizialista. Appunto: aumento delle pene e nuovi reati. È un modo per non affrontare davvero le questioni e fare solo propaganda. Anche con i femminicidi è stata scelta questa strada. Strada già scelta per affrontare il disagio sociale con il decreto Caivano, ora esteso ad altre zone del Paese, tra cui il quartiere di Roma Quarticciolo, in cui invece di risolvere i problemi si militarizzano le città e si fa di qualsiasi problema una questione legata al codice penale. L’esempio più eclatante di questa logica è il decreto sicurezza che va a colpire in maniera liberticida il dissenso. Quando ragioniamo dei femminicidi e del nuovo disegno di legge non possiamo ignorare il contesto politico in cui avviene questa scelta, un contesto che va da tutt’altra parte rispetto ai diritti.

La terza questione è molto semplice: ci interessa che le donne vivano o ci interessa punire l’assassino una volta che sono morte? Il disegno di legge introduce alcune norme che intervengono anche prima del femminicidio. Ma il punto centrale del ddl resta lo sfondo simbolico dell’ergastolo. Ma davvero si pensa che alimentando una giustizia vendicativa invece che fondata sull’articolo 27 della Costituzione (là dove si parla di rieducazione) si possa sconfiggere la piaga dei femminicidi? Davvero si pensa anche solo banalmente che sia un deterrente? I numeri ci dicono che non è così. La testa ci dice che la vera sfida resta sempre la stessa: contrastare la cultura patriarcale e costruire una nuova società. Una bella sfida che le piazze dell’8 marzo hanno colto. Il ddl del governo va dalla parte opposta.






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