Il Davide contro
un Golia patriarchico
la scuola italiana e’ al centro di un’ossessione regolamentativa per ridefinire i costi e fermare la spinta costitutiva di luogo di resistenza, polmone della democrazia e farne una scuola tra le macerie.
La scuola e le scuole. Da quando in nome della sussidiarietà si è scelto di trasformare la scuola in istituzione autonoma – legge Bassanini del 1997 – si è aperta la strada tortuosa della diaspora che ha segnato la storia del nostro Paese e non solo delle sue politiche educative ma culturale tout court.
Una cultura, la nostra, che ha sempre trovato un solido ancoraggio al canone intriso di Dio, Patria e Famiglia fin dagli esordi risorgimentali del sistema d’istruzione nostrano.
Eppure l’autonomia scolastica poteva essere l’incipit di un’altra storia. Ampliando il potere decisionale di una comunità, quella educante, avrebbe potuto sciogliere l’ossatura del pachiderma amministrativo e avvicinare il sentire e il fare scuola alle tessere del puzzle Italia: un puzzle fatto di campanili e cortili, polverizzato in un senso di appartenenza rassegnata di chi abita il margine – territoriale certo – ma altrettanto sociale, culturale, politico e decisionale.
Nello spezzare il centralismo dello Stato la scuola sembrava farsi avanguardia di una spinta forse federale – quando ancora l’istanza federalista non faceva rima con quella sovranista – certamente riformista. Tradendo il centro la scuola si immergeva nella spinta centrifuga dei territori, dei luoghi e degli spazi, della partecipazione che, più di tutte, l’istituzione riformata “mimava” nel suo quotidiano scomporsi in pratiche collaborative, dal basso, democratiche.
Gli organi collegiali, ma anche l’estensione degli orari e la rimodulazione dei calendari, l’ingresso del terzo settore nella compagine dei servizi ma nei casi più virtuosi anche in quella dell’offerta culturale, l’appartenenza al capitolo costituzionale della rimozione degli ostacoli e delle disuguaglianze di partenza, tutto questo trovava una nuova architettura organizzativa e legislativa che su carta sembrava capace di radicare la scuola ai territori e di riportare il senso dell’agire educativo a quelle istanze riformatrici radicali e profonde espresse da figure quali Bruno Ciari, Don Lorenzo Milani, Gianni Rodari.
A distanza di un quasi trentennio possiamo registrare come il centro abbia avuto la meglio sulle istanze di prossimità che l’autonomia scolastica poteva incarnare. E l’autonomia è di fatto divenuta la “porta stretta” attraverso la quale far passare i sempre più esili bilanci d’istituto, assottigliando progressivamente le risorse e abbandonando le scuole autonome e riformate alle crisi economiche e culturali di un Paese in costante recessione. Un Paese dalle fortissime disuguaglianze di fronte alle quali l’autonomia scolastica ha finito per infrangersi delineando un sistema educativo disomogeneo, frammentato, che viaggia a velocità diverse e che rischia di limitare fortemente il diritto alla studio registrato alle diverse latitudini.
Oggi, in maniera simile agli altri soggetti economici inseriti nel mercato, le scuole ideano e concorrono alle risorse del PNRR, incaricano figure esterne esperte in management e gestione dei denari e spesso rimodulano istanze di base, che stanno sul piano del mero funzionamento, in progetti cercando così di camuffare gli spifferi della coperta corta del fondo d’istituto.
