Il corpo come campo di battaglia

Ci stupiamo ancora? Zoe Trinchero aveva 17 anni e la sua colpa è aver detto no.

Il corpo come campo di battaglia
IL CORPO COME CAMPO DI BATTAGLIA

25 Marzo 2026

Ci stupiamo ancora? Zoe Trinchero aveva 17 anni e la sua colpa è aver detto no. Alex Manna a calci e pugni ha aggredito Zoe e l’ha gettata agonizzante in un corso d’acqua a Nizza Monferrato. Il corpo senza vita è stato ritrovato il giorno dopo.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, Zoe aveva finito il turno al bar della stazione, una sera come tante. Si era cambiata, era andata a cena dagli amici. Un ragazzo la approccia, lei dice di no. E per questo è morta. Alex Manna, coetaneo. A un certo punto si sono allontanati insieme. Quello che è successo dopo lo ha raccontato lui stesso, il giorno dopo, in caserma: un approccio, un rifiuto, poi la violenza. I pugni al viso, le mani al collo, lo strangolamento. Zoe ha urlato, si è divincolata, ha lottato con tutto quello che aveva. Il corpo è stato trovato poco prima di mezzanotte nel greto del rio Nizza, un piccolo corso d’acqua che attraversa il centro di Nizza Monferrato. Aveva i segni di quello che aveva vissuto negli ultimi minuti della sua vita: lesioni al collo, tumefazioni al volto.
Dopo aver ucciso Zoe, Manna è tornato a casa. Si è cambiato i vestiti, sporchi del sangue di lei. Poi è tornato dagli amici e ha raccontato una storia diversa: lui e Zoe erano stati aggrediti da un uomo di origine nordafricana. La voce si è diffusa. Una trentina di persone si è radunata sotto casa dell’uomo indicato come responsabile, e solo l’intervento dei carabinieri ha evitato conseguenze peggiori. Il giorno dopo, di fronte alle incongruenze sempre più evidenti, Manna ha confessato.
Gli amici di Zoe aspettavano fuori dalla caserma mentre lui parlava. Uno di loro ha detto ai giornalisti che Manna non aveva mai avuto nessuna relazione con lei, che per quanto ne sapeva non ci aveva nemmeno mai provato. «D’altra parte lui è fidanzato», ha aggiunto, come se stesse ancora cercando di dare un senso a tutto.

Il corpo come campo di battaglia Un altro femminicidio che stupisce ancora tutti, per quanto di sorprendente non ci sia nulla. Una storia che si ripete, di anno in anno, con un crescendo che dovrebbe spaventare. Eppure, ogni settimana in troppi si siedono davanti alla televisione e si stupiscono dell’ennesima tragedia uguale: una donna uccisa in quanto donna. E qui si apre un discorso ben più grande: prima ancora di diventare il luogo della sua morte, il corpo di Zoe era già stato trasformato in qualcos’altro, dal primo momento in cui è stata esposta alla società. È diventata un oggetto su cui qualcuno riteneva di avere un diritto. Uno spazio che si poteva pretendere.

Quando lei ha detto no, quel no non è stato accettato come una risposta. È stato vissuto come un’offesa. E il corpo che aveva osato rifiutare è diventato il bersaglio della punizione, ignorando la persona al proprio interno. Ma questo meccanismo non riguarda solo Zoe. È una logica che si ripete, che ha un nome e una struttura: il corpo femminile viene prima reclamato come proprietà, poi, quando resiste, viene trasformato in campo di battaglia. Non è più il luogo dell’identità, dell’autonomia, della vita, diventa lo strumento attraverso cui si esercita il controllo. E quando quel controllo viene negato, diventa il luogo su cui si scarica la rappresaglia. È in questo senso che il corpo femminile diventa un’arma, usata però contro lei stessa.
Diventa qualcosa che le donne imparano a nascondere e di cui si devono vergognare, per evitare di finire in “certe situazioni”, come spesso ci viene ripetuto. Un avvertimento che arriva presto, prestissimo, prima ancora di capire davvero cosa significhi.

Io ho adesso vent’anni anni, e questa voce ce l’ho dentro da quando ero bambina: copri, stai attenta, non provocare. Come se il problema fosse il corpo e la mia presenza, e non chi decide di farne un bersaglio. Crescere con questa consapevolezza significa imparare a occupare meno spazio, a misurare ogni gesto, a chiederti se quello che indossi o come ti muovi possa essere frainteso, o diventare un pericolo. Significa portare una responsabilità che non ti appartiene, ma che ti è stata cucita addosso così presto che dopo un po’ non riesci più a distinguerla da te e diventa seconda natura.
E allora semplicemente mostrare il proprio corpo diventa un atto sovversivo, rivoluzionario. Qualcosa che ancora oggi viene spesso guardato con sdegno.
Ma un corpo non può semplicemente essere un corpo? Senza giudizio e senza violenza? Non ci può essere rispetto ed empatia per chi ne è al suo interno?

Alex Manna, come tutti gli uomini, può dire di no e il suo rifiuto non mette in pericolo la sua vita: Zoe, come troppe altre ragazze e donne prima di lei, non ha avuto questo privilegio. Questa dinamica non nasce dal nulla. Affonda le radici in una struttura patriarcale che in Italia diventa sempre più corrosiva. Il termine viene spesso caricaturizzato e poi scartato, ma nel senso più preciso e concreto: questo sistema di norme e rapporti di potere ha storicamente costruito la mascolinità intorno all’idea del controllo, insegnando, in mille modi diversi e spesso invisibili, che il desiderio maschile ha una legittimità che il rifiuto femminile non può semplicemente cancellare. In questa struttura, il no di una donna non è solo un no interpersonale. È una violazione dell’ordine atteso. E la violenza che ne consegue non è una reazione imprevedibile. È l’esito estremo di una cultura che non ha ancora deciso di cambiare davvero.

Quello che è rimasto Questa violenza ha un senso, un senso che va riconosciuto e accettato. Non è una rabbia improvvisa, una gelosia esplosa, una pazzia del momento o un’azione incomprensibile: è il risultato di un sistema che lo ha reso possibile, che continua a renderlo possibile, e che produce vittime con una regolarità che non dovremmo più riuscire a tollerare.

Zoe aveva diciassette anni. Stava tornando da una cena con gli amici. Aveva detto no. Fino a quando continuare a dire no resterà un atto pericoloso, lo stupore è un lusso che non possiamo più permetterci. Stupirsi significa ancora credere che sia un’eccezione, un caso isolato, qualcosa di inaspettato. Ma non lo è. Non lo è mai stato. E fingere meraviglia davanti a ciò che è sistematico è una forma di silenziosa e passiva complicità.
Non basta più indignarsi. Non basta condividere, commemorare, aspettare il prossimo nome. Quello che è successo a Zoe non chiede la nostra pietà: chiede che smettiamo di accettare il mondo che lo ha reso possibile.






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