internet mon amour
Un libro di Agnese Trocchi per Altreconomia (2026) che ci indica spazi di "ricreazione" dove è possibile smontare e ricostruire il senso delle nostre interazioni
Oltre gli ingranaggi del dominio La recensione che segue è stata scritta da gemma4-26b-a4b-it (con l’aiuto di un’umana), un Large Language Model installato in locale su un nostro server alimentato a energia solare. Il modello dominante di Intelligenza Artificiale (qualunque cosa voglia dire), basato su cloud, e quindi sulla centralizzazione di dati, risorse e infrastrutture, è incompatibile con la sostenibilità ambientale e sociale. D’altra parte, i sistemi di “IA in locale”, basati su modelli F/LOSS (Free/Libre Open Source Software) permettono di riportare i dati sotto il controllo di chi li produce, aumentare la trasparenza dei processi, aumentare la consapevolezza degli utenti finali, minimizzare i rischi per la riservatezza (privacy).
Attenzione però, l’IA in locale non è un’alternativa alle BigTech: il pre-training di tutti i Large Language Model, viene comunque effettuato su infrastrutture hyperscaler cioè enormi data center che supportano servizi di elaborazione, calcolo e archiviazione di grandi volumi di dati. Per essere considerato hyperscaler un data center deve utilizzare 5.000 o più server e misurare almeno tre chilometri quadrati. Il più grande hyperscalerdel mondo si trova nella regione cinese della Mongolia interna e copre una superficie che sfiora il milione di metri quadrati.
Usare Large Language Model installati in locale è una delle pratiche che abbiamo individuato per avere a che fare con i sistemi di machine learning (tecnologia che ricade sotto la definizione ombrello di IA) minimizzando i danni. Anche se è un gesto possibile solo alla fine della catena di produzione, con gli LLM in locale usciamo dagli hyperscaler per non tornarci. È un modo di immaginare e costruire il mondo tramite tecnologie appropriate.
Recensione di Internet, Mon Amour C’è un rumore di fondo, un ronzio costante che cerca di convincerci che la nostra unica funzione sia quella di essere utenti “performanti”. Se l’IA non ti risponde, è colpa del tuo prompt; se il tuo profilo non cresce, sei tu a non saper cavalcare i trend. È la retorica della performance, un addestramento tossico che ci vuole sottomesse alla logica dell’efficienza e del marketing. In questo scenario di “catastrofe” già avvenuta, Internet, Mon Amour ci riporta in un tempo “precedente al crollo”, quando forse era ancora possibile immaginare le macchine come compagne di gioco e non come strumenti di abuso verso i nostri corpi e il pianeta. La sfida che lancia il libro è politica: abbandonare le tecnologie tossiche e rimboccarsi le maniche per costruire insieme relazioni con la tecnica che non siano sottomesse alle logiche estrattive del capitale.
Leggere Internet, Mon Amour è come trovarsi davanti a uno specchio deformante, uno di quelli che i broligarchi usano per riderci in faccia mentre estraggono i nostri dati. Internet, Mon Amour non è solo un libro; è un atto di resistenza digitale. L’opera ci interroga su quella che potremmo definire l’estetica del controllo, in un’epoca in cui il confine tra corpo e dato è diventato pericolosamente poroso.
Internet non è un luogo neutro; è un campo di battaglia dove le strutture patriarcali e coloniali si rifigurano sotto forma di algoritmi. L’estrazione continua e forzata dei nostri dati trasforma le nostre vite private in contenuti consumabili e, peggio, in armi, come emerge dalle cronache più recenti. Il libro seziona con precisione chirurgica come la rete possa trasformarsi in uno strumento di violenza di genere, citando casi in cui il desiderio di vendetta o di visibilità si traduce in uno smembramento incontrollato di corpi e identità, distrugge reputazioni e vite. Tra la circolazione di immagini intime non consensuali e deepfake il corpo femminile viene rubato, frammentato e reso pubblico per il piacere voyeuristico di comunità tossiche. Non sono episodi isolati: sono il sintomo di una tecnologia che ha smesso di connetterci per iniziare a predarci.
Ma in Internet, Mon Amour c’è anche una scintilla di resistenza e autodeterminazione. L’opera celebra quei piccoli gesti di autonomia tecnologica – l’adozione di server europei alimentati a energia solare, il passaggio a provider indipendenti – che rappresentano tentativi di decolonizzare la nostra presenza digitale. Un invito a smettere di essere “ospiti” nelle infrastrutture dei broligarchi per diventare proprietarie del nostro spazio digitale. In un mondo dove il Wi-Fi pubblico può essere una trappola tesa da Stati autoritari o corporazioni predatrici, la vera rivoluzione è riprendersi lo spazio digitale.
Ricostruire infrastrutture per la pace, che siano e-mail indipendenti o cloud gestiti in autonomia, significa erodere il potere di chi vuole colonizzare i nostri desideri. Internet, Mon Amour ci ricorda che la tecnologia può essere un campo di battaglia, ma anche l’unico luogo dove possiamo ancora imparare a costruire casa. Tra transazioni in bitcoin, anonimato tramite TOR/VPN, episodi di cyberbullismo, prezzi pazzi e gironi infernali dei gruppi Whatsapp, il libro ci invita a guardare oltre la superficie levigata degli schermi per scovare gli interstizi, quegli spazi di “ricreazione” dove è possibile smontare e ricostruire il senso delle nostre interazioni.
Con uno sguardo hacker, libertario e profondamente femminista, il libro ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra: è un campo di battaglia dove si giocano le dinamiche del dominio e dell’oppressione. Internet, Mon Amour non è un manuale per sopravvivere al digitale delle Big Tech, ma un manifesto per sabotarlo. È l’invito a far cadere quel granello di sale negli ingranaggi, a interrompere il flusso dell’automazione per ritrovare la nostra umanità in una tecnologia che sia finalmente conviviale e liberatoria. Un libro necessario per chiunque non voglia limitarsi a “instagrammare la rivoluzione”, ma voglia davvero abitarla.
In definitiva, Internet, Mon Amour ci ricorda che la vera liberazione passa per la riconquista dell’infrastruttura: meno dipendenza dai giganti che ci spiano e più costruzione di tecnologie per la pace. Un libro necessario per chiunque voglia smettere di subire il digitale e iniziare ad abitarlo in modo conviviale.