La denatalità non è il problema,
ma la soluzione
Se lo stato sociale è costruito su un modello di famiglia che sta rapidamente scomparendo, quanto potrà ancora durare? Demistificare la retorica della famiglia è il primo passo per acquisire la consapevolezza che necessita la genitorialità.
Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si legge: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato”. Che si tratti della famiglia (al singolare), quindi formata da una donna e un uomo con almeno uno o più figli, è cosa esplicita; che le prestazioni destinate a sostenere la famiglia incoraggino le coppie a comportarsi in un certo modo, invece, passa sottotraccia. In particolare nei matrimoni eterosessuali, esse rafforzano i ruoli di genere. Ma è proprio così? Ci vogliamo interrogare sulla distanza che esiste tra immaginario e realtà, tra ordinamenti giuridici e comportamenti sociali.
Infatti sempre meno famiglie si conformano al modello del capofamiglia-casalinga che il sistema di previdenza sociale premia. I tassi di divorzio sono aumentati e i tassi di matrimonio sono diminuiti. Secondo i dati ISTAT nel 2022 su 100 matrimoni ci sono stati 48 divorzi, mentre il 56,4% dei matrimoni è stato ufficiato con rito civile. In 25 anni le convivenze sono decuplicate; l’età media delle donne che si sposano è 32,4 anni, nel 1990 era 25,9; il 34% delle nascite avviene fuori dal matrimonio (in Francia è il 60%). Siamo lo stato europeo con il più basso rapporto tra matrimoni e popolazione, nonostante il familismo che pregna le retoriche di destra, misure a cui anche la sinistra ha strizzato l’occhio.
Sempre nel 2022 le nascite sono scese a 393 mila, registrando un calo dell’1,7% sull’anno precedente, e il numero medio di figli per donna è stato 1,24.
Laura. “Nel decennio in cui sono nata, anni ’60, le donne senza figli erano il 13,5%, percentuale salita già al 25% tra le donne nate negli anni ’80. In questo senso non mi sono mai sentita un caso isolato, per non aver scelto di essere madre. Per me non è stata una decisione a priori, mi sono detta che non sarebbe stata scelta da fare razionalmente perché a mente fredda avrebbe vinto sempre il piatto della bilancia sfavorevole (l’incertezza economica, le crisi globali, la crisi climatica…). Ho atteso che il desiderio si manifestasse attraverso il mio corpo, ma questo non è avvenuto. So di averci pensato ogni volta che mi sono posta di fronte alla questione della contraccezione – quale metodo usare, rinnovare la spirale, tenere conto dell’ovulazione – ho ascoltato piuttosto che pensare, e non ho ricordo di voci esterne che mi indicassero cosa avrei dovuto fare. Il femminismo mi è stato utile nella sua pluralità di vedute ed esperienze, per il concetto ampio di maternità slegato dalla genitorialità, per avere dato valore a tutte le relazioni tra generazioni diverse, per aver scisso sesso e procreazione e poi procreazione e genitorialità, per aver introdotto l’idea di interezza della persona in contrasto al concetto di complementarietà che caratterizza la visione cattolica e tradizionale della coppia. Nel femminismo ho trovato le parole di altre come me, e a volte la consapevolezza dell’assenza di termini, presenti invece in altre lingue, come ad esempio la traduzione di chilless e di childfree: parole che comporterebbero il riconoscimento di una scelta legittima, distinguendo coloro che i figli li vorrebbero e non possono averli (in inglese ‘childless’) da coloro che invece non li desiderano. Casomai con l’aggiunta del termine “childquestioning” per significare che possiamo vivere una fase di apertura nella quale tutto può succedere, anche l’inaspettato. Spesso si sostiene che una donna che non costruisce progetti di vita che prevedano la maternità è guardata con sospetto: a me verrebbe da dire che nonostante questa percezione e nonostante la retorica di chi sta al governo, la realtà ci parla diversamente, se tra amiche, colleghe, conoscenti prevale la pluralità di costellazioni familiari di cui le statistiche forniscono una dimensione decisamente rilevante e che non intende cambiare direzione.”
Abbiamo visto che anche le coppie che si sposano e hanno/non hanno figl* sono diverse da quelle idealizzate dai politici e non corrispondono affatto alle condizioni pensate dal sistema di previdenza sociale e di welfare; se i benefici esistenti basati sul matrimonio sono sempre più in disaccordo con la vita delle coppie, tanto più penalizzano le persone single. Ne è un esempio la proposta contenuta nella prossima legge di bilancio dove si intende innalzare il tetto delle detrazioni fiscali in favore delle famiglie con più figli: saranno questi soggetti a poter beneficiare di maggiori oneri detraibili per abbattere le imposte dovute o per ottenere rimborsi nel 730, mentre saranno penalizzate le persone single e le coppie senza figli. Con l’introduzione del “quoziente familiare” il reddito complessivo del nucleo familiare viene diviso per il numero dei suoi componenti in base a dei coefficienti, senza tener conto della composizione del patrimonio, come invece fa l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE). Anche l’“assegno unico” subirà modifiche, venendo escluso dal calcolo dell’ISEE. Queste novità, inserite nelle prime bozze della manovra, assicureranno all’Erario un risparmio di un miliardo di euro alla voce «spese fiscali» aggravando una sempre più diseguale redistribuzione delle imposte, che colpisce le fasce di reddito più basse rispetto a quelle che dichiarano al Fisco di più (che avendo maggiori redditi si possono anche permettere piu figl*).
