Il ruolo dell'arte
per una ecologia radicale

In conversazione con Maddalena Fragnito e Marco Baravalle, la pensatrice femminista decoloniale Françoise Vergès delinea le interconnessioni tra gli elementi e la retorica dell'arte e le sue istituzioni, il dominio e le strategie di decolonizzazione in relazione ai cambiamenti climatici.

Il ruolo dell’arte per un’ecologia radicale
Art for Radical Ecologies

04 Giugno 2025

Pubblicato da: L'internazionale

il: 14/04/2024


 

Les enfants, mettez le feu, mettez le feu!
Mettez le feu pour mettre de l’ordre
Mettez le feu, mettez le désordre
Mettez le désordre pour mettre de l’ordre 

– Pebouchfini feminist group, 2018

  1. Dis-Ordine

La Palestina è una lente attraverso cui esaminare i processi di decolonizzazione all’interno delle istituzioni occidentali. Nonostante i continui dibattiti sull’arte e la decolonizzazione delle istituzioni culturali e artistiche, queste entità spesso faticano ad affrontare le cause profonde del problema. La sfida sta nel confrontare le fondamenta delle democrazie liberali, come quella degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda, che si presentano come regimi umanitari benevoli che promuovono i diritti delle donne e dei bambini, la libertà e l’uguaglianza. Di conseguenza, il concetto di democrazia è intrecciato con la violenza genocida, il furto di terre e il saccheggio di oggetti, per riempire le prestigiose collezioni dei musei occidentali. Da un lato, la democrazia è rappresentata come il culmine della protezione dei diritti umani globali, giustificando un ulteriore sfruttamento di energia, terra e oggetti. Dall’altro, si tratta di una lotta continua per la giustizia sociale, di genere e razziale contro l’imperialismo e il capitalismo razzista e patriarcale.

Le istituzioni culturali e artistiche dovrebbero iniziare a far fronte a questa evidente contraddizione, che viene intenzionalmente rimossa dai fallimenti dei processi di decolonizzazione delle istituzioni occidentali.

Facciamo chiarezza: il termine ‘occidentale’ è frequentemente utilizzato, ma richiede una definizione. In questo contesto, si riferisce all’Occidente costruito dalla modernità coloniale, dalla colonizzazione e dall’instaurazione di gerarchie razziali. Questo processo ha richiesto l’eradicazione delle persone emarginate, come i nomadi e i prigionieri, insieme alle loro comunità indigene e alla diversità linguistica, per costruire stati-nazione monolingui. Mi rifaccio alla teoria di Cedric Robinson sul Capitalismo Razziale per sottolineare la costruzione dei processi di razzializzazione nei territori occidentali. Da questa prospettiva, la Palestina riveste un ruolo cruciale in quanto lo stato-nazione israeliano incarna la violenza sistematica, omicida e brutale insita nel concetto di democrazia liberale-imperiale. Questo processo sfocia in un governo che si impadronisce di tutto: vita, terra, cultura e memoria.

Le istituzioni culturali e artistiche esitano a denunciare e ad affrontare la questione centrale nonostante siano di fronte a una situazione inequivocabile – un genocidio in corso. Invece, lo nascondono abilmente a causa della loro evidente complicità con un’idea di ‘democrazia’ che teme l’associazione a un regime coloniale-razziale; elemento, questo, che mi fa dubitare della fattibilità della decolonizzazione delle istituzioni culturali e artistiche occidentali. Il mio scetticismo non rinnega lotte in corso come le richieste di restituzione, di riparazione, migliori condizioni di lavoro, fine della violenza sessuale e razziale e giusta retribuzione per lavoratrici/lavoratori spesso trascurati come addetti alle pulizie, guardie e tecnici. Tuttavia, credo sia urgente e cruciale incanalare le energie nella concezione di nuove istituzioni. Non si tratta di un’impresa facile, data la natura delle istituzioni tradizionali radicata nell’arco di due secoli (il XIX e il XX), con il loro impatto profondo, influenza e potere. Liberarsi dalla mentalità istituzionale tradizionale rappresenta una sfida significativa. È difficile affermare che queste istituzioni siano fallimentari, soprattutto considerando il numero senza precedenti di persone che visitano musei e altri spazi culturali oggi. Non possiamo semplicemente affermare che queste istituzioni “non funzionano”; esercitano innegabilmente un’attrattiva che merita di essere analizzata, pertanto diventa fondamentale esplorare cosa le rende così attraenti.

Al centro di questa fascinazione c’è l’idea che questi spazi rappresentino libertà, bellezza, armonia e dialogo universale più di altri, come il mondo accademico o i sindacati, ad esempio. Le istituzioni culturali e artistiche sono spesso considerate arene primarie per la libertà di pensiero e di critica, tuttavia, credere che questi luoghi siano ambiti naturali ed esclusivi del pensiero critico e dell’immaginazione è illusorio. In realtà, spazi di libertà e pensiero critico esistono ovunque: nelle battaglie indigene contro il furto della terra, tra i lavoratori in sciopero, nelle lotte dei migranti per l’acqua e all’interno dei campi profughi. Tutti luoghi che sfidano le norme esistenti e fungono da spazi in cui diverse istituzioni vengono a crearsi non come qualcosa di completamente nuovo, ma grazie ai processi trasformativi che ne riconsiderano radicalmente il fondamento.

Pertanto, mentre nei musei sono diventati pervasivi gli elementi di decolonizzazione che fanno parte integrante di seminari, mostre e convegni, attivare processi strutturali di decolonizzazione che si estendano oltre l’estetica, incontra all’interno delle istituzioni culturali implementazioni incomplete, forti ostacoli, quando non, addirittura, una censura totale. Vi è riluttanza a mettere in discussione gli aspetti fondativi del capitalismo, in particolare la struttura capitalista del lavoro e la relazione tra lavoratore e sfruttamento, incluso lo sfruttamento del sapere e delle forme di lavoro. Di conseguenza, la proliferazione di dibattiti e mostre decoloniali che non affrontano le condizioni materiali del sistema di produzione istituzionale può essere vista come l’altra faccia dello sfruttamento della forza lavoro.

 

Questo è il primo di una serie di testi pubblicati nel volume Art for Radical Ecologies (Manifesto) 

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