Se l’urbanistica femminista ci ha indicato la linea di un orizzonte fratto, policentrico e disseminato come modello simbolico per ripensare lo spazio e con esso la separazione tra pubblico e privato, non sfuggirà come le scuole del nostro Paese siano un luogo fisico e immateriale di eccezionale pregnanza rispetto ai discorsi che nell’ultimo ventennio si vanno addensando intorno a parole chiave quali margini, periferia, decolonialità, partecipazione e delega. Le scuole sono policentriche per definizione in quanto costantemente riconvertite negli usi e nelle destinazioni dei loro spazi fisici. Sono ricorsive nelle traiettorie in quanto intersecano e uniscono generazioni e genti che entrano, escono e tornano rimodulando ogni volta i desideri e le aspettative in base alla cultura del tempo. Le scuole sono marginali per definizione: nell’agenda politica di questo Paese da molto molto tempo, nella geografia dei luoghi (le scuole non sono mai negli itinerari turistici perché raramente occupano palazzi di pregio) nella storia dei territori (a quando un archivio comune delle scuole italiane?)
Eppure restano la porta del cambiamento: ibridando, accelerando i contrasti e compensando il deflagrare delle diversità, offrendo cura e riparo (la scuola è sempre la prima linea dell’accoglienza), agendo resistenza rispetto a movimenti retrogradi della Storia, testimoniando in ogni angolo del Paese l’essenza della carta costituzionale.
Anche per questo le scuole esibiscono nella loro veste di rovina, frammento e testimonianza, la loro vocazione femminista. Si fanno luoghi e dimensioni dove sperimentare nuove forme di leadership, dove affidarsi a dinamiche di delega e rappresentanza differenti, dove riservare risorse e futuri a chi verrà dopo di noi. Le scuole sono ecologiche perché vivono di un loro ecosistema interno ed esterno, perché sono permeate dai miasmi dell’esterno e filtrano razzismo, sessismo, abilismo e ageismo restituendo ossigeno alla democrazia. Le scuole raggiungono i gangli della patriarchia e inoculano il pluralismo delle vite e delle esperienze di tutt*, vaccinando le cittadinanze future a una complessità che parla tante lingue, pratica molti credo (e anche nessuno) e sta nel concreto della prossimità, del mutualismo, del viavai di una comunità.
Con la miopia tipica di chi detiene il potere, la patriarchia ha poco badato alle scuole, considerate residuali nelle geografie dello Stato. Fino a quando la comparsa d’istanze antidemocratiche non ha individuato proprio nelle scuole quel potenziale di cambiamento e quella posizione strategica di prossimità alla vita che ha fatto sì che le stesse divenissero oggetto di una vera e propria azione di corrosione degli equilibri e degli ecosistemi in essere. I movimenti no gender, le corporazioni internazionali che si sono date appuntamento a Verona per il Congresso mondiale delle famiglie nel 2019, le saldature strategiche sui territori tra partiti di destra e le forze neofasciste hanno condotto un’azione di vera e propria colonizzazione delle istituzioni scolastiche a loro danno e a totale detrimento di quel poco che restava della rappresentazione di sé che scuola e corpo docente alimentavano nella radice repubblicana. Tutto questo nella complice indifferenza dei partiti cosiddetti riformisti e di centro-sinistra al governo.
Così le scuole sono state sotto attacco, ridotte a scenari di guerra proprio perché portatrici di una cultura di pace, antimilitarista, non belligerante. Il paradosso di cui siamo testimoni oggi sta proprio qui: sempre più “scuola tra le macerie” la scuola italiana sembra essere il centro di un’ossessione regolamentativa che mira a ridefinirne non più soltanto i costi ma il dna costitutivo. La scuola come luogo di resistenza, la scuola polmone verde della democrazia è l’ultimo ostacolo alla totale assimilazione delle nostre vite alle istanze più feroci del tardo-capitalismo. Spostare l’attenzione alle tante e differenti scuole del nostro Paese significherebbe allora ridare voce ai contesti, restituire autorevolezza alle pratiche dal basso, accettare la fragilità delle vite e non solo quelle umane, abilitare la parzialità e il plurilinguismo anche e soprattutto nel discorso pubblico. Come in una distopia fantascientifica vorrebbe dire tornare alle scuole come laboratori dove agire la trasformazione e radicare il futuro: avamposti e segnaposti, tese come la fionda di Davide contro il Golia patriarchico.