Intelligenze Collettive oltre l'IA

Organizzarsi contro il dominio cisgender della sorveglianza

Intelligenze Collettive Oltre l’IA
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04 Aprile 2025

«È il nostro dolore, a dare parole al femminismo» scrive una ragazza. 

Per Sara, Ilaria e le altrə

 

Censurare, punire, uccidere. Compromettere la formazione di una cittadinanza differente e libera, impedire l’autodeterminazione, è la strategia worldwide adottata per riportare le cose al loro ordine «naturale» da quel maschilismo risentito, avido e suprematista, oggi manovrato anche dallo studio ovale.

Si fa un gran parlare di norma, regola e relazione come di parole intercambiabili tra loro. Ma lo sono davvero? La norma (giuridica, sanzionata), è strumento utilizzato per silenziare; è la parola del più forte.Quella condivisa dal corpo sociale è la regola che si sviluppa insieme, sperimentando forme plurali di convivenze possibili, attraversando spazi e tempi liberati. La relazione, di dominio, e quella tra i generi, è la base della critica sociale, e potrebbe stimolare un divenire plurale della politica. Le tre parole non vanno assolutamente confuse perché definiscono ruoli, tanto più che le nostre collettività lottano, attonite e a mani nude, contro questa ennesima brutta pagina che i fondamentalismi stanno scrivendo sui corpi. Usiamo, invece, una lente intersezionale per considerare le discriminazioni multiple in relazione a formare diverse identità sociali. È questo non pensarle più separate tra loro, che può favorire le lotte contro le differenti istituzioni oppressive?

Il mondo di adesso è immerso in un uragano che ricorda il maccartismo, alimentato da Patriarchi perduti in una relazione di risentimento-potere. I femminismi sanno quanto la rappresentazione semantica sia arma feroce e pericolosa, bullismo sessuofobico, che combatte con violenza contro i generi. Lo confermano il rifiuto, nelle scuole, di formare alla sessuo-affettività la mascolinità intossicata; come i Book Ban diffusi negli Usa già dal 2017, forse proprio in reazione a quei femminismi in marcia dall’Argentina su Washington.

La sfilata dei maschi cisgender delle Big Tech di fianco a Trump, quel gruppo che governa gli ecosistemi digitali dell’innovazione «diabolicamente» duali (civili/militari) diffondendo con la IA modelli generativi di dominazione, arma le guerre per garantirsi i propri immensi profitti di pace. I mercati sono costruzioni politiche e ogni notizia è un’onda lunga tsunamica che arriva alla cronaca dopo anni di coltura sui tavoli del potere. Perché istituire sistemi di sorveglianza e controllo per normare le differenze? L’apartheid di genere ci aiuta a svelare il nemico. Quei movimenti intersezionali che incarnano relazioni vive, plurali, non violente, imprevedibili. Intelligenze Collettive che risultano idiosincratiche a l’IA che incorpora i dispositivi di potere. Altra cosa sarebbe un’IA alleata evolutiva non privatizzata, ammesso che sia concepibile.

Non sono entità astratte ma ragazzi incarnati quelli che hanno accoltellato a morte due coetanee, Sara Campanella e Ilaria Sula, a Messina e a Roma, proprio in questi giorni. Tanto che i media, scatenati dalla cronaca e dalla serie Tv Adolescence, ci dicono che sono 8 le parole che dobbiamo sapere, (secondo un decalogo di Liberiamo) per conoscere i maschi adolescenti, altra relazione interrotta dall’irresponsabilità verso il futuro. Incel, manosfera, teoria 80/20, red pill, emoji, sigma male, black pill, npc. Riproponiamo, in questo focus, una dettagliatissima inchiesta di Agnieszka Graff, pubblicata nel 2020 da Ingenere [https://factorya.org/uomosfera-la-rivolta-dei-maschi-umiliati/] per sottolineare che lo sapevamo già: non siamo credute e neppure ascoltate.

Quali strumenti dialettici ci forniscono gli studi di genere oggi? Il genere è una delle più importanti strutture della nostra vita, le relazioni di genere ne costituiscono la base. Gli stereotipi sono mutuati dalle teorie del dominio imposte dalle abitudini sociali di quella minoranza privilegiata che abita il Nord del mondo (R.W. Connell). La cultura in cui la mascolinità egemonica è fortemente associata alla guerra, è la narrazione della «nostra origine» classica. Quale violenza rifiutiamo? Quella militare dice Angela Davis, ma non un’autodifesa femminista che ci serve, invece, ad affermare la prospettiva radicalmente no war dell’unico movimento in grado, oggi, di fornire gli strumenti per riconoscere la violenza (R. L. Segato) e quindi disinnescarla nelle istituzioni della patriarchia. Qui la critica femminista e la non violenza [come radicalità di Butler] si intersecano nello smontare le retoriche del militarismo virile: subendolo entrambe, possono assumere punti di vista imprevisti.

Guerra/pace è una delle relazioni tossiche da scardinare, dunque. Ma cosa possiamo opporre alla complicità del silenzio?, si è detto in tre giorni di confronto a Roma (Reset, 28-30 marzo 2025) ammettendo che nessuna oscenità è stata così apertamente (e inutilmente) confessata come a Gaza. È il concetto stesso di «spazio» a essere violentemente ridefinito, inclusi i generi dei nostri corpi. Politica e capitalismo si intrecciano in un disordine mondiale sempre più radicale e in questa dinamica caotica anche i movimenti si confondono. Promuovono il potere delle persone colpite dalla violenza rendendole più forti, ma non incidono a stanare la subcultura degli Incel politici, convincendoli che non c’è pillola rossa né nera che tenga perché non sono lə divergentə il nemico.

Invece di estetizzare il riarmo, come dare valore e spazi alle creatività politiche per immaginarci senza bisogno di guerre e di confini?  Certamente un dialogo tra i tanti Nord e Sud dei nostri mondi è necessario e urgente. Unire e amplificare le voci che si oppongono alla crudeltà della dominazione, un linguaggio ampio e reti plurali, sono indispensabili. Dobbiamo ancora decolonizzare il nostro sguardo. Servono Intelligenze Collettive «per pensare ciò che ancora deve essere pensato» (Rossanda). Di fronte alla dominazione coloniale, alla struttura patriarcale, al controllo egemonico, sembra diventare imprescindibile la capacità di costituirci in corpi politici attentə a non togliere l’attenzione a tutte le soggettività. Le reti di corpi individuali in relazione tra loro, possono diventare la postura politica per affrontare insieme le preoccupazioni verso la violenza di genere e la guerra, in quanto espressione violenta di una comunità.

La cultura, oltre la politica, è un fatto collettivo e anche la cura di noi può farsi sovversiva.






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