Il materalismo carnale
che fa parlare i corpi sessuati
Intervista a Rosi Braidotti, sul suo libro «Il ricordo di un sogno», parte I
Le donne come soggetto politico abitano il patriarcato fino al collo. Sia che negozino con la violenza subita, sia che la riproducano. Se il Noi Donne degli anni Settanta si incarnava nel femminile, oggi include anche gli esseri umani con utero, un’alleanza importante perché si tiene insieme con e-e-e- anziché spaccarsi sull’ o/o per poi consegnare a destra i nostri temi: il nomadismo contro la scuola granitica della differenza
Un romanzo, la cui protagonista è la storia di una famiglia sparsa per il mondo, dal Friuli all’Australia, ricostruita nell’avvicendarsi degli avvenimenti storici del Novecento con la S maiuscola, attraverso le voci delle donne che l’hanno attraversata: è questo il nuovo lavoro di Rosi Braidotti, filosofa femminista, Il ricordo di un sogno (Rizzoli 2024), un progetto iniziato negli anni Novanta, in un costante dialogo con sua mamma Bruna e con la possibilità di intervistare nonne e zie, finché erano in vita. Vicende che hanno segnato profondamente Braidotti, il suo modo di stare al mondo con uno sguardo che l’ha accompagnata in tutto il suo percorso di riflessione filosofica. Anche per questo dichiara: «Questa storia l’ho scritta con il cuore, dopo aver accettato di condividere il sogno di mia mamma; l’ho scritta con la mente, organizzando da ricercatrice metodica tutto il materiale d’archivio; ma l’ho scritta soprattutto con i piedi, tracciando un itinerario che si snoda attraverso mezzo mondo». E, aggiungiamo noi, attraverso differenti toni e linguaggi, ripresi da lettere, appunti, documenti, fotografie e sogni.
La storia raccontata in questo testo era stata anticipata da alcune tracce in altri lavori, penso al «baule» che compare anche in Fuori Sede (Fuori sede. Vita allegra di una femminista nomade, Castelvecchi 2021) a testimoniare che la memoria ci accompagna sempre. In che modo la memoria può essere al tempo stesso pratica e teoria femminista?
La memoria è al centro di tutto, perché ricordare è molto più che non dimenticare, significa scavare e andare contro le versioni ufficiali. In questo sono allieva a vita di Michel Foucault e delle sue contro memorie, per sfidare le versioni dominanti su tutto, quindi anche sul rapporto madre-figlia, sulla sorellanza e la sua retorica.
Le donne che racconto non sono angioletti, sono nel patriarcato fino al collo: c’è chi lo amministra, chi lo gestisce, chi cerca di sfuggirne, con negoziazioni costanti con la violenza che subiscono o che a loro volta riproducono.
Ogni donna è stata una finestra su un ricordo, nel libro mi muovo da una all’altra facendo le domande, anche scomode per ricostruirne le vicende.
Ci ho messo 30 anni, negli anni Novanta ho intervistato fra gli altri anche le zie Herta e Pina, ma dopo aver avuto la loro approvazione ho messo tutto in un cassetto e ho proseguito creandomi un archivio, sono andata a studiare la storia del Friuli e di quello che non conoscevo. Alla fine, ho costruito più un film che un libro a pensarci bene. Non c’è una temporalità lineare, infatti, ma il mio metodo cartografico, motivo per cui è tutto datato, ogni incontro o ricostruzione, fino al colloquio fatto lo scorso febbraio con mia madre Bruna. Poi ho messo il punto e mandato in stampa.
È dunque una pratica di autocoscienza anche questa ricostruzione genealogica familiare femminile? Nel testo affermi: «…lo dico a voce alta: ‘noi donne’, per paura di perdermi e di perdere il filo di questo nostro discorso».
