Il copione

Le strategie di r/esistenza sessuo-affettiva che smantellano Il progetto di vita che un ambiente familiare e sociale ci assegna

Il copione. Strategie di r/esistenza sessuo-affettiva
ECOLOGIA DEI COPRI3

25 Marzo 2026

Insegnare vuol dire in-segnare: lasciare una traccia; educare vuol dire: tirare fuori. Due parole importanti per capire che la trasmissione dei saperi passa attraverso le dinamiche interelazionali tra persone adulte di riferimento e persone in via di formazione. In campo psicopedagogico, il modeling è fondamentale, vuol dire che il nostro modo di presentarci a livello linguistico e comportamentale vale quanto, se non di più, quello che cerchiamo di trasmettere, attraverso la tradizionale “lezione frontale”. Nel contesto della psicologia dell’apprendimento e della didattica, il “modeling” si riferisce alla tecnica di apprendimento in cui gli individui acquisiscono nuove competenze, comportamenti o atteggiamenti, osservando e imitando altri. Gran parte dell’apprendimento umano avviene tramite l’osservazione delle azioni altrui e delle conseguenze di queste azioni.

Gli insegnanti e tutti gli adulti, attraverso la loro condotta e le loro interazioni, servono da modelli per le persone studenti. Un altro aspetto rilevante del modeling in ambito educativo è il suo impatto sulla regolazione emotiva e sul comportamento sociale. Gli insegnanti che mostrano rispetto, empatia e gestione efficace delle emozioni possono influenzare positivamente lo sviluppo socio-emotivo delle persone studenti. Questo tipo di modeling è fondamentale per creare un ambiente di apprendimento sano e stimolante. È essenziale per il modeling, essere coerenti e congruenti con i messaggi che si desidera trasmettere. Le persone studenti sono particolarmente sensibili alle incongruenze tra ciò che gli/le  insegnanti dicono e ciò che effettivamente fanno. Pertanto, l’autenticità e l’integrità del modello offerto sono cruciali per l’efficacia di questa tecnica di apprendimento. Le insegnanti e gli insegnanti, che esprimono empatia e che risolvono i conflitti in maniera empatica, forniscono esempi concreti di come questi comportamenti possano essere emulati. Studenti che percepiscono empatia dai/dalle loro insegnanti sono più propensi a sentirsi sicuri, valorizzati e compresi. Inoltre, l’empatia modellata dalle/dagli insegnanti aiuta a costruire una comunità di classe più coesa e solidale, dove le persone studenti si sentono parte di un gruppo che li sostiene.

Saper gestire le emozioni è un aspetto basilare per l’educazione sessuo-affettiva ed è molto più problematico di quello che si può pensare. Uno studio dell’Università di Berkeley (2017) ha identificato 27 categorie distinte di emozioni umane, superando la classica visione ristretta a poche emozioni primarie. Questa mappa multidimensionale dimostra che le esperienze emotive sono estremamente sfumate, con stati intermedi che collegano sentimenti come la soggezione, l’ammirazione, l’orrore e la nostalgia. La comunità educante fatta di adulti di riferimento, dalla sfera familiare a quella istituzionale, può insegnare a dare parola a queste emozioni, oppure rendersi responsabile di un analfabetismo emotivo affettivo che riverbera drammaticamente sulla condizione interelazionale tra pari, sia durante l’infanzia che in adolescenza. Arte, letteratura, poesia, filmografia anche seriale sono strumenti essenziali, per dare voce a tutte le sfumature emotive e affettive e permettono un’esplorazione autentica e originale, perché dietro una pagina possiamo ricostruire i vissuti profondi di quell’artista, identificarci e connetterci con le nostre parti interiori meno ascoltate.   L’educazione sessuo–affettiva è un elemento trasversale, direi anche olistico, della crescita e della costruzione di ogni identità. Necessita di un approccio interdisciplinare basato sul rispetto della complessità della natura umana, superando pregiudizi sessisti e stereotipi di genere. Bisogna inoltre saper decodificare il contesto, secondo l’ottica intersezionale spiegata da bell hooks. Classe, genere, cultura, religione cambiano il nostro sguardo sul mondo, cambiano gli svantaggi, i privilegi o le opportunità di partenza.

Educare alle differenze vuol dire educare alla complessità, rendendo capace ogni persona di esprimere profondamente i suoi vissuti, di capire il suo contesto di appartenenza, di dare voce alle sue emozioni, senza nessun recinto classificatorio, senza nessuna paura di sentirsi schiacciat* da un’etichetta, sapendo che ogni espressione emotiva sarà compresa e accolta, senza giudizio e con la necessaria empatia. Molti sono gli obiettivi di questa educazione:

