Il potere di narrarsi
Che lo sguardo cada sui droni di Naza, sui faldoni di Epstein, sui femminicidi, la faglia etica che trasforma i corpi violati in una questione burocratica è sempre eteropatriarcale: dall'uso di Lavander – la IA che decide chi vive e chi muore a Gaza – al ddl Consenso, viaggio nell’ecogeobiopolitica della violenza che manipola il discorso e definisce la gerarchia dei corpi
Noi siamo tecnici
Se vogliono che qualcuno muoia, muore di sicuro
Il privilegio del carnefice: perché l’Occidente esige il “permesso di narrare” Nel discorso pubblico occidentale, che ascolta il carnefice e ignora la vittima, esiste un’asimmetria persistente: un rapporto gerarchico tra la parola pubblica – intesa come discorso istituzionale, geometrico e tecnocratico – e la materialità dei corpi che subiscono la violenza. È una faglia etica che determina quali voci abbiano il diritto di produrre “verità” e quali siano condannate all’irrilevanza o al sospetto, dimostrando che la credibilità non è una prerogativa dell’evidenza, ma un attributo del potere. Negli ultimi tre anni, con l’acuirsi del conflitto in Medio Oriente, questa dinamica è emersa con violenza: mentre i corpi, i video e le testimonianze dirette dei palestinesi subiscono un processo continuo di scrutinio, decostruzione e scetticismo, le narrazioni strutturate dalle istituzioni israeliane così come le testimonianze dei “carnefici” monopolizzano l’interesse dei media. Ci si chiede quali siano le strategie militari, le ragioni geopolitiche, persino i traumi d’origine di chi schiaccia il bottone. Del responsabile «tecnico».
L’unità di base è l’abitazione
Dov’è papà?
Lo statuto della verità Questo fenomeno rispecchia un meccanismo strutturale che unisce contesti di guerra, violenza di genere e dinamiche mafiose: la tendenza a cercare la chiave di volta del trauma nella mente di chi lo infligge, piuttosto che nel racconto di chi lo subisce. Il corpo della vittima, sia esso colonizzato o abusato, viene privato della facoltà di fare testo da sé. Per accedere allo statuto di verità, la sofferenza biologica deve sempre essere convalidata o confessata dagli stessi apparati che quella violenza l’hanno originata o tollerata. Come descritto da Gayatri Spivak ed Edward Said, al subalterno manca il «permesso di narrare» se non attraverso le categorie del dominatore. Lo si vede nell’isolamento di Cuba, dove l’embargo normalizza la sofferenza di un popolo. Oggi i palestinesi documentano la propria fine in tempo reale sui social, eppure questa immediatezza non si traduce in autorevolezza. La parola della vittima viene considerata emotiva o collusa; quella del carnefice viene percepita come «razionale» e degna di analisi geopolitica. Identificarsi con la vittima richiederebbe all’Occidente di mettere in discussione i propri sistemi di alleanze e la propria postura morale patriarcale, colonialista ed estrattiva. Analizzare il carnefice permette invece di mantenere una distanza di sicurezza, trasformando l’orrore in strategia o in un dilemma etico astratto.
Quanti ne potete uccidere?
Tutti
Il crisma dell’oggettività Questo feticcio fa sì che il pubblico si accorga del dramma solo quando la denuncia assume le forme rassicuranti della confessione interna o del documento dell’oppressore. Lo dimostra l’accoglienza riservata a Naza, lo sconvolgente quanto necessario documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor premiato con il Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Il film svela i sistemi di tracciamento e IA dell’IDF attraverso le voci mascherate di 24 agenti israeliani. Ma se ci chiediamo perché l’Occidente sobbalza davanti a Naza o agli Epstein files, dobbiamo risponderci che la parola del carnefice possiede il crisma dell’oggettività geometrica, mentre il dolore della vittima resta confinato nel sospetto.
Oggi il confine etico del dopoguerra è crollato: la morale è stata sussunta dall’efficacia manageriale e lo scandalo si gestisce con la manipolazione del discorso. Questa metamorfosi ha una svolta nel 2011, quando il direttore del FMI, Dominique Strauss-Kahn, viene accusato di violenza sessuale da una cameriera immigrata a New York. Al suo posto viene rapidamente eletta Christine Lagarde: una gigantesca operazione di makeup istituzionale, in cui la parola manageriale e geometrica di Lagarde è servita a coprire il trauma del corpo violato, derubricando un abuso a un problema di successione interna al potere finanziario. Scorrere i nomi dell’élite globale nelle carte di Epstein, ascoltare il carnefice che spiega le tecniche del genocidio, o sentire i vicini e la stampa che descrivono il femminicida come un «bravo ragazzo», solleva l’osservatore dall’obbligo etico di guardare il dolore nudo. Lo shock testimoniale pulisce la coscienza dello spettatore, traducendo la carneficina in un problema algoritmico o in un thriller. Al contrario, la voce del contadino palestinese che difende la propria terra in No Other Land viene costantemente sottoposta a verifica, quasi dovesse giustificare la propria esistenza prima di denunciare l’espulsione.
