«Io non sono nessuno»
Il coming out di Maria Silvia Spolato
Licenziata per «indegnità morale» dopo il coming out, il primo caso in Italia. Un film di Geraldine Ottier
Su Rai Play, possiamo trovare un film imperdibile, Io non sono nessuno (2024) – con la regia di Geraldine Ottier, recitato egregiamente da Erica Zambelli, che racconta la tragica storia di Maria Silvia Spolato, primo caso italiano di coming out avvenuto nel 1972, durante un corteo femminista, ripreso e fotografato dalla rivista Panorama. La trama ripercorre, per sommi capi, la storia italiana dalla metà degli anni ‘60 fino al 2018, anno in cui Maria Silvia muore. Racconta le lotte per il divorzio, i momenti di autocoscienza dei collettivi femministi, il volantinaggio politico, i conflitti politici, individuali e familiari che sconvolgono soprattutto la provincia italiana più conservatrice. Emergono i vari passaggi della lotta femminista degli anni ‘70, l’importanza della liberazione sessuale e dell’educazione contro gli stereotipi di genere, la denuncia delle vessazioni omofobiche. Maria Silvia lavora in un liceo statale come docente di matematica. Ci mette tempo a confessare la sua omosessualità in un contesto, dove teme di essere osteggiata, ma poi prende coraggio. Emerge però l’immagine di una scuola pessima e retrograda, con colleghi e dirigenti maschilisti e autoritari, capaci di molestie sessuali sul luogo di lavoro, lasciate impunite.
Al centro della storia c’è l’assurda vicenda del licenziamento di Maria Silvia Spolato per omosessualità, cacciata in tronco dal posto di lavoro, per comportamento di “indegnità morale”, a causa di quella fotografia, che ha fatto il giro di Italia. Si può seguire lo sforzo, la determinazione e il coraggio che la protagonista impegna per dichiarare la sua verità. Grida nel corteo con tutte le sue forze “Io amo una donna!” Non era certo semplice farlo in quel determinato momento storico. Ma le conseguenze non tardano a venire. Il difficile rapporto tra la madre e la figlia, che si è dichiarata lesbica pubblicamente, indica i limiti, le contraddizioni e la scarsa empatia che un’educazione tradizionale riserva a chi viene considerata fuori dalla logica binaria di genere. L’opinione pubblica di allora, moralista, ipocrita e violenta, umilia, denigra e marginalizza le persone colpevoli di credere e vivere l’amore tra esseri umani, a prescindere dalla presunta “normalità” di genere. La madre simboleggia la violenza del pregiudizio, quella chiusura affettiva, che ingessa ogni sentimenento di sostegno e di protezione verso la figlia, fino ad allora stimata e amata. Si sottomette agli sguardi umilianti delle amiche e del quartiere, preferendo rinnegare la ragazza, pur di tornare ad essere accettata dagli altri.
“Cosa dice la gente?” è il diktat che la spinge a chiudere la porta a Maria Silvia, condannandola a una vita di povertà e di degrado. Essendo una storia vera e documentata, ancora più forte è il coinvolgimento emotivo e il senso di indignazione umana e politica, che il film produce in chi lo vede. Lo stigma della diversità viene narrato con una forza incredibile. Anche la sua storia d’amore è esemplare. Sopportare la vergogna e l’esculusione dai contesti sociali non è un prezzo facile da pagare. La solitudine della protagonista è sempre più radicale. L’alienazione sociale e l’escluisione dal lavoro la spingono ai margini della società. La regista riesce con grande magia espressiva a rendere il dramma di una scelta paradossale e ingiusta: la scuola pubblica, regno del “posto fisso”, licenzia per “indegnità morale” una sua impiegata. Stiamo parlando del 1972, eppure sembra di stare nel medioevo. Altro dato assurdo: la destituzione per indegnità morale viene firmata da Oscar Luigi Scalfaro, allora Ministro dell’istruzione, poi Presidente della Repubblica.Maria Silvia Spolato è costretta a lasciare la sua classe, perde il lavoro, per cui aveva studiato tanto. Viene quindi allontanata e costretta a vivere poveramente. Più volte si rivolge alla madre, che, non riuscendo a sopportare lo scandalo, preferisce disconoscerla e abbandonarla. Vive così la sua triste metamorfosi da orgogliosa professoressa di matematica impegnata politicamente a barbona emarginata e derelitta.
Lo stigma della diversità sessuale, la svalutazione sociale di orientamenti e identità non eterosessuali, definita come “eterosessismo”, attribuisce uno status inferiore a gay, lesbiche e persone transgender. Maria Silvia vive drammaticamente la discriminazione omofobica, che segna profonde cicatrici psicologiche, mettendo in crisi il suo equilibrio mentale, spingendola quasi nel delirio psichico e nella depressione. Questa storia terribile non è così lontana dai nostri tempi. Qualcosa è cambiato ma non basta. Siamo ancora lontani dall’aver raggiunto una vera comprensione verso la complessità degli orientamenti sessuali, soprattutto in questa epoca dove le forze conservatrici di destra stanno recuperando una mentalità tradizionale omofobica, che pensavamo superata. L’eterosessismo sta diventando un recinto sempre più rigido, e si basa sulla falsa convinzione che l’eterosessualità sia l’unica “normalità” genetica e lo stigma penalizza chiunque violi la norma di genere.
Oggi sono le persone LGBTQAI+ a essere vittime di un ambiente spesso ostile. Lo stigma è alimentato dalla percezione che la diversità minacci le norme sociali tradizionali, che “infetti” le nuove generazioni. Tuttavia, come evidenziato da studi psicologici, l’omosessualità e la transessualità non sono una malattia o un vizio, ma variazioni naturali della funzione sessuale. Sicuramente l’educazione sessuo-affettiva, può essere agevolata dalla visione di film come questo, esemplare soprattutto per la capacità che offre di immedesimazione nella tragicità della storia narrata.