• promuovere la conoscenza e l’accettazione del proprio corpo
• incoraggiare relazioni affettive basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco
• fornire strumenti per la comprensione e il rispetto delle differenze
• indicare in modo corretto nomi e pronomi per student⁎  trans e no binary
• ridurre l’ansia e i pregiudizi relativi alla sessualità e alle differenze di genere
• promuovere l’autostima del sé corporeo nelle varie fasi evolutive di crescita
• comprendere il concetto del CONSENSO  in ambito sessuale e in tutte le relazioni interpersonali
• imparare a dire e ad accettare il NO
• promuovere l’uguaglianza tra i generi, superando gli stereotipi che condizionano le scelte e le aspettative delle persone in formazione
• saper decostruire le immagini tossiche dell’immaginario massmediale, promuovendo un pensiero critico e libero dai condizionamenti digitali dei social
• valorizzare e riconoscere le diversità di genere, di orientamento sessuale, abilità, background culturale e religioso
• promuovere la collaborazione tra scuola, famiglia e comunità
• prevenire la violenza di genere, attraverso l’analisi critica  degli stereotipi che la determinano
• prevenire i fenomeni di bullismo e di cyberbullismo

Elena Gianini Belotti  pedagogista e scrittrice italiana, è stata la prima a parlare di sessismo nell’educazione, nel suo “Dalla parte delle bambine” pubblicato nel 1973 da Feltrinelli,libro che ha avuto un grande e durevole successo, tradotto in moltissime lingue, testo di riferimento per il mondo femminista. Il libro analizza i condizionamenti a cui sono sottoposte le bambine fin dalla nascita e gli stereotipi presenti nel mondo degli adulti, che inevitabilmente ricadono in quello dell’infanzia. Gli stereotipi di genere creano delle gabbie educative che imprigionano le persone dentro comportamenti prevedibili e scontati, che non prevedono nessun imprevisto. La cura e la casa appartengono alle bambine, la guerra e il potere appartengono ai bambini. Abbiamo, attraverso la rivoluzione femminista, superato lo stereotipo dell’angelo del focolare. Le donne sono state capaci di riprendere la loro progettualità esistenziale a prescindere dal ruolo materno e domestico, a cui sono state assegnate da millenni, ma questo cambiamento non è stato registrato in modo conseguente per l’educazione dei bambini, a cui la narrazione educativa tradizionale promette ancora privilegi politici e sconti domestici e familiari.

Carol Gilligan, nel libro “Perché il patriarcato persiste” (del 2018, ma pubblicato in Italia nel 2021), indica in questo binarismo educativo la causa di una doppia mutilazione ancora in atto. Le donne hanno imparato a credere nel loro progetto di vita in campo professionale ma continuano a farsi carico della dimensione espansiva della cura, spesso ricalcando anche il ruolo di salvatrici nei riguardi di compagni, fidanzati e mariti inadeguati e maltrattanti. Gli uomini, invece strutturati dentro l’armatura patriarcale del maschio vincente e dominatore, oppure nel maschio dipendente in modo simbolico dalla donna/madre, non sono capaci di esprimere la loro potenzialità di cura, incapaci di entrare in contatto con la loro fragilità e vulnerabilità, incapaci di accettare la frustrazione dell’abbandono e della perdita.

Come dice Monica Lanfranco nel suo saggio “Mio figlio è femminista” (2023), bisogna educare i figli e le figlie a esprimere la loro parte emotiva più nascosta, superando le maschere inibitorie dei modelli tradizionali assegnati agli uomini e alle donne, bisogna imparare tutt⁎ a vivere la cura come una dimensione arricchente e valorizzante.

Eric Berne, nel suo famoso saggio “A che gioco giochiamo” (un vecchio libro: 1964) formula molte ipotesi di giochi transazionali drammatici, che ripetono ossessivamente sempre lo stesso schema relazionale e che amplificano negativamente le differenze tra i generi.

Ne propongo 4 di grande ampiezza emotiva:  La crocerossina, Prendimi a calci, È tutta colpa tua, Guarda che mi hai fatto fare.

I primi due possono essere legati allo stereotipo femminile della cura e del sacrificio e seguono in modo nascosto l’ingiunzione NON ESISTERE, mentre gli altri due sono più inerenti allo stereotipo maschile della violenza e della sopraffazione, del controllo e della colpa proiettata sull’altro e seguono l’ingiunzione NON SENTIRE. Ingiunzioni e ordini sono le spinte copionali, che vanno smontate per uscire fuori da giochi e non accumulare più carezze negative. E spesso chi esce fuori dal copione di genere si percepisce non solo come “diverso” ma come sbagliato. Mentre dovremmo imparare a uscire fuori dalle ingiunzioni copionali tradizionali, spesso fonte di profondo dolore esistenziale per le soggettività impreviste, originali e queer.

Il copione è il progetto di vita che un ambiente familiare e sociale ci assegna e di cui possiamo diventare consapevoli, attraverso l’autoanalisi dei comportamenti. Non è certo semplice farlo. Bisogna decostruire oltre agli stereotipi di genere, il modello dell’amore simbiotico, cattiva educazione sentimentale, basato sul controllo e sul possesso, altrimenti ci troveremo ancora dinanzia relazioni dove maltrattata e maltrattante si avvitano in una spirale di violenza e di dolore, fino alla morte. L’educazione alla capacità di scegliere e di accettare la frustrazione della perdita deve iniziare in tenera età, dove saper esprimere il dolore per l’abbandono e la mancanza è esperienza propedeutica per la relazione sentimentale futura. Saper dire di no e saper accettare il no, sono due facce della stessa medaglia. Imparare a non farsi carico dell’altro entrando in un maternage fuori tempo, accettare di amare se stess* passano attraverso la capacità di saper stare soli con gioia, passaggi fondamentali per l’alfabetizzazione emotiva affettiva, assolutamente intrecciata con l’educazione sessuale. Perché il sesso è una dimensione relazionale, che attraversa il nostro corpo in modo totalizzante.

