La guerra non ci dà pace

Il protagonismo delle donne di ieri e di oggi per resistere e fermare le guerre. Intervento della delegata Arci Nazionale Politiche di Genere a "Memoria precaria" (Erba 25 aprile 2026)

La guerra non ci dà pace. Intervento della delegata Arci nazionale Politiche di Genere  a “Memoria precaria” (Erba 25 aprile 2026)
Alessandra Ghirotti, Celeste Grossi.png

26 Maggio 2026

Dal 25 aprile sono passati già dieci giorni, ma solo ora sono riuscita a trovare un momento per inviarvi l’intervento che ho svolto a Memoria precaria (Erba 25 aprile 2026). In questi giorni si sono susseguiti tanti avvenimenti e tante manifestazioni per esprimere il nostro indignato dissenso: dal presidio antifascista del 26 aprile a Dongo ai sit in dopo l’assalto pirata dell’Idf alla Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza, ai cortei e ai concerti del Primo maggio, alle mobilitazioni territoriali e nazionale “Sul consenso nessuna mediazione: se non è libero, attuale, revocabile non è”.

«La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare, a pensare alla pace, e da donne», come ci ha insegnato Virginia Woolf, durante la prima Guerra mondiale.

Buona Liberazione a tutte e tutti, oggi e tutti i giorni. E l’augurio che il 25 aprile del 2027 sia davvero di Liberazione da guerre, armi, genocidio, militarismo, estrattivismo, autoritarismo, repressione del dissenso che devastano, senza sosta, vite, democrazia, diritti, presente e futuro. Che soffi un vento sempre più forte, in Italia e nel mondo, in grado di invertire la rotta per costruire alternative e mettere la guerra “Fuori dalla storia”, come auspicava la partigiana Lidia Menapace, senatrice della Repubblica italiana, pacifista e femminista. Fuori la guerra dalla storia, diventato il motto di noi Donne in nero in Italia, non è solo un cartello che portiamo alle manifestazioni, ma un’assunzione di responsabilità.

«Non è il destino o una legge naturale a condannarci alla guerra» – scriveva Rosa Luxemburg dal carcere nel 1917 – «Sono i padroni della terra, i potenti che, per difendere i loro profitti e il loro dominio, mandano milioni al macello. Ma noi abbiamo la forza di opporci, se solo ci uniamo». E oggi siamo qui in tanti e tante, unite, per mantenere fertile la memoria della Resistenza. Per ricordare, prima di tutto a noi stesse, che la Festa di aprile non celebra solo la fine dell’occupazione nazifascista, ma l’origine della Repubblica e della sua Costituzione che ripudia la guerra.

«Al momento della votazione per l’Articolo 11, “L’Italia ripudia la guerra”, è stato scelto il termine più deciso e forte. Tutte le donne che erano lì, ventuno, siamo scese nell’emiciclo e ci siamo strette le mani tutte insieme, eravamo una catena, e gli uomini hanno applaudito». Sono parole di Teresa Mattei, la più giovane tra le donne elette all’Assemblea Costituente, organizzatrice della prima manifestazione contro l’ingresso in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna, che hanno coinvolto in Italia oltre 70.000 donne, attive nel portare viveri, cura, stampa clandestina, e armi ai partigiani e alle partigiane.

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica siamo qui a ricordare che c’è un legame forte tra Liberazione, antifascismo, libertà e Costituzione, un legame che va continuamente riaffermato. E saremo nelle piazze anche il 2 giugno a ricordare che il referendum con cui il popolo italiano scelse la Repubblica e abbatté la Monarchia, che ci aveva consegnato al fascismo e al nazismo, fu vinto proprio grazie al voto delle donne, ottenuto, anche in Italia, con le lotte per il suffragio universale. Anna Garofalo, scrittrice, giornalista e attivista per i diritti così ricorda quella prima volta: «Le schede che ci arrivano a casa (…) le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose delle tessere del pane. Le stringiamo come biglietti d’amore».

Da oggi iniziamo a preparare insieme ovunque un 2 giugno di azioni diffuse in tutto il Paese per dire che vogliamo lo Stato sociale non lo Stato di guerra. Riprendiamoci la festa della Repubblica, da anni espropriata alle donne e agli uomini di questo Paese e trasformata in parata militare, che non ci rappresenta e ci indigna. In Italia e nel mondo, continuiamo a tessere tele con i fili tenaci che legano nel tempo le lotte dei movimenti delle donne, perché le donne sono da sempre la parte oppressa e sfruttata eppure allo stesso tempo da sempre sono quelle che si prendono cura dell’umanità e del mondo. Quei fili intrecciano alcuni temi ricorrenti, disarmo, antimilitarismo, obiezione alla guerra, cura della vita e del pianeta. In una parola ecopacifismo.