Un altro indicatore che offre una lettura più complessa è il dato presente nella relazione annuale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, relativo alla differenza tra numero dei colloqui prestati in consultorio e numero dei certificati per IVG emessi: nell’anno 2022 sono 30.088 certificati su 43.560 colloqui (0,69), mentre nel 2013 erano 40.280 su 59.678 (0,67). Nonostante i milioni spesi per disincentivare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, le donne dimostrano che su questo terreno “le muove il desiderio”.
Giuliet. “Sono nata all’inizio degli anni ’90 in una famiglia isterica. Nonostante le continue tensioni e forse, proprio a causa di esse, sono cresciuta nel mito della famiglia alla ‘Mulino bianco’; i miei erano un’eccezione, io sarei diventata grande e avrei avuto una famiglia come si deve. A 18 anni ancora credevo che in un giorno qualsiasi mi sarei svegliata, avrei avuto un lavoro appagante, avrei trovato l’uomo più figo del mondo e mi sarei trovata alla quinta gravidanza, circondata da uccellini e cerbiatti che facevano la spesa e giocavano coi bambini nel bosco dietro casa (o la mugnaia restaurata in stile liberty – per restare fedele al sogno originale). Ho 33 anni e vivo in un costante senso di ansia, frustrazione e incertezza. Sono certa ormai solo del fatto che per tutta la vita dovrò scendere a dei compromessi, che mi faranno stare a galla ma che non mi permetteranno mai di sentirmi davvero libera di decidere cosa sia meglio per me. In stabile in bilico tra ciò che vorrei fare ed essere e ciò che potrò fare ed essere. Una vita con un grado di indeterminatezza tale da mozzare il fiato, forzatamente vissuta nell’unico modo tramite il quale è possibile sostenerla: con la pratica ascetica dell’abbandono in dio. Il mio lavoro sembra esser diventato quello di cercare lavoro; ho amici e amiche che magari l’hanno anche trovato un lavoro nel quale ci si ritrovano, ma pare che in fin dei conti non sia poi così risolutivo in una scala di responsabilità e preoccupazioni che oscilla come una spada di Damocle impazzita su partite iva, affitti da psicopatici ed ecoansia. Ma chi ce l’ha il tempo per pensare ai figli? No, davvero. Chi ce l’ha?
L’idea romantica della maternità fa un frontale contro il muro di realtà nel quale ci siamo rinchiusi. Dovremmo buttare tutto giù e ricostruire dalle fondamenta questa idea di società che fa acqua da tutte le parti; prima di poter pensare di ripopolare questo mondo di persone che possano vivere con dignità. Dare la possibilità alle comunità di costruire e autogestire solide reti sociali, capaci di prendersi in carico le necessità del proprio territorio e dei singoli appartenenti a quella comunità e non creare finte soluzioni, astratti bonus, al quale poter accedere solo dopo aver superato le dodici fatiche di Ercole e che allontanano, dividono, separano le persone – le rendono idonee o non idonee al supporto sociale, alla vita. Ad oggi, fare figl* non mi pare una conquista ma una ghigliottina. Demistificare la retorica della famiglia è il primo passo per acquisire la consapevolezza che necessita la genitorialità. Significa riconoscere con lucidità che il mondo è cambiato e chiede nuovi occhi, nuove mani, nuovi strumenti per non soccombere sotto il peso schiacciante di una tradizione che non ci rispecchia più. Ci si riempie la bocca di parole e concetti come natura (naturale), ma l’unico modo che ha la natura per continuare a sopravvivere è quello di adeguarsi al cambiamento, abbracciarlo e compenetrarlo e finché ci si tapperanno occhi, bocca e orecchie e si porrà resistenza, si continuerà a fare solo del male a questo fragile ecosistema (relazionale e ambientale) che ci sta indicando in tutti i modi possibili che è ora di intraprendere una direzione diversa. Per un principio di entusiasmo alla vita che continuo a non capire del tutto, non voglio escludere a priori la possibilità di sperimentare, prima o poi, un’esperienza grande come quella della maternità, ma il punto qui è che non c’è molto spazio per le sperimentazioni: pensare di fare figl* equivale alla concreta, se non indiscussa, possibilità di far crollare quel delicato gioco di forze che fanno stare tutto magicamente in equilibrio. Perché non riesco proprio a vedere un modo in cui far coesistere con armonia quella che è la mia idea di vita, i miei desideri, le mie ambizioni (per quanto semplici) e l’impegno (economico e temporale) che necessita la cura dei figl*. E dunque porsi di fronte alla crudele scelta: o lei/lui o me. E trovo oltremodo paradossale insistere tanto in questa direzione quando ci sono sempre più numerosi contesti che richiedono un’attenzione pari a quella che si sperimenta nella genitorialità. La responsabilità per l’altro (che sia in amicizia, nel lavoro, o in pratiche sociali più a lungo raggio) è paradigma dell’oggi. Scegliere ‘sè stessi’ non è più considerabile una prospettiva egoistica, perché in quel ‘sé stessi’ sono implicate una serie di stratificazioni di richieste, obblighi, sforzi, che non riguardano mai solo il singolo e la sua sfera personale.
Occorre rovesciare la parabola: la denatalità non è il problema ma la soluzione. E in fin dei conti sembra anche l’unica possibile, dato che queste nuove leggi piuttosto che incrementare i supporti finanziari per incentivare la natalità vanno a restringere il cerchio dei destinatari dei fondi – è un disinvestimento – poiché tentando di tracciare una linea di favoreggiamento rispetto a famiglie eteronormate con più figli a carico; in realtà creano un taglio del welfare e un sostanziale risparmio a favore delle casse dello Stato. Sposta di qua, cambia di là ma la curva welfare continua a precipitare rovinosamente. E l’istinto di maternità/paternità, giù con lei.”