Il futuro è ecofemminista
(o non sarà)
Il pensiero di Françoise d’Eaubonne: dai corpi alla Terra, la catena di sangue del dominio patriarcale. Il racconto di questa autrice con la penna di una attivista storica degli ecofemminismi in Italia.
C’è una linea di continuità che attraversa la storia della civiltà occidentale: è quella del dominio. Un dominio che non si esercita solo sui corpi delle donne, ma anche sulla natura, sugli ecosistemi, sui territori. È questa la tesi radicale che l’ecofemminismo, emersa per la prima volta con forza nel pensiero di Françoise d’Eaubonne e oggi più che mai centrale e rivoluzionario. (www.autricidicivilta.it/le-donne-prima-del-patriarcato-francoise-deaubonne)
Nel suo libro Le féminisme ou la mort (1974), d’Eaubonne scriveva 50 anni fa che lo stesso sistema che ha sottomesso le donne per millenni sta portando l’intero pianeta verso il collasso. Il patriarcato non è solo una forma di potere sessuata, ma il cuore pulsante di un ordine sociale che ha costruito la propria forza sul controllo: della riproduzione, delle risorse, dei corpi, della vita stessa.
Il dominio esercitato dagli uomini sulle donne – attraverso l’esclusione, il controllo della sessualità, la subordinazione economica e politica – trova un rispecchiamento diretto nel dominio che la civiltà maschile, bianca, occidentale ha imposto sulla natura. Un dominio che si è espresso nel colonialismo, nell’estrattivismo, nella scienza ridotta a strumento di sfruttamento, nell’economia fondata sull’accumulazione e sulla crescita illimitata. L’ultimo esempio abominevole è il pensiero espresso del plurimiliardario Elon Musk, che ha affermato che il collasso della popolazione a causa dei bassi indici di natalità è un rischio per la civiltà molto maggiore del riscaldamento globale!
Per d’Eaubonne, la capacità generativa delle donne è stata storicamente asservita a un progetto patriarcale: le donne come terreno da colonizzare, come “risorsa” da gestire, come soggetto da sorvegliare. Non è un caso che il controllo della riproduzione sia sempre stato un nodo centrale del potere maschile, così come il controllo della fertilità della terra è diventato l’obiettivo di un’agricoltura industrializzata e meccanizzata, disconnessa dai cicli naturali.
Ma non c’è più nulla di naturale in questo sistema: è una costruzione storica, culturale, politica. L’ecofemminismo è uno strumento di lettura ma anche di lotta, perché non si limita a denunciare, ma propone un rovesciamento. Rifiuta la logica gerarchica del potere e mette al centro relazioni diverse: basate sulla cura, sull’interdipendenza, sul rispetto per il vivente.
Non una “natura femminile”, concetto ridicolizzato da uomini che credono che il pensiero matriarcale significa voler prendersi il potere, ma una critica al potere.
Lungi dall’essere una visione essenzialista – che vede le donne “più vicine alla natura” per ragioni biologiche – l’ecofemminismo riconosce che le donne sono sempre in prima linea nella gestione concreta della vita: acqua, cibo, salute, educazione. E sono anche quelle che più duramente subiscono gli effetti della crisi climatica e delle guerre ambientali.
Il loro sapere, i loro corpi, le loro pratiche diventano allora un punto d’appoggio per immaginare altri mondi. Le donne indigene che difendono le foreste in Amazzonia, le contadine che lottano per la sovranità alimentare, le attiviste che denunciano la violenza ecologica dei gasdotti e delle miniere: tutte incarnano, in forme diverse, questa visione politica. Una visione che non separa il femminismo dall’ecologia, ma li intreccia in una critica radicale al modello dominante.
Il futuro è ecofemminista (o non sarà)
Oggi, mentre la crisi climatica avanza e le disuguaglianze di genere si acuiscono, si moltiplicano grazie al vecchio, ma sempre valido dìvide et ìmpera, il problema non è solo “salvare il pianeta”, ma cambiare sistema. Non basta piantare alberi o ridurre le emissioni, non serve cercare soluzioni create dal sistema stesso perché esso è in grado di proteggersi intraprendendo false soluzioni, come la trappola del greenwashing. Serve smantellare le strutture di potere che hanno prodotto questo disastro.
In un mondo costruito sullo sfruttamento, il pensiero ecofemminista ci obbliga a porre domande scomode: chi paga il prezzo del nostro benessere? Chi viene messo a tacere? Quali corpi, quali territori, quali vite vengono considerati sacrificabili?
L’ecofemminismo non è una nicchia del pensiero ambientalista. È una proposta politica concreta, che unisce giustizia ecologica e giustizia sociale, che fa della cura una pratica rivoluzionaria e della coesistenza una sfida collettiva. È, forse, la nostra ultima possibilità di evitare il peggio. Come scriveva d’Eaubonne cinquant’anni fa: femminismo o morte.