Perché li uccidete?
Non lo so. È come una tempesta ormonale
La carne ferita e le infrastrutture Questa assonanza è millimetrica nella violenza di genere. Nei femminicidi, il focus mediatico devia istantaneamente dall’uccisa all’assassino, cercando il “motivo” (il raptus, la gelosia, la depressione) per ricondurre l’inspiegabile a una logica rassicurante: un incidente isolato, non una violenza patriarcale. E se la donna è morta, se ne processa lo stile di vita. Un arretramento biopolitico evidente anche nel dibattito sul cosiddetto ddl Consenso (promosso da Giulia Bongiorno), che spinge ad abbandonare il paradigma del «consenso libero» per virare sul modello del «dissenso»: è lo Stato che legalizza il sospetto verso la carne ferita. Parallelamente, lo spazio per la testimonianza indipendente viene aggredito sulle infrastrutture di rete. Il recente oscuramento globale subito dal collettivo italiano Autistici/Inventati – costretto alla chiusura dal banUSA – dimostra come la tutela della privacy e del dissenso possa essere spenta unilateralmente da un apparato sanzionatorio transnazionale, silenziando sedicimila caselle e-mail e diecimila blog senza alcuna sentenza giudiziaria italiana o europea. Si delinea così la mappa di un’oppressione transnazionale.
Con un’ulteriore aggravante strutturale. Se nelle mafie il sistema si scardina valorizzando la “conoscenza tecnica” del “pentito” a scapito delle vittime, nella violenza di genere il pentitismo manca del tutto: l’abuso si fonda su una solidarietà omertosa o su una frammentazione che nega la propria natura sistemica. L’Occidente applica lo stesso schema: cerca la verità nei dossier del potere, lasciando i subalterni a dover performare la propria assoluta innocenza. Judith Butler teorizza questo meccanismo attraverso le «grievable lives», le vite degne di lutto, mostrando come i media operino una selezione culturale su quali corpi meritino compassione e quali siano solo naza, «effetti collaterali». Per essere ascoltati, ai palestinesi si richiede un dolore asettico e privo di postura politica. Una rimozione storica radicata, come ricorda il film Palestina ’36 di Annemarie Jacir: quando la memoria viene negata, il dolore viene declassato a semplice dato antropologico.
Tu devi solo fidarti del sistema
Se non mi fidassi, crollerebbe tutto
La trappola tecnologica Guardare Naza significa fare i conti, in Europa, con i fantasmi del nostro passato, con le macerie del fascismo e con l’Olocausto che l’indifferenza non volle vedere in tempo. L’oggettività, di fronte alla distruzione di Gaza, somiglia pericolosamente a quella vecchia cecità etica che ci toglie, ancora ogni laicismo. Tanto che oggi si fa istituzionale attraverso il controverso disegno di legge sull’Antisemitismo promosso dal centrodestra e contestato dalle opposizioni (con l’astensione del PD): una vera legge-bavaglio per camuffare da pregiudizio le proteste per Gaza. C’è infine un livello materiale che svela la nostra sottomissione tecnologica. Come i palestinesi dipendono da una rete interamente controllata da Israele per mapparli e colpirli, così l’Italia e l’Europa si sono infilate nella medesima trappola. Dai software d’indagine delle procure alla protezione delle infrastrutture critiche, la cybersicurezza parla israeliano e affina i propri algoritmi nei territori occupati. E torniamo alla celebre frase di audre Lorde sulle strutture del potere: «Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone»
Ecco come l’ecogeobiopolitica descrive la matrice unica del dominio transnazionale. In tutti questi contesti — la guerra, la violenza di genere, la mafia — la testimonianza è regolata da rapporti di forza. Chi esercita la violenza mantiene il monopolio dell’attenzione razionale. Finché il pubblico occidentale troverà più rassicurante analizzare la mente e le strategie di chi uccide rispetto all’ascolto nudo di chi muore, la testimonianza rimarrà l’ultimo definitivo privilegio dei forti e un’ulteriore condanna per i deboli.
Né la vostra parola né il nostro silenzio ci proteggeranno.