Il Triangolo di Karpman (o triangolo drammatico) è un modello psicologico dell’analisi transazionale che descrive una dinamica relazionale disfunzionale e manipolatoria agita da tre attori: la Vittima, il Persecutore (o carnefice) e il Salvatore. Sviluppato dallo psichiatra Stephen Karpman nel 1968, questo meccanismo mostra come le persone si incastrino in conflitti ripetitivi, scambiandosi i ruoli e alimentando dinamiche di dipendenza o ostilità. C’è in questa dinamica patologica una corresponsabilità relazionale di entrambi che va svelata proprio attraverso un percorso di consapevolezza. Questo triangolo è spesso alla base di una cattiva educazione sentimentale, che sfocia in una relazione tossica anche a livello sessuale. In embrione, spesso si educano le donne a fare le salvatrici mentre gli uomini “salvati” possono diventare carnefici appena il gioco viene spezzato. È quindi chiaro che educare a uscire fuori dai ruoli tradizionali vuol dire anche diminuire il rischio di cadere in questi rapporti ad alto livello di tossicità patologica.

Come ha spesso indicato Liana Borghi nelle sue ricerche (da ultimo vi consiglio il libro Tessiture, Fandango, 2023), il processo di disidentificazione è un passaggio fondamentale per decostruire i modelli tradizionali di genere ed è un percorso che parte dalla comprensione che non è possibile considerare certi comportamenti come specifici di un sesso. La sapienza millenaria delle donne deve scommettere sulla trasmissibilità culturale dei suoi fondamenti. Riconoscere le basi positive di questa sapienza e pensarla come fonte trasmissibile alle nuove generazioni, praticabile da ogni persona. Considerare l’empatia, la capacità di cura, può essere patrimonio solo femminile, sarebbe un’operazione involutiva e bloccante. Pensare che l’educazione all’aggressività, alla competizione, alla poca attenzione verso le emozioni e i sentimenti sia espressione costitutiva della natura maschile è un autogoal.

Bisogna pensare che le persone possono essere capaci di accudire, ascoltare e realizzarsi, a prescindere dal sesso. Alla rivoluzione femminista che ci ha insegnato le pratiche sovversive del partire da sé, dell’autocoscienza e dell’autodeterminazione, bisogna aggiungere un altro step: l’utopia queer, come ha scritto più volte Michela Murgia, capace di intravedere l’intercambiabilità dei comportamenti di cura, la valorizzazione del sentimento di tenerezza reciproca, la comprensione della legittimità della pluralità delle famiglie etero, omo e monoparentali basate tutte sull’amore e sulla creazione di modelli sociali aperti e inclusivi.

Iniziamo a condividere qualche strategia operativa, di facile applicabilità:

• il circle time: trovare uno spazio settimanale, di ascolto partecipato e senza giudizio per raccontarsi e raccontare a partire da situazioni/stimolo ( frasi/ immagini/spezzoni di film)
• role play in gruppo, dove due attori drammatizzano una situazione più o meno conflittuale
• brainstorming e brainwriting: usare la lavagna per parlare oppure scrivere parole importanti di cui condividere il significato ( amore, affetto, abbandono, corpo…)
• costruire il libro delle differenze in cui ognun⁎ scrive il motivo per cui è speciale
• lavoro in piccoli gruppi (massimo 4 elementi) per costruire manifesti e cartelloni sul significato di parole come il consenso, il rispetto, la tenerezza, la gelosia.
• inserire come materiale didattico modelli corporei diversificati (donne che giocano a pallone, uomini che danno il biberon, donne che costruiscono case e aggiustano cose, uomini che curano un anziano, uomini che lavorano in una scuola dell’infanzia…)
• il diario emotivo
• la coppia di supporto
• l’angolo per calmarsi
• la missione di gentilezza settimanale
• costruzione in gruppo di carte/frasi per migliorare la comunicazione
• costruzione del contratto di rispetto reciproco letto e firmato

Ultimo punto di fondamentale importanza è la connessione, reale e virtuale,  dinamica e documentata, tra le varie comunità educanti, la famiglia, la scuola, i centri di aggregazione sociale. Ciò che afferma un contesto non può essere disconfermato dall’altro, pena un effetto distruttivo assolutamente deleterio. Siamo appena all’inizio di una società capace di accogliere e di sostenere lo sviluppo sereno di ogni persona, di ogni creatura. Solo attraverso un’autentica collaborazione sinergica tra adulti responsabili dell’educazione delle nuove generazione, possiamo raggiungere questo obiettivo.






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