Il cortocircuito
del femminismo selettivo
Il femminismo è una pratica mobile, aperta, attraversata da differenze, non una definizione. Occorre interrogarsi sul modo in cui viene mobilitato nel dibattito pubblico e nei media
Negli ultimi giorni, la vicenda che coinvolge Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha riacceso un dibattito che attraversa da tempo il campo femminista: che cosa significa davvero dirsi femministe? E soprattutto: può esistere una solidarietà selettiva che esclude altre soggettività e altre minoranze, senza contraddire i principi stessi del femminismo?
La lettera di sostegno a Terragni, firmata da giornaliste, attiviste e associazioni, nasce in risposta all’interrogazione urgente presentata da alcune senatrici del Partito Democratico sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”. Le firmatarie rivendicano il valore del lavoro della Garante, sottolineando come abbia affrontato un tema drammatico e spesso invisibile: quello degli allontanamenti forzosi dei minori dalle madri e dalle famiglie. Una questione complessa, che intreccia diritto, psicologia, protezione dell’infanzia e tutela delle relazioni affettive, e che da anni divide opinione pubblica e operatori del settore. Nel testo, le firmatarie insistono su un punto preciso: distinguere tra i casi di reale abuso o maltrattamento e quelli in cui l’intervento istituzionale sarebbe sproporzionato o fondato su valutazioni controverse. È una linea politica e culturale chiara, che si inserisce in una tradizione femminista attenta al rapporto tra donne, maternità e istituzioni. Questa presa di posizione è, in sé, assolutamente legittima: il femminismo è sempre stato anche conflitto, presa di parola, schieramento. Non è mai stato un blocco monolitico, ma un insieme di pratiche e pensieri spesso divergenti.
Ed è proprio qui che si apre la questione più interessante: non esiste un solo femminismo. Esistono femminismi. Esiste un femminismo che mette al centro l’esperienza delle madri e denuncia le derive istituzionali che possono colpire le relazioni familiari. Esiste un femminismo giuridico, che lavora sulle norme e sulle politiche pubbliche. Esiste un femminismo intersezionale, che legge le oppressioni come il risultato dell’intreccio tra genere, razza, classe, orientamento sessuale. Esiste un femminismo queer e transfemminista, che mette in discussione le categorie stesse di “donna” e “uomo” e rivendica il riconoscimento di tutte le identità di genere.
Questa pluralità non è un problema: è la forza del femminismo. Il problema nasce quando una di queste correnti pretende di rappresentare il tutto, delegittimando le altre. Quando cioè si passa dalla differenza al confine, dalla pluralità all’esclusione. In questo senso, la solidarietà espressa a Marina Terragni solleva una domanda più ampia: che tipo di solidarietà è quella che si esercita solo verso alcune soggettività e non verso altre? Che cosa accade quando il sostegno tra donne non si estende, ad esempio, alle persone trans, alle famiglie non tradizionali, alle minoranze che vivono forme diverse ma altrettanto reali di marginalizzazione?
Un femminismo che seleziona le proprie alleanze rischia di perdere la propria portata trasformativa. Perché il femminismo nasce storicamente come critica radicale alle gerarchie e ai sistemi di esclusione. Se inizia a riprodurre quelle stesse logiche – stabilendo chi è “dentro” e chi è “fuori”, chi merita tutela e chi no – finisce per contraddirsi. Questo nodo è stato affrontato con grande lucidità da Rosi Braidotti, Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti nel loro ultimo saggio Giù le mani dal femminismo (Rizzoli, 2026), in cui invitano a difendere il femminismo proprio da chi vorrebbe irrigidirlo, trasformarlo in un’identità chiusa, in un territorio da presidiare contro altre soggettività. Il femminismo, al contrario, è per sua natura mobile, aperto, attraversato da differenze. È un processo, non una definizione.
In questa prospettiva, la questione è interrogarsi sul modo in cui il femminismo viene mobilitato nel dibattito pubblico, non stabilire chi abbia “ragione” nel merito della vicenda Terragni, tema su cui è legittimo che esistano opinioni diverse. Viene usato come strumento critico, capace di includere e di interrogare la complessità? Oppure come etichetta identitaria, utile a rafforzare una posizione già data?
Vi è poi un ulteriore elemento da considerare: il rapporto tra media e narrazione. La stessa lettera sottolinea come il “clamore” attorno a certi casi sia spesso alimentato dagli organi di informazione. Questo è un punto cruciale, perché le battaglie femministe – come molte altre – si giocano anche sul piano simbolico. Quali storie diventano visibili? Quali vengono raccontate come esemplari? E quali invece restano ai margini? Anche qui, la selettività può diventare un problema. Se alcune vicende vengono elevate a simbolo mentre altre vengono ignorate, il rischio è di costruire una rappresentazione parziale della realtà, che rafforza alcune agende e ne oscura altre.
La vicenda Terragni, dunque, non riguarda solo una figura istituzionale o una specifica battaglia sugli allontanamenti dei minori. È uno specchio delle tensioni interne al femminismo contemporaneo. Mostra quanto sia difficile tenere insieme esperienze diverse, priorità differenti, visioni anche incompatibili tra loro. Ma proprio per questo rappresenta anche un’occasione per tornare a interrogarsi su che cosa tenga insieme i femminismi oggi. Se sia possibile costruire alleanze senza cancellare le differenze. Se la solidarietà possa essere pensata non come appartenenza a un fronte, ma come pratica politica capace di riconoscere la complessità.
Perché, in fondo, il femminismo non è mai stato una voce sola. È sempre stato un coro – a volte dissonante, a volte conflittuale – ma proprio per questo capace di trasformarsi, di adattarsi, di rispondere alle sfide del presente. E forse la sua forza sta proprio qui: nel non smettere mai di mettersi in discussione.