Sì certo, e di recente mi sono ritrovata anche con Luisa Passerini nel condividere questa pratica di scrittura per rileggere le versioni ufficiali della storia. E ogni volta che dico ‘noi donne’, non è l’essenzialismo sciocco ma una soggettività politica che condivide la memoria per scardinare la storia con la S maiuscola. Non mi riferisco in maniera essenzialista al femminile ma a un soggetto politico. Indubbiamente negli anni Sessanta storicamente quello che chiamiamo Noi Donne è stato un movimento in gran parte incarnato nel femminile, ma oggi in questo Noi Donne c’è molto altro. Ed è bello vedere come il movimento transfemminista Ni Una Mas, con le donne iraniane che combattono per la loro libertà o le statunitensi che hanno perso sull’aborto, si ritrovino come Noi Donne, includendo anche gli esseri umani con utero. È un’alleanza importante perché si tiene insieme con e-e-e- anziché spaccarsi sull’ o/o per poi consegnare a destra i temi nostri a emancipazionismi reazionari e individualisti.
Che alternativa diamo a questi emancipazionismi?
Per me si tratta di parlare di empirismo incarnato: parti da te per sfidare le strutture del potere. Temo che abbiamo dimenticato un pò questo aspetto, perché abbiamo perso di vista il materialismo carnale, che è la forza del femminismo: partire dai corpi, che sono tanti e sono materia sessuata. Non credo, infatti, che la rappresentazione preceda la realtà, sono da sempre materialista realista: la realtà materiale c’è, che ci piaccia o no, la percepiamo attraverso il linguaggio e le rappresentazioni ma non sono loro a crearla, da qui nasce il mio disaccordo con il metodo del costruttivismo sociale, che a mio avviso deve aprirsi a una maggiore comprensione della materialità.
La pandemia da Covid e il cambiamento climatico dimostrano perfettamente che la realtà non dipende dalla nostra percezione e che noi siamo situate in diversi contesti.
Per questo nel romanzo ho situato tutte le mie donne, dando anche i riferimenti storici più importanti. Cosa ha significato, ad esempio, per Herta fare più di 840 km a piedi con la mamma ferita nel corpo e nell’anima? Anche questo ci dice che la realtà è molto più corporea delle percezioni.
Dal materialismo radicato nel passato al presente, restano centrali le relazioni, nella storia familiare come in quella politica: eppure alcune saltano su temi legati proprio al corpo, pensiamo alla GPA. Pensi sia possibile ricostruire una relazione feconda fra femminismi?
È una domanda dolorosa, faccio fatica a capire quello che sta accadendo con la differenza sessuale in Italia, che per me è sempre stata differenza intesa come un differire all’interno della stessa, cioè nomade. La stessa Luce Irigaray non è mai stata essenzialista biologista, mentre ancora oggi anche nei movimenti non viene interpretata correttamente. Ci sono troppe polarizzazioni, e quindi semplificazioni, fra una scuola granitica della differenza, rimasta non solo ferma, ma oggigiorno fortemente appoggiata a destra da Meloni e Roccella. Dall’altro ci sono posizioni variegate, ma incapaci di vivere con le loro differenze e che quindi si fanno guerra tra di loro: ripeto, citando bell hooks, che nel femminismo c’è posto per tutti. Però ripeto anche che la filosofa principale della differenza sessuale, Luce Irigaray, non ha mai detto che si nasce donna, ma che invece si nasce polimorfi e perversi e poi interviene il processo di socializzazione che divide e domina con una logica binaria.
Molte confondono GPA con utero in affitto, ma sappiamo che può esserci la gratuità insieme a un minimo riconoscimento economico. Pensiamo al testo di Sophie Lewis e al modo in cui illustra le cooperative di madri surrogate che funzionano in Canada, rievocando anche il tema delle lavoratrici del sesso, altro nervo scoperto. Di tutto ciò in Italia non si può parlare, curioso visto il consumo del porno di cui parliamo con Gruber nel suo libro-inchiesta.
È necessario tornare a letture filosofiche e filologiche di molte autrici, e partire dal dato che le filosofie femministe sono plurali e pluraliste, se ci mettiamo sul piano delle guerre culturali che dilagano in questo momento, perdiamo tutte.
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