La filantropia femminista sfida il sistema

Azioni politiche. Nasce Megera. Si aggiunge a Semia e a Una Nessuna Centomila. Perché il denaro è sessuato e c'è modo e modo di sostenere le altre soggettività

La filantropia femminista sfida il sistema
.J. Walker la prima filantropa nera statunitense (1867 – 1919)

C’è una cesura, ancora poco visibile ma ormai irreversibile, nel modo in cui la ricchezza circola e si legittima nello spazio pubblico italiano: è la frattura aperta da una filantropia che smette di essere paternalistica, neutra, apparentemente universale, e si dichiara invece situata, politica, incarnata. Una filantropia che non teme di dirsi femminista. In un Paese dove il dono organizzato ha storicamente privilegiato ambiti percepiti come “neutrali” – dalla cultura al welfare generalista – le istanze delle donne e delle soggettività marginalizzate sono rimaste a lungo sottofinanziate, affidate alla resilienza dei collettivi, all’autofinanziamento, alla militanza volontaria. Non è un’impressione: meno del 15% delle organizzazioni femministe italiane ha avuto relazioni strutturate con fondazioni, mentre la maggioranza sopravvive con risorse precarie. È su questo vuoto – materiale e simbolico – che si innesta oggi una nuova infrastruttura del possibile.

Il caso più emblematico è Semia – Fondo delle Donne, nato nel 2023 come primo fondo filantropico esplicitamente femminista in Italia. Non si tratta semplicemente di un nuovo attore, ma di un cambio di paradigma: Semia non finanzia “progetti per le donne” in senso assistenziale, bensì sostiene l’ecosistema vivo del movimento femminista, includendo gruppi informali, collettivi, attiviste, soggettività trans e non binarie. La sua logica non è redistributiva in senso classico, ma trasformativa: agisce sulle condizioni strutturali – autodeterminazione, lavoro, giustizia sociale – e produce capacità politica oltre che servizi. In questo senso, la filantropia femminista si distanzia radicalmente da quella tradizionale: non si limita a “riparare” disuguaglianze, ma ne interroga le cause, spostando il baricentro dal bisogno alla giustizia.

Accanto a questa esperienza, si colloca il lavoro della Fondazione Una Nessuna Centomila, che rappresenta un altro tassello significativo di questa mutazione. Nata nel contesto di una mobilitazione culturale ampia, la fondazione opera nel campo della prevenzione e del contrasto alla violenza di genere, sostenendo i centri antiviolenza e investendo in un cambiamento culturale profondo, anche attraverso linguaggi artistici e interventi educativi nelle scuole. Qui la filantropia si fa dispositivo culturale, capace di attraversare immaginari e pratiche quotidiane: non solo finanziamento, ma produzione di senso.

È tuttavia osservando le realtà più ibride e meno istituzionalizzate che si coglie con maggiore nitidezza la portata della trasformazione.

L’associazione Megera, per esempio, si colloca in quella zona di confine tra attivismo, mutualismo e sperimentazione politica dove la distinzione tra chi dona e chi riceve tende a dissolversi. Iniziative come le loro – spesso radicate nei territori, attraversate da pratiche transfemministe e intersezionali – mettono in discussione l’architettura stessa della filantropia: non più un flusso verticale di risorse, ma una circolazione orizzontale, relazionale, che costruisce comunità oltre che sostenere progetti. In questo senso, Megera non è soltanto beneficiaria potenziale di fondi, ma produttrice di un sapere politico che ridefinisce cosa significhi sostenere e sostenersi.

È proprio questa dimensione culturale e relazionale che distingue la nuova filantropia femminista: non è ancillare rispetto alla politica, ma ne diventa una delle forme. Le reti territoriali, i collettivi informali, le soggettività che abitano i margini – spesso escluse dai criteri tradizionali di finanziabilità – emergono come laboratori di innovazione sociale e linguistica. La novità è che, finalmente, iniziano a essere riconosciute come soggetti degni di investimento, non come anomalie da tollerare. Il denaro, in questa prospettiva, non è neutro: è uno strumento di potere che può consolidare l’esistente oppure redistribuire possibilità.

Ciò che emerge è dunque un campo in fermento, ancora fragile ma decisivo. Fragile perché dipende ancora in larga parte da capitali privati e da una cultura del dono non sempre pronta a riconoscere la legittimità politica del femminismo; decisivo perché introduce una discontinuità epistemologica: ridefinisce cosa conta come “bene comune”. Se la filantropia tradizionale ha spesso parlato il linguaggio dell’universalismo astratto, quella femminista insiste sulla parzialità situata, sull’intersezionalità, sulla necessità di partire dai margini per ridefinire il centro.

In questo senso, la posta in gioco non è soltanto la quantità di risorse destinate alle donne o alle minoranze, ma la qualità dello sguardo che orienta tali risorse. La nuova filantropia femminista italiana – ancora in costruzione, ancora minoritaria – ci costringe a riconoscere che non esiste neutralità nella distribuzione del denaro, così come non esiste neutralità nella produzione del sapere. E che forse, proprio in questa consapevolezza, risiede la sua forza più dirompente: trasformare il gesto del dare in un atto politico, capace di immaginare – e praticare – un mondo diverso.






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