La strada per rimettere al mondo il mondo, per salvarci e salvare la vita sulla Terra, devastata da catastrofi climatiche, inquinamento e guerre, ce l’hanno indicata tante donne che hanno lottato prima di noi. Ce l’hanno indicata le Donne in nero di Belgrado, alleate di obiettori e disertori, che con la loro presenza silenziosa, ogni settimana negli anni Novanta del secolo scorso, hanno reso visibile la resistenza nonviolenta alle guerre che hanno devastato i Balcani. Ce l’hanno indicata le ragazze che in Iran dal 2022 hanno guidato le lotte di popolo con il motto, Donna, vita, libertà – Jin, jiyan, azadî, ripreso dalle donne kurde del Rojava, che lo hanno coniato più di 40 anni fa, per disegnare un modello di liberazione e una società nuova, equa e democratica, oggi ancora sotto attacco in Siria, un Paese sospeso tra un passato distrutto e un futuro difficile da scorgere, dove un Jhadista si è autoproclamato presidente. Ce l’hanno indicata le studentesse di Kabul che insieme alle donne di Rawa, l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, impegnata da decenni nella difesa dei diritti delle donne continuano a sfidare i Talebani urlando: «L’educazione è un nostro diritto». Ce l’ha indicata chi ha partecipato alla Global Sumud Flotilla, come Margherita Cioppi, capomissione della Karma, la barca dell’Arci, assaltata il 3 ottobre a largo di Gaza e ancora sotto sequestro in Israele, che a uno dei soldati israeliani, in sofferenza per il caldo dice: “Se sposta il fucile da qui, posso aprire la panca e mettere un tendalino per dare un po’ di ombra.” Ce l’ha indicata chi è andata a Cuba a marzo con la Flotilla “Nuestra América”, portando aiuti umanitari e pannelli solari, come Ilaria Salis. Ce la indica chi in Libano, sotto le bombe, cerca di portare sollievo alle persone sfollate, fornendo beni di prima necessità (cibo, kit igienici, coperte), come fa Virginia Sarotto, coordinatrice di ARCS Culture Solidali. Ce la indicano le donne che nei campi profughi a Gaza, dove il genocidio ancora in corso ha lasciato 600.000 studenti senza istruzione formale, costruiscono tende-scuola e spazi educativi per garantire di non interrompere del tutto l’istruzione. Ce la indicano le donne che in Cisgiordania sono attive contro le molestie e le minacce a sfondo sessuale, perpetrate da coloni e soldati israeliani, in un contesto di discriminazione sistematica e impunità, per esercitare pressione sulle comunità palestinesi, spingendole ad abbandonare le loro case. Ce la indicano le associazioni di donne israeliane e palestinesi, Women Wage Peace e Women of the Sun, che continuano a chiedere insieme la fine del genocidio a Gaza e la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati. Ce la indicano le donne che in Ucraina, in Russia, in Bielorussia continuano a credere nella nonviolenza come possibilità di resistenza civile. Ce la indicano le donne di Not in my name che dal 2003 continuano a lottare in Usa contro le guerre i genocidi e l’Ice.

Continuano a indicarcela tutte le donne che in Italia rifiutano la mattanza – che si svolga a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Ucraina, in Sudan, alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan, in Iran o lungo i confini blindati dell’Occidente o nel Mediterraneo trasformato dalle stragi da Mare nostrum in Mare mostrum. Ce la indicano le donne in lotta contro le violenze sistemiche nei confronti degli immigrati, contro l’espulsione dei poveri, facce diverse dello stesso sistema patriarcale, coloniale e capitalista che si nutre di esclusione, paura e morte. Ce la indica chi fa monitoraggio e solidarietà nel Mediterraneo Centrale, prestando assistenza alle imbarcazioni sovraffollate e fatiscenti con cui le persone scappano dalla Libia, come Arci Tom – Tutti gli occhi sul Mediterraneo. E ce la indica la rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che hanno elaborato la Carta dell’impegno per un mondo disarmato, una presa di posizione collettiva che raccoglie pratiche e pensieri femministi, strumenti per pensare il presente a partire da una politica del disarmo, della cura e della giustizia per tessere la pace, custodire il futuro.

Per noi donne femministe ed ecopacifiste disarmare il sistema economico e mediatico della guerra è

– disarmare anche le menti:

– svelare il legame tra potere, privilegio maschile e violenza armata;

– disinnescare le logiche, i linguaggi, le immagini, le economie e i gesti che legittimano i conflitti armati;

– decostruire i discorsi dominanti, che chiamano “pace” l’occupazione militare, “sicurezza” il controllo;

– mettere al centro la vita, la nascita, non la morte, la relazione non la competizione, la libertà non il dominio, la pace come giustizia attiva, capace di riparazione, di trasformazione;

– immaginare mondi fondati sui valori di mediazione, nonviolenza, disarmo, antimilitarismo, obiezione alla guerra, ecopacifismo;

– riconoscere la vulnerabilità come fondamento dell’umano;

– trasformare la cura in gesto politico.

Nessuna repressione, solo liberazione.

 

 link alla play list dei video

https://youtube.com/playlist?list=PLuFONfXcUubAv4ZsU4zvX62CrUfOAoDvA&si=6cemqEAKj1x0t9Fb






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